Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Welby 10 anni dopo

Il 20 dicembre 2016 saranno passati 10 anni dalla scomparsa di Piergiorgio Welby. Per ricordare la sua battaglia di libertà, l’Associazione Luca Coscioni e il Comitato Eutanasia Legale hanno organizzato un convegno per ripercorrere e aggiornare il percorso per arrivare a una buona legge sul fine vita anche in Italia.

L’appuntamento è alla Camera dei Deputati, Aula dei Gruppi, Via di Campo Marzio, 78.

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Ore 14.30 apertura registrazioni
Ore 14.45 Saluto di benvenuto di Mina WELBY

Ore 15.00
Saluti della Presidente della Camera dei Deputati, Laura BOLDRINI

Ore 15.10 – 16 il lascito di Welby per le libertà di tutti:
Presiede Marco CAPPATO
Intervengono:
– Mario RICCIO
– Beppino ENGLARO
– Giuseppe ROSSODIVITA
– Emma BONINO

Ore 16 il dibattito sul finevita
Presentazione del documento a cura della Fondazione Umberto Veronesi
Interviene: Marco ANNONI

Ore 16.10 – 17.10: il Parlamento italiano su testamento biologico e eutanasia
Presiede: Filomena GALLO
Saluto di Maurizio COSTANZO
Intervengono
– Parlamentari dell’intergruppo su eutanasia e testamento biologico

Ore 17.10 – 17.30: i dati su come si muore in Italia
Giorgio ALLEVA, presidente Istat
Carlo TROILO, giornalista

17.30: omaggio a Piergiorgio Welby, proiezione di “Love is All”
– Mina WELBY
– Livia GIUNTI e Francesco ANDREOTTI, autori del film documentario “Love is All – Piergiorgio Welby, Autoritratto” sulla vita di P.Welby

Si ricorda che per accedere alla Camera è obbligatorio l’accredito mandando una email a info@associazionelucacoscioni.it

Per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca. I giornalisti devono accreditarsi presso l’ufficio stampa della Camera dei Deputati. L’accesso alla Sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Alisa Coen 1998 – 2016

 

Profondo cordoglio ha suscitato in tutto l’ebraismo italiano la scomparsa a Roma della 18enne Alisa Coen, vittima nella giornata di venerdì di un tragico incidente stradale.
Il Keren Kayemeth ha aperto una sottoscrizione per piantare un bosco in sua memoria. La causale è “In ricordo di Alisa”, l’IBAN cui donare è invece IT05Y0335901600100000122860.
Vicinanza ai genitori Daniel e Sabrina e un particolare abbraccio alla morà Franca Eckert Coen, conosciuta dai romani anche per essere stata consigliera delegata alle politiche della multietnicità durante la consiliatura Veltroni.

Comunità Ebraica di Roma 3 dicembre alle ore 19:19 ·In queste ore una terribile notizia ha scosso la Comunità Ebraica di Roma. Poche ore prima dello Shabbat Alisa Coen,18 anni, è rimasta vittima di un grave incidente stradale. Il Rabbino Capo, la Presidente e la Comunità tutta si stringono ai genitori Daniel e Sabrina e alla famiglia per la tragica scomparsa. Un dolore infinito che sconvolge tutti noi. Sia il ricordo di Alisa di benedizione. Baruch Dayan Ha Emet

Anna Segre Il 5 dicembre 2016 a Roma c’era il sole. A Prima Porta, davanti alla sinagoga astronave, il sole bruciava e la luce era di una bellezza straziante. Eravamo forse mille, forse anche di più, zitti, con le lacrime in tasca per non esibire il dolore, e la giacca in mano, assiepati nel giardino, perché dentro non ci saremmo entrati. Le femmine di qua e i maschi di là, ci hanno provato, ma eravamo troppi e l’abbraccio collettivo premeva attorno alla bara, alla famiglia, agli amici stretti che si stringevano di più cercando il conforto e l’anima, tutti zitti in un silenzio ascensionale, in un sospiro corale. Ci sono state anche le preghiere, ma erano come un mormorio. Ci sono state anche le parole, ma erano come sassi buttati nell’abisso, non se ne sentiva il tonfo di arrivo. Ho guardato l’amore degli amici. Ho guardato noi, congelati nell’impossibilità di un’espressione dialogica, le nostre facce svuotate. Abbiamo provato a farci le carezze, ma non bastava. Abbiamo provato a piangere, ma non bastava. Una sola domanda informulabile ci tesseva tutti assieme come una tela: ridacci la vita, ridacci la vita, ridaccela viva.

