Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Molto spesso,…

Molto spesso, per riuscire a scoprire che siamo innamorati, forse anche per diventarlo, bisogna che arrivi il giorno della separazione (M. Proust) 

Simone Veil

Nizza, 13 luglio 1927 – Parigi 30 giugno 2017

 

Siamo a Strasburgo il 18 luglio 1979 e Simone Veil, nominata presidente del primo Parlamento europeo eletto a suffragio diretto e universale, pronuncia un discorso in cui chiama il Vecchio Continente ai suoi compiti per costruire insieme un futuro di pace, dopo le ferite delle due guerre mondiali: “Per raccogliere le sfide lanciate all’Europa – dichiara Veil, ebrea francese, sopravvissuta ad Auschwitz e simbolo delle lotte per i diritti civili – dovremo perseguire tre obiettivi: l’Europa della solidarietà, l’Europa dell’indipendenza, l’Europa della cooperazione. L’Europa della solidarietà anzitutto: della solidarietà tra i popoli, tra le regioni, tra le persone”. Sono passati quasi quarant’anni da quel discorso ma le sfide richiamate dall’allora presidente del Parlamento europeo sono ancora profondamente attuali. Ed è questo testimone che Veil, scomparsa  all’età di 89 anni, lascia all’Europa. Una donna che, come scrive la giornalista di Le Monde Anne Chemin, rappresentava “i tre grandi momenti della storia del Ventesimo secolo: la Shoah, l’emancipazione delle donne e la speranza europea. Durante la sua vita, – sottolinea Chemin – Simone Veil ha infatti sposato, a volte suo malgrado, il tormento di un secolo fatto di grandi disperazioni, ma anche di grandi speranze: è stata una dei pochi ebrei francesi a sopravvivere alla deportazione ad Auschwitz, ha simboleggiato la conquista del diritto all’aborto ed è una delle figure della costruzione dell’Europa”. “Il destino fuori dal comune di questa ragazza francese deportata ad Auschwitz, diventata magistrata, ministra, prima presidente del Parlamento europeo è fonte d’ispirazione. Attraverso il suo essere esigente e leale, questa attivista per i diritti delle donne ha segnato con coraggio e dignità la vita politica e intellettuale della Francia”, il ricordo di Francis Kalifat, presidente del Conseil Représentatif des Institutions Juives de France (organizzazione che rappresenta l’ebraismo d’Oltralpe).
“L’immagine di una resiliente di Francia”, la descrizione che ne dà il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia. “Nonostante tutto ciò che ha vissuto, è rimasta così attenta ai più deboli, è diventata un segno luminoso di speranza – le parole di rav Korsia – Lei per me era l’incarnazione del versetto del Deuteronomio, ‘ecco, ho posto davanti a te la vita e la morte (…), e tu sceglierai la vita”.
Nata a Nizza il 13 luglio 1927, è la quarta figlia di una famiglia ebraica laica e con radici francesi da generazione: i Jacob. “L’appartenenza alla comunità ebraica era rivendicata soprattuto da mio padre, non per motivi religiosi ma culturali”, scriverà nella sua autobiografia Veil. Il padre André è un veterano di guerra: ha partecipato al primo conflitto mondiale, combattendo, come tanti ebrei, nel nome della patria. Diventerà un architetto di fama ma nel 1940 la legislazione antisemita porrà fine alla sua carriera e poco dopo alla sua vita: nel 1944 la famiglia Jacob viene arrestata a Nizza. Il 13 aprile 1944 Simone, la madre e una delle sorelle, Madeleine, vengono stipate nei vagoni piombati e deportate ad Auschwitz-Birkenau. Del padre e del fratello Jean si perderanno le tracce in Lituania, in un altro viaggio della morte verso i Lager nazisti. “Il fatto di essere stata deportata mi ha talmente marchiata che posso dire, anche se può sembrare assurdo, che questa è la cosa più presente nella mia vita. – spiegherà in un suo discorso  Veil – Anche quando cerco di sfuggirne, c’è sempre qualcosa che me la ricorda: un’impressione personale, un’intenzione o un avvenimento, un odore. I riferimenti a Auschwitz sono d’altra parte diventati quasi banali, vi fanno ripiombare nel passato anche se non sono sempre appropriati. Per gli ex deportati il passato resta presente, ci lega, ci perseguita, impregna i nostri pensieri e le nostre notti”.
