Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: ottobre, 2013

Addio a un “mite giacobino”

E così se ne è andato anche Gigi Magni. E con lui se n’è andata una voce che gli appassionati della libertà e della democrazia non potranno non rimpiangere. In una vita di cinema ha messo al centro di una riflessione colta e politicamente colorita non semplicemente Roma, come una certa retorica semplificatoria (e forse volutamente semplificatoria) cerca di far credere in queste ore; ma bensì la Repubblica Romana, quella straordinaria avventura del 1849 che rappresenta la pietra di paragone della storia d’Italia, il rimpianto costante per ciò che poteva essere e non è stato, il rimprovero fastidioso per le cattive coscienze che hanno svenduto gli ideali del Risorgimento. Già, il Risorgimento. Magni ha orgogliosamente riproposto i valori e le idee dei decenni del riscatto dal servaggio italiano, ma non dal punto di vista dei vincitori, di ciò che è stato possibile con la conquista regia. Lo ha fatto con gli occhi e la passione dei giacobini dei decenni precedenti l’accomodamento unitario, recuperando la radice vera della riscossa risorgimentale, che era liberale molto più che nazionale, come ci ha insegnato in un fondamentale volume del 1944 un intellettuale e politico acuto e ormai dimenticato come Egidio Reale (Le origini dell’Italia moderna, Zurigo, Gilda del libro). I giacobini dei film di Magni, i protagonisti di capolavori come Nell’anno del Signore, Nel nome del Papa Re, Nel nome del popolo sovrano, sono il suo vero lascito culturale prima ancora che cinematografico; non romani, o comunque non necessariamente romani, ma liberali e anticlericali che si muovono sullo sfondo dell’autoritarismo papalino, che vivono a Roma l’epopea della Repubblica o il sogno rivoluzionario della libertà e della democrazia. Come nella storia perdenti, ma mai umiliati, orgogliosamente fermi alla loro battaglia. E la Costituzione del 1849, la prima scritta da una Assemblea Costituente eletta a suffragio universale, coi suoi principi di libertà e democrazia, con la separazione dei poteri, con l’abolizione della pena di morte e della tortura, con la laicità e la libertà di culto, con la libertà di opinione e l’abolizione della censura, con la riforma agraria, con i diritti delle donne e il matrimonio civile, è a sua volta la protagonista, ora esplicita, ora sottintesa, dei suoi film. C’è un fondo di amarezza in tutti i film di Magni, di disillusione sugli italiani e sulla loro capacità di vivere la politica, che è a un tempo giustificata da questa passione per gli sconfitti della storia, ma almeno altrettanto da una insoddisfatta passione per l’attualità, da un evidente dolore per l’immaturità democratica di un Paese che non riesce proprio a dimostrarsi all’altezza dei giacobini che l’hanno sognata e poi unita. E questa sensibilità lo ha fatto amare dai tanti che a quella storia intendono testardamente riallacciarsi. Magni è stato il cantore dei loro ideali e della loro storia, e oggi loro ne piangono la scomparsa.
Non era democraticismo di maniera, quello di Magni. Non vi è mai stata traccia di populismo né di ingenuità nei suoi film. Semmai, al contrario, c’è sempre stata seria consapevolezza minoritaria, lucida coscienza dei nostri limiti di popolo immaturo, arrivato troppo tardi all’unità, alla democrazia, alla modernità.
Tanti di noi, nel commentare l’attualità, sentono ancora salire alle labbra le parole amare che Magni mette in bocca a Robert Hossein che impersona il Montanari giustiziato assieme a Targhini da Mastro Titta nelle scena finale de Nell’anno del Signore: “Bonanotte, popolo”.
Addio, Magni, buona notte a te. Forse questo popolo non si sveglierà mai; ma ci saranno sempre quelli che conserveranno la passione cantata nei tuoi film:
“La bella ch’è prigioniera
Ha un nome che fa paura
Libertà, libertà, libertà”
Giovanni Vetritto 