http://moked.it/blog/2016/12/06/alisa-lultimo-commosso-saluto-suo-amore-la-vita-un-esempio/

http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2016/2016-12-06/2016120634807447.pdf

 

Benazir Bhutto

Altera, fiera, bella. Benazir Bhutto, la prima donna a esser diventata primo ministro del Pakistan per due volte: la prima dalla fine del 1988 all’agosto del 1990, la seconda per tre anni dal 1993 al 1996. Nei tre anni successivi ha guidato l’opposizione, Dopo una lunga parentesi all’estero, tra Londra e Dubai, era tornata a casa per ritentare il ritorno al vertice. Impresa faticosa e quasi impossibile, ma non per la coriacea leader che non ha mai lasciato un progetto a metà.  Alla fine di un comizio, il 27 dicembre 2007, fu assassinata nella strage di Rawalpindi. Con lei morirono 25 persone.

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Sarà stato difficile per la ragazza uscita da Oxford, fresca di laurea in Relazioni internazionali, corteggiata per la sua bellezza e intelligenza, incontrare in cella per un ultimo saluto il padre Zulfikar Ali prima di vederlo penzolare da una forca. Difficile deve essere stato arrivare a Karachi nel 1977 nel tentativo di domare un colpo di stato che lacerava una fragile democrazia di un paese in via di sviluppo. Nel 1981 finisce in una cella di isolamento in una prigione del Sindh “il feudo dei Bhutto” dove rimase fino all’84 quando ottenne l’espatrio per Londra.

La città che l’aveva vista studente intenta a molare il suo accento british upper class, a levigare la visione laica moderna e moderata dell’islam, fu la palestra dove la giovane donna preparò la sua riscossa. Nel 1988 tornò a Lahore tra ali di gente in festa per lei e per la fuga dell’odiato generale Zia ul Haq. E fu premier finalmente: prima donna in un paese islamico.
La bella 35enne, elegante nel costume tradizionale, ebbe un grande impatto mediatico, grande quasi quanto le speranze di chi l’aveva eletta. Fu cacciata dal governo nel 1990 e riuscì a tornarci nel 1993 dopo una campagna elettorale durissima.

Lavoravo al Cairo nel ’94 durante la Conferenza delle Nazioni Unite sulla Popolazione e lo Sviluppo, e la ricordo mentre parlava delle donne del suo paese alle quali stava dando la dignità di decidere del loro corpo attraverso la possibilità di scegliere contraccezione e aborto sicuro.
Ma la bellissima donna nel suo abito rosa, non aveva perso il suo accento, e il suo elegante inglese era rimasto strascinato come quello degli asiatici. E a quel ritmo lento ondeggiavano le teste dei primi ministri ammirati dalla sua regalità e decisione.

Nella sua biografia “Figlia del destino”, racconta del suo matrimonio combinato. Non aveva tempo la giovane donna di cercare un marito, perciò scelse suo cugino, un playboy giocatore di polo che pure gli creò qualche problema. Ma che gli diede tre figli. La giovane donna fece degli errori che pagò e che riconobbe “è una delle cose di cui mi pento e che non rifarei”.
In un paese come il suo, l’arte della mediazione è un rischio, e lei per governare senza i generali contro i fondamentalisti, doveva avere un amico importante. Ma il suo amore per le libertà civili e la democrazia, non piacevano a Nawaz Sharif che, mascherato da moralizzatore, nel 1996 la scalzò.