Liberata insieme a una delle sorelle dal campo di Bergen Belsen il 27 gennaio 1945, ritornerà nella sua Francia, orfana dei genitori (la madre muore di tifo durante la prigionia). A Parigi, studia legge e scienze politiche e incontra il futuro marito, Antoine Veil, iscritto all’Ecole Nationale d’Administration, che forma i migliori funzionari del Paese. Nel 1954 supera il difficile concorso per diventare magistrata e come funzionaria del Ministero della Giustizia, ricorda il New York Times, lavora per aiutare a migliorare le condizioni di vita per le prigioniere, comprese le algerine detenute durante la guerra d’indipendenza condotta dal paese africano. Poi il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing la chiama nel suo governo: a 47 anni Veil diventa la seconda donna di Francia a guidare un ministero, quello della Salute. Mentre ricopre questo incarico porta avanti la legge sull’aborto, che la renderà celebre quanto bersaglio degli attacchi degli antiabortisti: “Penso che la situazione attuale sia ingiusta e sbagliata. – spiegherà in un’intervista prima del voto – È ingiusta per le donne, perché è soprattutto nei confronti di quelle più povere e sfavorite che il diritto penale è più rigido. Per le altre è molto facile andare in Olanda, in Inghilterra e anche trovare un medico che lo faccia in Francia, ce ne sono, si sa. Invece le donne sbandate, meno informate, che non hanno denaro, che sono sole nelle campagne o anche in condizioni di vita molto difficili nelle città, non sanno come fare quando aspettano un bambino di cui davvero non possono farsi carico. Ecco, questo è il motivo per cui pensiamo che la situazione sia inaccettabile e desideriamo cambiarla. Perché ci sono troppe donne che interrompono una gravidanza in circostanze dolorose”.
Durante il feroce dibattito parlamentare sulla legge, tra i contrari c’è chi fa paragoni con l’eutanasia nazista: “signor ministro, vuoi mandare i bambini nei forni?”, la vergognosa domanda che si sente porre Veil.
La legge passerà e qualche anno dopo, nel 1979 arriverà l’elezione alla presidenza del Parlamento europeo, l’altra grande passione di Veil. A spingere per la sua nomina, Valéry Giscard d’Estaing. “Per lui il fatto che un ex deportata diventasse presidente del nuovo Parlamento di Strasburgo era di buon auspicio”, scriverà la donna. A ricordare quegli anni, le parole riportate da Le Monde del politico francese Jacques Delors, convinto europeista: “Il Parlamento europeo stava facendo i suoi primi passi, tutto era nuovo, tutto doveva essere inventato. Stavamo vivendo l’inizio carico di entusiasmo dell’Europa, ma durante la sua presidenza Simone Veil mostrò una qualità rara: il discernimento. Durante il suo discorso inaugurale, sottolineò le difficoltà dell’integrazione europea”, senza mai dimenticare le ferite del passato e l’impegno della Memoria.
“Femminista, custode della differenza di genere, paladina dei più deboli, ma contraria alla vittimizzazione, severa con sé e con gli altri nel rifiutare la Legion d’onore in modo implacabile: ‘Non basta essere finiti in un campo di sterminio per meritare una decorazione” Commovente l’omaggio che l’intellettuale Jean d’Ormesson le tributerà nel giorno in cui Veil entrerà a far parte dell’Académie française. “Passiamo il nostro tempo a cospargerci di lodi più o meno meritate: siamo una società di mutua ammirazione, come Voltaire già denunciava a suo tempo. Quest’ammirazione l’attiri, ovviamente, anche tu – dirà ancora d’Ormesson, salutando l’ingresso di Veil nell’olimpo della cultura francese – Ma nel tuo caso qualcos’altro è coinvolto: il rispetto, l’affetto, una sorta di fascinazione. Molti, in Francia e oltre, vorrebbe averti, a seconda della loro età, come confidente, amica, madre, o forse come donna della loro vita”.

Stralci dell’articolo di Daniel Reichel

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Milano 28 giugno 1808, Milano 5 luglio 1871

Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita e, ricordare con qualche gratitudine, i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità.