– See more at: http://www.criticaliberale.it/settimanale/171961#sthash.UDfJDJVN.dpuf

http://www.youtube.com/watch?v=mQvQ0ld8d1w

http://www.lascatolachiara.it/articoli/romadimagni.htm

UTILE DOSSIER SUL NEGAZIONISMO

http://moked.it/files/2013/10/DOSSIER-dibattito-legge-negazionismo-29-10-13-1.pdf

Perché ricordare Giuditta Tavani Arquati

Venerdì 25 ottobre alle ore 16.00 in Via della Lungaretta, l’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati insieme all’Amministrazione capitolina ricorderà il sacrificio dell’eroina romana.  Ricorderanno la figura di Giuditta Antonia Sani e Claudio Fracassi insieme ad un delegato del Sindaco di Roma.  Ci sarà anche la banda della polizia municipale. 

il comunicato qui http://www.italialaica.it/news/48419

Negli anni anni intercorsi dal 25 ottobre 1867 siamo sicuri che i diritti di libertà abbiano compiuto passi decisamente in avanti nel nostro Paese? Siamo convinti che il potere reale del papa-re sia stato definitivamente sconfitto e con esso tutti i gravissimi errori che partono dal 29 febbraio 1929, poi confermati nello sciagurato articolo 7 della Costituzione repubblicana e ribaditi nell’incompiuta revisione del concordato del 1985?
Assistiamo con preoccupazione alla continua rincorsa di forze politiche e dei volenterosi media alle tesi del papato. 
Anziché assistere al posizionamento adeguato degli insegnamenti della parte migliore del Risorgimento, fra cui emergono le figure di Tavani Arquati tra Mazzini e Garibaldi, rileviamo che si lavora per inserire la storia nelle nebbie della memoria: restituzione maggiorata con gli interessi  del potere del papa-re.

Date e celebrazioni come questa del 25 ottobre meritano di essere ricordate. E a Roma è molto importante perché è qui che fin dal 1840 si sono espressi i primi moti di ribellismo al soffocante totalitarismo pontificio. tf

leggi sulla figura di Giuditta Tavani Arquati qui  https://liberelaiche.wordpress.com/2013/10/20/giuditta-tavani-arquati-la-nostra-eroina/

la coperta di Laura, Giancarlino Benedetti Corcos

la coperta di Laura, Giancarlino Benedetti Corcos

 

Giuditta Tavani Arquati, la nostra eroina

Venerdì 25 ottobre alle ore 16.00 in Via della Lungaretta, cerimonia per il 146° anniversario dell’uccisione di Giuditta Tavani Arquati. Saranno presenti rappresentanti dell’Amministrazione capitolina oltre ai membri della storica Associazione Giuditta Tavani Arquati 

Straordinaria donna caduta per la libertà di Roma dall’ormai agonizzante regno temporal-secolare del papa-re il 25 ottobre del 1867. Giuditta fu il vessillo di una parte, minoritaria, ma presente, della popolazione romana ansiosa di liberarsi dall’ormai cadaverico regno di Pio IX. Una monarchia assolutista, sanguinaria, feroce con gli ebrei, che si reggeva soltanto perché così voleva Napoleone III, imperatore di Francia. Gli chassepots d’oltralpe erano riusciti a sconfiggere Garibaldi a Mentana e, il governo del neo regno d’Italia, dopo le sconfitte patite in mare a Lissa e in terra a Custoza, non era nelle condizioni migliori per tentare il colpo grosso di entrare a Roma. Il Veneto era stato appena passato dall‘Austria alla Francia e da questa all’Italia. L’imperatore francese in quel momento era un buon amico dell’Italia ma teneva incollata la mano sul Vaticano. Purtroppo le attese dei Patrioti romani andarono deluse perché la gran parte del popolo non si mosse neppure quando Garibaldi era sotto le mura di Roma. Ma vendettero cara la pelle: come non ricordare il sacrificio dei fratelli Cairoli e quello degli ultimi condannati a morte, Monti e Tognettiper mano del boia pontificio Mastro Titta? Accanto a loro emerse prepotentemente Giuditta Tavani Arquati, erede di una delle poche famiglie romane di orientamento mazziniano e, dunque, repubblicano.
Una piazza di Trastevere è a lei dedicata; in via della Lungaretta, al civico 96 c’è la lapide che ricorda l’episodio: è casa Ajani, già sede del lanificio omonimo in cui, asserragliata con il marito e altri patrioti, si difese, pure essendo incinta, sparando contro le guardie pontificie che, grazie ad una soffiata, avevano sorpreso i rivoluzionari. Cadde trafitta da un colpo di baionetta mentre, pistola in mano, difendeva strenuamente le sue idee di libertà. La storica Associazione a lei dedicata, ogni 25 la ricorda. Questa cerimonia, iniziata dall’amministrazione guidata dal sindaco Ernesto Nathan, interrotta negli anni del fascismo – in cui addirittura fu calcinata la lapide su espressa richiesta della Santa Sede – ricorda le radici risorgimentali di Roma. Tiziana Ficacci