Tornò a Londra, poi nella più sicura Dubai da dove partì di nuovo per il suo paese: perché si può morire ma non ci si può arrendere. Arrivò a Karachi il 18 ottobre scorso e qualcuno subito provò ad ucciderla. Per poi riuscirci il 27 dicembre.

Benazir Bhutto è stata la prima donna a guidare un paese islamico, il Pakistan, la terra dei puri, il paese dove è scorso il sangue della sua famiglia. Ed era solo una donna. Tiziana Ficacci

Artemisia Gentileschi e il suo tempo

Artemisia Gentileschi nella Roma dei primi del Seicento seppe sfidare ogni convenzione accusando e denunciando il suo stupratore, il pittore Agostino Tassi.

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Da mercoledì 30 novembre Artemisia Gentileschi e il suo tempo nelle sale del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Oltre a una trentina di sue opere, l’antologica vuole fornire ai visitatori  un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo con opere di altri artisti, comprese quelle del padre Orazio.

In mostra i quadri tragicamente ispirati, molto intensi, dipinti nel periodo del doloroso trauma subito nel 1611 dal Tassi.

Va detto però che è una mostra a singhiozzo –  forse per non stonare nel galoppante degrado romano – per cui certi quadri come il celebre Giuditta che decapita Oloferne del museo Capodimonte di Napoli, si potrà vedere solo da febbraio,Susanna e i vecchioni (il primo olio con quel soggetto più volte ripetuto da Gentileschi) conservato a Pommersfelden da fine marzo, mentre Autoritratto come suonatrice di liuto lascerà la mostra a fine marzo  per la Curtis Gallery di Minneapolis.

Tra i prestatori Uffizi, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Metropolitan.

La mostra sarà aperta fino al 7 maggio, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19, Palazzo Braschi, Piazza Navona 2/Piazza San Pantaleo 10 