Cristina visse nel pieno del Risorgimento italiano, ebbe contatti con tutti i maggiori protagonisti dell’epoca, sovvenzionò insurrezioni. Poi ebbe una figlia e si separò molto presto dal marito Belgiojoso. Organizzò un battaglione a Napoli per contribuire alle Cinque Giornate di Milano, diresse gli ospedali a Roma durante gli scontri del 1849, corrispose con Carlo Alberto e con Napoleone III; tenne salotti a Parigi con ospiti illustri e le furono attribuiti amori con poeti, storici e musicisti; si avventurò da sola in Oriente dove organizzò una comunità agricola partendo dal nulla. Nel 1855 tornò a Locate, alle porte di Milano, dove iniziò a costruire asili e scuole e dove rivoluzionò il paese, portandolo ad un livello sociale molto al di sopra della situazione tipica di quel periodo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Trivulzio_di_Belgiojoso

 

Le Mille, i primati delle donne, a cura di Ester Rizzo Navarra editore, pag. 336

Già luglio

foto di Gabriella Cabrini

“Il confine orlato di luce a oriente era luglio,
perché giugno se n’era andato via quella notte”

Steinbeck – L’inverno del nostro scontento

Agi Mishol

Le poesie di Agi Mishol sono molto popolari in Israele. “Oche” è stata affissa su un muro dell’Università di Tel Aviv

 

Epstein, il mio insegnante di matematica,
amava chiamarmi alla lavagna.
Diceva che la mia testa andava bene giusto per portare
un berretto.
Diceva che un uccello con un’intelligenza come la mia
sarebbe volato all’indietro.
Mi mandò a pascolare le oche.

Adesso, a distanza di anni da quella frase,
quando siedo sotto la palma
con le mie tre belle oche,
penso che forse allora aveva visto giusto,
il mio insegnante di matematica,
e aveva ragione lui,

perché non vi è nulla che mi renda più felice
del guardarle ora
avventarsi sul pane sbriciolato,
agitare la coda felice,
arrestarsi per un attimo in silenzio
sotto le gocce d’acqua
con cui le spruzzo
dalla canna,
drizzare il capo mentre il corpo
si tende come memore
di laghi lontani.

Il mio insegnante di matematica è morto da un pezzo ormai
e morti sono anche i suoi problemi che non mi riuscì mai
di risolvere.
Mi piacciono i berretti,
e sempre la sera
quando gli uccelli fanno ritorno tra le fronde dell’albero,
cerco quello che vola all’indietro.

Agi Mishol
Ricami su ferro

https://en.wikipedia.org/wiki/Agi_Mishol

https://www.ibs.it/ricami-su-ferro-libro-agi-mishol/e/9788880576846?inventoryId=61924689

Amy Winehouse

 

Londra, 14 settembre 1983, 23 luglio 2011

 

Amy Winehouse era nata a Londra il 14 settembre 1983 in una famiglia ebraica; suo padre, un tassista di origine russa, aveva avvicinato la futura cantante al jazz e più in generale alla musica fin da bambina, tanto che all’età di soli dieci anni la piccola Amy ed una sua amica fondano il gruppo rap amatoriale Sweet’n’Sour, descritto poi da Winehouse come la versione “bianca ed ebraica” delle Salt-n-Pepa.
Ma la stessa cantante ha sempre rappresentato tale versione del jazz, con questa sua voce bella e dannata, proprio come lei; tanto da farla paragonare a dei giganti della musica, come Aretha Franklin.
Back to Black, l’ultimo album di Amy Winehouse, aveva fatto ottenere alla cantante nel 2006 cinque Grammy Awards, tra i quali quello come best new artist e quello come disco dell’anno, meta che non era mai stata raggiunta da alcuna cantante inglese.
Proprio in quest’album  Winehouse, incidendo Rehab, aveva scritto “hanno provato a farmi andare in riabilitazione / ma io ho detto no, no, no”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Amy_Winehouse

 

La statua in Camdem Town

 

 

 

ACQUA

Colomba Antonietti, l’eroina romantica

La bara era coperta di corone di rose bianche e dalla sciarpa tricolore. La musica militare suonava l’inno funebre dei martiri d’Italia. Chi per la patria muor vissuto è assai.


