Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: giugno, 2017

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Milano 28 giugno 1808, Milano 5 luglio 1871

Vogliano le donne felici ed onorate dei tempi avvenire rivolgere il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita e, ricordare con qualche gratitudine, i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità.

Cristina visse nel pieno del Risorgimento italiano, ebbe contatti con tutti i maggiori protagonisti dell’epoca, sovvenzionò insurrezioni. Poi ebbe una figlia e si separò molto presto dal marito Belgiojoso. Organizzò un battaglione a Napoli per contribuire alle Cinque Giornate di Milano, diresse gli ospedali a Roma durante gli scontri del 1849, corrispose con Carlo Alberto e con Napoleone III; tenne salotti a Parigi con ospiti illustri e le furono attribuiti amori con poeti, storici e musicisti; si avventurò da sola in Oriente dove organizzò una comunità agricola partendo dal nulla. Nel 1855 tornò a Locate, alle porte di Milano, dove iniziò a costruire asili e scuole e dove rivoluzionò il paese, portandolo ad un livello sociale molto al di sopra della situazione tipica di quel periodo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Trivulzio_di_Belgiojoso

 

Le Mille, i primati delle donne, a cura di Ester Rizzo Navarra editore, pag. 336

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Già luglio

foto di Gabriella Cabrini

“Il confine orlato di luce a oriente era luglio,
perché giugno se n’era andato via quella notte”

Steinbeck – L’inverno del nostro scontento

Agi Mishol

Le poesie di Agi Mishol sono molto popolari in Israele. “Oche” è stata affissa su un muro dell’Università di Tel Aviv

 

Epstein, il mio insegnante di matematica,
amava chiamarmi alla lavagna.
Diceva che la mia testa andava bene giusto per portare
un berretto.
Diceva che un uccello con un’intelligenza come la mia
sarebbe volato all’indietro.
Mi mandò a pascolare le oche.

Adesso, a distanza di anni da quella frase,
quando siedo sotto la palma
con le mie tre belle oche,
penso che forse allora aveva visto giusto,
il mio insegnante di matematica,
e aveva ragione lui,

perché non vi è nulla che mi renda più felice
del guardarle ora
avventarsi sul pane sbriciolato,
agitare la coda felice,
arrestarsi per un attimo in silenzio
sotto le gocce d’acqua
con cui le spruzzo
dalla canna,
drizzare il capo mentre il corpo
si tende come memore
di laghi lontani.

Il mio insegnante di matematica è morto da un pezzo ormai
e morti sono anche i suoi problemi che non mi riuscì mai
di risolvere.
Mi piacciono i berretti,
e sempre la sera
quando gli uccelli fanno ritorno tra le fronde dell’albero,
cerco quello che vola all’indietro.

Agi Mishol
Ricami su ferro

https://en.wikipedia.org/wiki/Agi_Mishol

https://www.ibs.it/ricami-su-ferro-libro-agi-mishol/e/9788880576846?inventoryId=61924689

Amy Winehouse

 

Londra, 14 settembre 1983, 23 luglio 2011

 

Amy Winehouse era nata a Londra il 14 settembre 1983 in una famiglia ebraica; suo padre, un tassista di origine russa, aveva avvicinato la futura cantante al jazz e più in generale alla musica fin da bambina, tanto che all’età di soli dieci anni la piccola Amy ed una sua amica fondano il gruppo rap amatoriale Sweet’n’Sour, descritto poi da Winehouse come la versione “bianca ed ebraica” delle Salt-n-Pepa.
Ma la stessa cantante ha sempre rappresentato tale versione del jazz, con questa sua voce bella e dannata, proprio come lei; tanto da farla paragonare a dei giganti della musica, come Aretha Franklin.
Back to Black, l’ultimo album di Amy Winehouse, aveva fatto ottenere alla cantante nel 2006 cinque Grammy Awards, tra i quali quello come best new artist e quello come disco dell’anno, meta che non era mai stata raggiunta da alcuna cantante inglese.
Proprio in quest’album  Winehouse, incidendo Rehab, aveva scritto “hanno provato a farmi andare in riabilitazione / ma io ho detto no, no, no”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Amy_Winehouse

 

La statua in Camdem Town

 

 

 

ACQUA

Colomba Antonietti, l’eroina romantica

La bara era coperta di corone di rose bianche e dalla sciarpa tricolore. La musica militare suonava l’inno funebre dei martiri d’Italia. Chi per la patria muor vissuto è assai.


Bastia Umbra 19 ottobre  1826 – Roma 13 giugno 1849

Antonietti vive  a Foligno con la sua numerosa famiglia impegnata presso il forno municipale nella panificazione e nella produzione dolciaria.
Accanto al forno è stanziato il Corpo di Guardia della guarnigione pontificia (all’epoca l’Umbria apparteneva allo Stato Pontificio), dove presta servizio il cadetto conte Luigi Porzi di Imola.
Lei è appena diciottenne, alta, snella, denti bianchi e regolari (una rarità per l’epoca), occhi e capelli nerissimi, tanto ricciuti da essere ribelli a qualsiasi acconciatura; lui è di poco più grande, tenente delle truppe pontificie e discendente da una nobile famiglia.
Luigi, per poter frequentare la casa dell’amata, cerca di rendersi amico della madre di Colomba, ma presto i due giovani devono affrontare le resistenze di entrambe le famiglie che non vedono di buon occhio la relazione tra due persone di classi sociali così distanti.
Colomba e Luigi riescono a sposarsi all’una di notte in gran segreto nella Chiesa della Misericordia il 13 dicembre 1846. Sono testimoni il sacrestano e un conoscente di Luigi; l’unico familiare presente è il fratello di Colomba, Feliciano, che l’accompagna all’altare.
Naturalmente tutto era stato fatto nell’ombra e Luigi Porzi non aveva chiesto l’autorizzazione alle superiori autorità militari come invece prevedeva il regolamento, sperando che la notizia non sarebbe trapelata.  Ma trapela. Gli sposini partono per Bologna dove vanno a visitare la madre di Luigi e quando torna presso la sua guarnigione, Luigi viene arrestato e recluso in Castel Sant’Angelo, costretto a scontare tre mesi di carcere.