http://www.museodiroma.it/

Comunicato stampa-Un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una grande, vera donna. Una pittrice di prim’ordine, un’intellettuale effervescente, che non si limitava alla sublime tecnica pittorica, ma che seppe, quella tecnica, declinarla secondo le esigenze dei diversi committenti, trasformarla dopo aver assorbito il meglio dai suoi contemporanei, così come dagli antichi maestri, scultori e pittori. La parabola umana e professionale di Artemisia Gentileschi (1593-1653), straordinaria artista e donna di temperamento, appassiona il pubblico anche perché è vista come un’antesignana dell’affermazione del talento femminile, dotata di un carattere e una volontà unici. Un talento che le consentì, giovanissima, arrivata a Firenze da Roma, prima del suo genere, di entrare all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze; che le fece imparare, già grande, a leggere e scrivere, a suonare il liuto, a frequentare il mondo culturale in senso lato; una volontà che le consentì di superare le violenze familiari, le difficoltà economiche; una libertà la sua che le permise di scrivere lettere appassionate al suo amante Francesco Maria Maringhi, nobile raffinato quanto tenero e fedele compagno di una vita. Una tempra la sua, che pure sotto tortura (nel processo che il padre intentò al suo violentatore Agostino Tassi) le fece dire: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”, riuscendo così a ironizzare, fino al limite del sarcasmo, sulla vana promessa di matrimonio riparatore. La mostra che si apre il 30 novembre al Museo di Roma a Palazzo Braschi, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, e che copre l’intero arco temporale della vicenda artistica di Artemisia Gentileschi, consentirà al visitatore di ripercorrere vita e opere dell’artista a confronto con quelle dei colleghi: circa 100 sono in totale le opere in mostra, provenienti da ogni parte del mondo, da prestigiose collezioni private come dai più importanti musei in un confronto serrato tra l’artista e i suoi colleghi, frequentati, a Roma, come a Firenze, ancora a Roma e infine a Napoli, con quel passaggio veneziano di cui molto è da indagare, così come la breve intensa parentesi londinese. L’esposizione, che rimane aperta sino al 7 maggio 2017, nasce da un’idea di Nicola Spinosa ed è curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina, e da Judith Mann per la sezione romana. È accompagnata da un catalogo edito da Skira che dà conto dei diversi periodi artistici e umani di Artemisia e riporta le schede delle opere esposte, frutto dei più recenti studi scientifici e degli ultimi documenti rinvenuti. Oltre quindi ai magnifici capolavori di Artemisia come la Giuditta che taglia la testa a Oloferne del Museo di Capodimonte, Ester e Assuero del Metropolitan Museum di New York, l’Autoritratto come suonatrice di liuto del Wadsworth Atheneum di Hartford Connecticut, si vedranno la Giuditta di Cristofano Allori della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze o la Lucrezia di Simon Vouet del Národní galerie v Praze di Praga, solo per citarne alcuni: dopo i dipinti della prima formazione presso la bottega del padre Orazio, quelli degli anni fiorentini, segnati dai lavori dei pittori conosciuti alla corte di Cosimo de Medici come Cristofano Allori e Francesco Furini, ma anche le tangenze con Giovanni Martinelli; altri che recano echi, e non solo, della sua amicizia e frequentazione con Galileo, come del mondo, allora nascente, del teatro d’opera.Scandite all’interno di un itinerario cronologico, le successive opere di Artemisia sono messe in relazione con quelle dei pittori attivi in quegli anni d’oro a Roma: Guido Cagnacci, Simon Vouet, Giovanni Baglione, fonte d’ispirazione rispetto ai quali la pittrice aggiorna, di volta in volta, il suo stile proteiforme e mutevole.A concludere, i dipinti eseguiti nel periodo napoletano, quando ormai Artemisia può contare su una sua bottega e sulla protezione del nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678), lavori in cui, grazie ai confronti, sarà possibile capire il suo rapporto professionale coi colleghi partenopei: da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino; tele come la splendida Annunciazione del 1630 – presente anch’essa in mostra – paradigmatiche di questa fiorente contaminazione, scambio e confronto.

Sponsor della mostra Generali Italia, sponsor tecnico Trenitalia.

L’evento è consigliato da Sky Arte HD.

 

Non Una Di Meno

Liliana Ingargiola

Il 24 novembre del 2012 moriva Liliana Ingargiola, una delle fondatrici dell’Mld, movimento di liberazione della donna, e organizzatrice dell’occupazione del Governo Vecchio. Oggi una sala della Casa Internazionale della Donna ha il suo nome.

Liliana Ingargiola

Di seguito un mio ricordo,  link del trailer  Ragazze la vita trema,  pensieri di amici e compagni.

Liliana, la bellissima Liliana, è stata la mia guida negli  indimenticabili anni del femminismo, quelli in cui, indipendentemente dall’età, classe sociale, cultura, si era sorelle. Con lei ho imparato che non esiste un solo modello femminile, che ognuna di noi ha diritto alla sua autonomia. Che le donne non si giudicano qualsiasi siano le loro scelte.

Nel corso degli anni ci siamo chieste perché sia così difficile per molte fare cordata, perché troppe, quelle arrivate, lasciano indietro le altre, quasi ne temessero la concorrenza. Concludendo che le donne che perdono la memoria delle altre donne, prima o poi ne pagheranno le conseguenze.

Cara Liliana, come potrei dimenticare la parte più creativa, quella migliore, della mia vita?

 

LE AMICHE E COMPAGNE – 24.11.2012
Nella notte fra venerdì e sabato si è spenta Liliana Ingargiola. La saluteremo lunedì 26 novembre alle ore 9.30 al Tempietto Egizio del Verano
Marinella, Flavia, Lilla, Pina, Mariangela, Nina, Irene, Tiziana, Donatella, Silvana, Giulia, Maria, Monica, Maria Grazia, Lucia, Rita, Irene, Valeria ed Anna, amiche e compagne che hanno condiviso l’impegno politico per la liberazione delle donne, affetti e amicizie profonde ricordano Liliana Ingargiola.