Bastia Umbra 19 ottobre  1826 – Roma 13 giugno 1849

Antonietti vive  a Foligno con la sua numerosa famiglia impegnata presso il forno municipale nella panificazione e nella produzione dolciaria.
Accanto al forno è stanziato il Corpo di Guardia della guarnigione pontificia (all’epoca l’Umbria apparteneva allo Stato Pontificio), dove presta servizio il cadetto conte Luigi Porzi di Imola.
Lei è appena diciottenne, alta, snella, denti bianchi e regolari (una rarità per l’epoca), occhi e capelli nerissimi, tanto ricciuti da essere ribelli a qualsiasi acconciatura; lui è di poco più grande, tenente delle truppe pontificie e discendente da una nobile famiglia.
Luigi, per poter frequentare la casa dell’amata, cerca di rendersi amico della madre di Colomba, ma presto i due giovani devono affrontare le resistenze di entrambe le famiglie che non vedono di buon occhio la relazione tra due persone di classi sociali così distanti.
Colomba e Luigi riescono a sposarsi all’una di notte in gran segreto nella Chiesa della Misericordia il 13 dicembre 1846. Sono testimoni il sacrestano e un conoscente di Luigi; l’unico familiare presente è il fratello di Colomba, Feliciano, che l’accompagna all’altare.
Naturalmente tutto era stato fatto nell’ombra e Luigi Porzi non aveva chiesto l’autorizzazione alle superiori autorità militari come invece prevedeva il regolamento, sperando che la notizia non sarebbe trapelata.  Ma trapela. Gli sposini partono per Bologna dove vanno a visitare la madre di Luigi e quando torna presso la sua guarnigione, Luigi viene arrestato e recluso in Castel Sant’Angelo, costretto a scontare tre mesi di carcere.

Colomba lo segue a Roma  – grazie al comandante del forte Cenci-Bolognetti – le è concesso di stare insieme al marito dall’alba al tramonto, rendendo meno dura la punizione con lunghe passeggiate.
La prigionia intanto sviluppa nel giovane tenente e in Colomba l’odio per l’oppressione e i due si avvicinano poco alla volta alla causa dell’indipendenza nazionale, di cui testimoniano le lettere scritte dalla giovane alla famiglia. Colomba dorme da  parenti della madre che abitano nel quartiere di Trastevere. Pio IX aveva da poco fatto marcia indietro sulle promesse riforme , e tutto il quartiere è percorso da fermenti rivoluzionari. La delusione fa crescere l’insofferenza. Colomba in quelle strade probabilmente frequenta il rivoluzionario Angelo Brunetti, più noto come Ciceruacchio, e il cugino Luigi Masi, medico, amico e segretario del nipote di Napoleone, attivo nell’ambiente patriottico romano, Giuditta Tavani Arquati e il marito.
In autunno, il battaglione di Luigi è trasferito ad Ancona e Colomba segue il marito. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza nel marzo 1848 anche lo Stato Pontificio partecipa alle ostilità contro l’Austria formando un corpo di spedizione diretto al nord. Luigi si arruola volontario alle truppe guidate dal generale Durando per la liberazione di Venezia.
Colomba fa la sua scelta:, mette mano ad ago e filo, ripara una divisa vecchia del marito, si taglia i bellissimi capelli neri e adesso anche lei indossa l’uniforme da bersagliere per combattere in Lombardia e in Veneto a fianco del suo Luigi. A nulla valsero le voci di chi intendeva dissuaderla, Colomba non aveva paura delle marce, della fatica, della battaglia. “Avrei più paura a non sapere dove sei, sono forte più di tanti uomini, sono convinta, perché non posso fare la mia parte?” Pio IX però ci ripensa. Intende evitare uno scisma religioso con uno stato cattolico come l’Austria e si ritira. Alla notizia dell’armistizio che il Papa indice il 29 aprile , c’è confusione e disorientamento tra i soldati e la truppa si disperde. Luigi e Colomba marciano fino a Ferrara dove il cugino medico, il dottor Masi, il cugino, per niente entusiasta del travestimento di Colomba, cerca invano di trattenerla.
Luigi e Colomba partono. Tornano a Roma, dove aderiscono alla Repubblica Romana, proclamata solennemente il 9 febbraio 1949.
I francesi, guidati dal  generale Oudinot intendono riportare sul trono il papa.
Il popolo romano resiste. Garibaldi va loro in aiuto. Il 26 aprile 1849 si forma una brigata composta da due battaglioni con 300 uomini reduci da Venezia, 400 studenti universitari, 300 doganieri mobilizzati e 300 doganieri semplici per un totale di 2500 uomini (c’erano anche numerose donne di cui non tiene conto la numerazione ufficiale). C’era anche il cugino, dottor masi, nel ruolo di generale. E c’erano anche Luigi e Colomba.
Invano la madre di Colomba le scrive di allontanarsi da Luigi, lei risponde sempre con decise negazioni. Vinta la prima battaglia a Roma del 30 aprile, Colomba combatte nel VI battaglione Bersaglieri dell’esercito Sardo Piemontese comandato da Luciano Manara alla battaglia di Palestrina il 9 maggio e di Velletri il 18-19 maggio 1849 (1500 garibaldini tengono testa a 20.000 borbonici) contro le truppe borboniche guidate da Ferdinando II. Dimostra in queste occasioni grande coraggio, sangue freddo, valore e intelligenza, meritandosi l’elogio di Giuseppe Garibaldi e lo stupore della moglie di Garibaldi, che la ammira per la schiettezza del suo coraggio.