leggi anche  https://liberelaiche.wordpress.com/2013/09/15/verso-il-20-settembre/

Michela, di Giancarlino Benedetti Corcos

Michela, di Giancarlino Benedetti Corcos

Il nostro ragazzo

 

… Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria (P. Levi, Se questo è un uomo)

Cristian D’Alessandro è il giovane attivista di Greenpeace  detenuto nelle carceri russe insieme ai suoi colleghi europei. La vicenda è nota: nelle acque territoriali russe gli attivisti hanno circondato una petroliera ritenuta inquinante. Il Tribunale di Murmansk ha rinviato qualsiasi discussione al 24 novembre ma i media parlano insistentemente di una pena di parecchi anni per lpirateria. Apparentemente l’Italia se ne frega del giovane D’Alessandro che – ognuno è libero di giudicare le azioni di Greenpeace http://www.greenpeace.org/italy/it/ – sicuramente non ha compiuto gesti di guerra. Triste se si pensa alla sorte dei suoi colleghi che sono circondati dallo sconcerto dei loro paesi e sostenuti dalle azioni dei governi e dalle manifestazioni di protesta dei cittadini. Nessun partitocrate italiano è ancora andato col fiocco giallo a fare il giro delle sette chiese tv. Bonino ha ricevuto i familiari, ma mancano quelle azioni e quella mobilitazione che – ad esempio – hanno avuto i due fucilieri della Marina detenuti in India. Eppure D’Alessandro è carcerato in Russia, paese che ignora la parola democrazia come ci ha mostrato il caso delle Pussy, di Kodorkosky della persecuzione di omosessuali e migranti… I due marò – che hanno pieno diritto ad un giusto processo – sono in India, paese che dalla dura esperienza del colonialismo britannico ha trattenuto il meglio, cioè un sistema giudiziario equilibrato. Non dimentichiamo poi che i militari italiani hanno agito come se fossero in guerra, e di questo grave incidente noi tutti dobbiamo ringraziare il già ministro della Difesa La Russa che in pieno delirio sicurtario volle soldati pagati dallo Stato su mercantili navi da crociera e a presidio di sonnacchiose ambasciate.

Un altro nostro ragazzo morto un bel po’ di anni fa è stato dimenticato dal suo Paese. E’ il giovane Marco Moscati, http://marioavagliano.blogspot.it/2011/03/fosse-ardeatine-identificate-altre-due.html partigiano di Bandiera rossa, trucidato alle Fosse Ardeatine, rimasto senza nome fino a qualche anno fa e identificato solo grazie al dna dei suoi famigliari e a una accurata ricerca storica. .Ebbene, nella sua  cittadina ,Albano Laziale, ieri è stato accompagnato il feretro di Priebke. Pare equo prendere atto che in modo irreversibile è finito il trito mito del bravo italiano. Ma ci secca un po’ riconoscerlo perché ammetterlo ci obbliga ad assumerci le responsabilità di quel che facciamo. Tiziana Ficacci

il nostro ragazzo http://www.agi.it/l-aquila/notizie/201310150916-cro-rt10044-antonio_russo_radicali_commemorano_oggi_giornalista_scomparso

 