 

 

 http://www.youtube.com/watch?v=DuJZ239cNxs

http://nicovalerio.blogspot.it/2012/11/donne-liliana-dai-capelli-neri-che.html

http://notizie.radicali.it/articolo/2012-11-26/editoriale/liliana-ingargiola-ci-ha-lasciato

http://notizie.radicali.it/articolo/2012-11-27/i-sepolti-vivi/dialogo-sul-movimento-di-liberazione-della-donna-intervista-lilia

http://www.casainternazionaledelledonne.org/index.php/it/documenti/saluto-a-liliana-ingargiola

http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=3223:addio-a-liliana-femminista-storica

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Si o No…

Dai che tra poco si passa dal “chi voti al referendum?” al “cosa fai per capodanno?”. Il combinato disposto delle due non l’avremmo retto (Socialisti Gaudenti)

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https://liberelaiche.wordpress.com/2016/10/07/si-o-no/

https://liberelaiche.wordpress.com/2016/10/24/si-o-no-2/

http://media.wix.com/ugd/14a30c_9dd527489fa24d648ca3b33c6913e1db.pdf

Con la A (per testone/i)

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(specchietto di Gioia Di Domenico)

Perché viene naturale dire commessa giardiniera casalinga maestra e non ministra sindaca avvocata?

Perché le prime sono posizioni sociali acquisite dalle donne le seconde no e, soprattutto dal mondo maschile, molto mal digerite. Ricordiamo per l’ennesima volta per i testoni e, temo, per maschi con altri problemi la regola:  le cariche istituzionali non sono neutre! Sindaca/o (assessora/e, deputata/o ecc.) è un sostantivo della prima classe e come tale si declina, esattamente come commessa/o, maestra/o, operaia/o ecc., a cui siamo abituati.

Ci sono altri nomi, come tassista, dentista, specialista ecc., o anche insegnante, cantante ecc., che sono sia maschili che femminili, assumono la valenza maschile o femminile dal contesto (articoli e aggettivi).

Queste sono le regole della lingua italiana, che è molto ricca e permette di includere le diversità della realtà e di tenere dietro ai cambiamenti sociali.  Ricordate che se il vostro bambino/a scrive riferendosi ad una donna ministro,  sarà corretto/a  dal maestro o dalla maestra.

Cambi di rotte. Toponomastica femminile, azioni e politiche di genere

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“Cambi di rotte. Toponomastica femminile: azioni e politiche di genere” ,11 e il 12 novembre,  Complesso Monumentale di S. Maria La Nova, sede Città metropolitana, il 13 novembre a Villa Floridiana, Museo Duca di Martina, Salone delle Feste. Nei primi due giorni si potrà visitare anche la mostra fotografica “Donne e lavoro”.

http://www.power-gender.org/media/Convegno_programma_definitivo.pdf

Toponomastica Femminile è una associazione di studiose nata nel 2012 su impulso di Maria Pia Ercolini «con l’idea di impostare ricerche, pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché strade, piazze, giardini e luoghi urbani in senso lato, fossero dedicati alle donne per compensare l’evidente sessismo che caratterizza l’attuale odonomastica».

Censimento dei comuni italiani e non solo. Dall’impegno di tante sono nate le prime guide di Toponomastica femminile. «La storia ufficiale – afferma Ercolini – ha spesso dimenticato le donne e il loro operato. Oggi, colmare il vuoto creato da questa dimenticanza significa riscoprire figure significative e originali, ma vuol dire anche imparare a guardare la storia e la vita di tutte/i con occhi diversi, capaci di cogliere valori dagli orizzonti più ampi».

Basta Bersani,

 

 

La politica non si fa con i sentimenti, figuriamoci con i risentimenti. Lo diceva Nenni, l’hanno dimenticato nel Pd.  Socialisti Gaudenti