Morirà nell’assedio di Porta San Pancrazio sotto il fuoco dell’artiglieria francese, colpita in pieno da una palla di cannone , spirando tra le braccia del marito. Si racconta che mormorasse “viva l’Italia”.

Della  tragica fine scrive Giuseppe Garibaldi nelle sue Memorie:

« La palla di cannone era andata a battere contro il muro e ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era gettato sul cadavere e l’aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Porzi. Il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri e combattuto al suo fianco.

Fu sepolta inizialmente nella Chiesa di San Carlo ai Catinari. Nel 1941 le sue spoglie vennero traslate presso il Mausoleo Ossario garibaldino al Gianicolo.

 

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Foto: 1 – Busto di Colomba Antonietti al Gianicolo 2 – toponimo  traversa di lungotevere Raffaello Sanzio 3 – targa a Bastia Umbra, foto Paola Spinelli archivio Toponomastica femminile

Laura Levi

Ruth

Il 6 di Sivan è Shavuot* e nelle sinagoghe si legge il libro di Ruth

Ruth e Boaz, Chagall

Nel libro si racconta la storia di due donne: l’ebrea Noemi fuggita col marito e i figli a Moab spinta dalla fame, e di Ruth la moabita, che sposa uno dei figli di Noemi rimanendo presto vedova. Senza più mariti né figli Noemi torna a Betlemme e Ruth decide di “unirsi a lei” rompendo una tradizione che prevedeva il ritorno alla famiglia di  origine per le giovani vedove, e di entrare così a far parte del popolo ebraico.
È un testo moderno in cui si parla di fame, migrazioni, violenze, adesione a culture diverse, lavoratrici –  Ruth è una spigolatrice – donne che insieme riescono in una difficile resilienza. Ruth in seguito avrà figli e Noemi, grazie a lei, tramanderà il nome dei suoi figli.

Shavuot (settimane)  arriva  dopo sette settimane da Pesach, il 6 di Sivan.
Secondo il racconto biblico è proprio in quel giorno che Dio donò a Moshè le tavole della Legge. Gli ebrei le chiamano parole o diciture, non comandamenti, perché dicono e non comandano. Il decalogo è stato accettato liberamente dagli ebrei e rappresenta uno degli eventi più significativi della loro storia. Da un punto di vista religioso il popolo ebraico prese coscienza della propria funzione e della missione che gli era stata affidata dall’Eterno, da un punto di vista laico si può affermare che un popolo è libero solo quando si dà delle leggi e le rispetta.
Simbolo della festa sono i fiori, è solo a Shavuot che le sinagoghe sono ingentilite dai colori dei boccioli, e le primizie della terra. Si mangiano cibi a base di latte per ricordare la dolcezza delle leggi di Dio, per ricordarsi che la vita è più equa per tutti se c’è giustizia.

https://liberelaiche.wordpress.com/2013/08/21/atti-contro-natura/

http://www.iloveroma.it/articoli/challot.htm