I lefevriani, scelti per la cerimonia funebre del nazista

Diventando papa, Benedetto XVI ha tentato di riportare la Chiesa sulla via della tradizione. Prima mossa è stata la restaurazione della Messa Tridentina in latino, abolita dal Concilio Vaticano II. Il 7 luglio 2007 il Segretario di Stato ha pubblicato il Motu Proprio, documento scritto e firmato dal papa,  reintroducendo l’uso della messa latina di papa Pio V (1566-1572).  Con questo atto Benedetto XVI ha inteso riportare all’interno della Chiesa la confraternita di san Pio X, fondata nel 1970 a Econe (Svizzera) dal vescovo Marcel Lefebvre in rifiuto del Concilio Vaticano II.  Lefebvre venne sospeso a divinis da papa Paolo VI.  Nonostante la sospensione Lefebvre consacra quattro vescovi aprendo lo scisma e viene scomunicato. Per i lefebvriani  gli ebrei rimangono deicidi, ed educano i loro fedeli all’antisemitismo che considera gli ebrei responsabili dell’uccisione di Gesù. La preghiera del venerdì santo sugli ebrei è stata modificata più volte. Nel 1959 papa Giovanni XXIII decise di abolire l’aggettivo perfidus in relazione agli ebrei. Papa Paolo VI  introduce la preghiera in italiano e introduce una condanna dell’antisemitismo. Benedetto XVI il 4 febbraio 2008 modifica la preghiera del venerdì santo cancellando due volte l’aggettivo perfidus in relazione agli ebrei, ma con la conservazione del passo che esorta gli ebrei a riconoscere Gesù Cristo.  Secondo rav Riccardo Di Segni è la prova del “ritorno della speranza di conversione degli ebrei” come previsto nel testo pre-conciliare.  Benedetto XVI il 25 gennaio 2009 dice: “Nel caso di san Paolo alcuni preferiscono non usare il termine conversione perché era già credente, era un ebreo fervente, dunque non passò da una condizione di non fede a una condizione di fede, dagli idoli a Dio, e non dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo”.  Per Benedetto XVI il giudaismo non è una fede separata ma una fase antica della storia del cristianesimo.  Il 21 gennaio 2009 il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione episcopale  revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani  guidati da mons. Bernard Fellay superiore generale della confraternita di san Pio X. La questione divenne di interesse mediatico quando uno dei quattro, il vescovo inglese Richard Williamson  rilasciò una intervista alla televisione svedese andata in onda il 22 gennaio 2009 in cui negava la Shoah; il Vaticano non chiese a Williamson di ritrattare le sue dichiarazioni. Un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II “autorizzando”  contemporaneamente la negazione della Shoah. Molte dichiarazioni di condanna vennero pronunciate da confraternite episcopali (in Germania, Austria, Francia, Svizzera). La cancelliera Angela Merkel accusò apertamente il papa di avere dato il permesso di negare la Shoah, aggiungendo che il Vaticano non aveva ancora prese adeguate posizioni sull’olocausto.  Il 4 febbraio 2009 il Segretario di Stato vaticano finalmente intervenne  dicendo che il papa aveva voluto soltanto eliminare l’impedimento al dialogo con i 4 vescovi, ribadendo che il riconoscimento del Concilio Vaticano II è una condizione irrinunciabile per il riconoscimento della confraternita di san Pio X e che le posizioni di Williamson sulla Shoah sono inaccettabili.  Nel frattempo la superficialità della Chiesa rispetto alle posizioni negazioniste del vescovo inglese,  provocano forti reazioni nel mondo, più deboli in Italia, e viene diffusa la notizia che il papa non conosceva queste posizioni.  A distanza di alcuni mesi dalla revoca della scomunica, Williamson non ha ritrattato ma è rimasto dentro la Chiesa con funzioni non autorizzate di vescovo.  Il 10 marzo 2009 Benedetto XVI ha fatto un gesto inconsueto e coraggioso inviando una lettera a tutti i vescovi per spiegare il suo comportamento  e riconoscendo che questa sua disattenzione aveva messo a rischio i rapporti con gli ebrei e la pace all’interno della chiesa. Comunque, è rimasta la remissione della scomunica ai quattro vescovi perché, ha ricordato il papa, non si può rimanere indifferenti ad una comunità che ha 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 università, 117 confratelli, 164 consorelle e migliaia di fedeli. tf