Colomba lo segue a Roma  – grazie al comandante del forte Cenci-Bolognetti – le è concesso di stare insieme al marito dall’alba al tramonto, rendendo meno dura la punizione con lunghe passeggiate.
La prigionia intanto sviluppa nel giovane tenente e in Colomba l’odio per l’oppressione e i due si avvicinano poco alla volta alla causa dell’indipendenza nazionale, di cui testimoniano le lettere scritte dalla giovane alla famiglia. Colomba dorme da  parenti della madre che abitano nel quartiere di Trastevere. Pio IX aveva da poco fatto marcia indietro sulle promesse riforme , e tutto il quartiere è percorso da fermenti rivoluzionari. La delusione fa crescere l’insofferenza. Colomba in quelle strade probabilmente frequenta il rivoluzionario Angelo Brunetti, più noto come Ciceruacchio, e il cugino Luigi Masi, medico, amico e segretario del nipote di Napoleone, attivo nell’ambiente patriottico romano, Giuditta Tavani Arquati e il marito.
In autunno, il battaglione di Luigi è trasferito ad Ancona e Colomba segue il marito. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza nel marzo 1848 anche lo Stato Pontificio partecipa alle ostilità contro l’Austria formando un corpo di spedizione diretto al nord. Luigi si arruola volontario alle truppe guidate dal generale Durando per la liberazione di Venezia.
Colomba fa la sua scelta:, mette mano ad ago e filo, ripara una divisa vecchia del marito, si taglia i bellissimi capelli neri e adesso anche lei indossa l’uniforme da bersagliere per combattere in Lombardia e in Veneto a fianco del suo Luigi. A nulla valsero le voci di chi intendeva dissuaderla, Colomba non aveva paura delle marce, della fatica, della battaglia. “Avrei più paura a non sapere dove sei, sono forte più di tanti uomini, sono convinta, perché non posso fare la mia parte?” Pio IX però ci ripensa. Intende evitare uno scisma religioso con uno stato cattolico come l’Austria e si ritira. Alla notizia dell’armistizio che il Papa indice il 29 aprile , c’è confusione e disorientamento tra i soldati e la truppa si disperde. Luigi e Colomba marciano fino a Ferrara dove il cugino medico, il dottor Masi, il cugino, per niente entusiasta del travestimento di Colomba, cerca invano di trattenerla.
Luigi e Colomba partono. Tornano a Roma, dove aderiscono alla Repubblica Romana, proclamata solennemente il 9 febbraio 1949.
I francesi, guidati dal  generale Oudinot intendono riportare sul trono il papa.
Il popolo romano resiste. Garibaldi va loro in aiuto. Il 26 aprile 1849 si forma una brigata composta da due battaglioni con 300 uomini reduci da Venezia, 400 studenti universitari, 300 doganieri mobilizzati e 300 doganieri semplici per un totale di 2500 uomini (c’erano anche numerose donne di cui non tiene conto la numerazione ufficiale). C’era anche il cugino, dottor masi, nel ruolo di generale. E c’erano anche Luigi e Colomba.
Invano la madre di Colomba le scrive di allontanarsi da Luigi, lei risponde sempre con decise negazioni. Vinta la prima battaglia a Roma del 30 aprile, Colomba combatte nel VI battaglione Bersaglieri dell’esercito Sardo Piemontese comandato da Luciano Manara alla battaglia di Palestrina il 9 maggio e di Velletri il 18-19 maggio 1849 (1500 garibaldini tengono testa a 20.000 borbonici) contro le truppe borboniche guidate da Ferdinando II. Dimostra in queste occasioni grande coraggio, sangue freddo, valore e intelligenza, meritandosi l’elogio di Giuseppe Garibaldi e lo stupore della moglie di Garibaldi, che la ammira per la schiettezza del suo coraggio.

Morirà nell’assedio di Porta San Pancrazio sotto il fuoco dell’artiglieria francese, colpita in pieno da una palla di cannone , spirando tra le braccia del marito. Si racconta che mormorasse “viva l’Italia”.

Della  tragica fine scrive Giuseppe Garibaldi nelle sue Memorie:

« La palla di cannone era andata a battere contro il muro e ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era gettato sul cadavere e l’aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Porzi. Il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri e combattuto al suo fianco.

Fu sepolta inizialmente nella Chiesa di San Carlo ai Catinari. Nel 1941 le sue spoglie vennero traslate presso il Mausoleo Ossario garibaldino al Gianicolo.

 

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Foto: 1 – Busto di Colomba Antonietti al Gianicolo 2 – toponimo  traversa di lungotevere Raffaello Sanzio 3 – targa a Bastia Umbra, foto Paola Spinelli archivio Toponomastica femminile

Laura Levi