 

Cento anni di troppo

“A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti, o Pindemonte; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta”, scriveva nei Sepolcri Ugo Foscolo. Ed è proprio per questo che è giusto negare alla salma di Priebke la sepoltura in questa città. Perchè, lungi dall’essere forte, ha assassinato e fatto assassinare tanti uomini di questa città. Perchè ha continuato fin oltre la morte a presentare la sua opera come giusta. Perchè non deve essere un modello per nessuno degli abitanti di questa città. Perchè la sepoltura nella città da lui ferita a morte settant’anni fa sarebbe un “pubblico scandalo”, e in quanto tale la Chiesa, con un gesto straordinariamente importante, gli ha vietato la sepoltura religiosa.Che il corpo di Priebke debba essere sepolto, è ovvio. Ma non qui, non in mezzo ai figli e nipoti delle sue vittime, non fra il clamore dei suoi ammiratori. In silenzio, senza chiasso e senza pubblicità, con il riserbo che dovrebbe circondare la morte di un criminale come lui. A cui fin troppo abbiamo consentito finchè era in vita di parlare, rilasciare interviste, muoversi nella città. Anna Foa, storica

Le foto lo ritraggono sorridente, con o senza una divisa, nel secondo caso quella delle SS, con un sorriso non si sa quanto sincero. Poco importa, peraltro. Sembra comunque soddisfatto di sé. Se non vestisse l’uniforme delle SS si potrebbe dire di lui che è uno dei tanti giovani di “buone speranze” come ogni epoca ci consegna. Dopo di che le cose non stanno così. Il caso ha voluto che venisse a mancare pochi giorni prima del settantesimo anniversario del rastrellamento e della razzia ai danni della comunità ebraica di Roma, avvenuti l’uno e l’altra il 16 ottobre 1943. Da quel momento, anche se nel nord dell’Italia le stragi contro gli ebrei italiani erano già iniziate da sé, in maniera per così dire spontanea”, senza una precisa organizzazione, che sarebbe poi invece subentrata con le deportazioni sistematiche, anche il nostro Paese conobbe la tragedia della Shoah. La morte del centenario Erich Priebke, uno degli artefici attivi, partecipi e consapevoli di questo immane abominio, non ci coglie alla sprovvista. Non solo per un fatto anagrafico ma anche e soprattutto morale e culturale. Il ruolo dell’SS-Hauptsturmführer nella politica di persecuzione dell’ebraismo italiano e di repressione dell’opposizione politica e combattente, è fatto oramai sufficientemente noto per essere ancora una volta descritto per filo e per segno. Non ne fu comunque la sola architrave, essendo invece l’una e l’altra consegnate ai suoi superiori, tra i quali il generale Karl Wolff, intimo di Himmler, il suadente e seduttivo colonnello Eugen Dollman, l’ambiguo e poliedrico tenente colonnello Herbert Kappler, insieme ad altri ancora, più o meno rozzi e brutali o sofisticati e raffinati omicidi. Talenti criminali, sotto la copertura di uno Stato assassino, all’interno di una gerarchia solida. Priebke appartiene, per sua natura, in quanto subordinato, alla categoria dei solerti e convinti esecutori. Il fatto che nella monumentale e decisiva monografia che lo storico Lutz Klinkhammer dedica alla “Occupazione tedesca in Italia, 1943-1945”, editata in tedesco nel 1993 e in lingua italiana due anni dopo, il suo nome occupi una sola citazione, in nota, la dice lunga non tanto sul ruolo di questo triste personaggio quanto sull’articolazione complessa, stratificata e quindi plurale, degli apparati di oppressione tedeschi nella nostra penisola in quei terribili venti mesi di occupazione. Soprattutto, sulla loro determinazione nel raggiungere gli obiettivi che si erano dati: contenere l’avanzata alleata, sfruttare allo spasimo il potenziale produttivo italiano pro domo propria, dominare e comprimere la reazione della Resistenza, mantenere i propri nemici a distanza di sicurezza dai confini del Grande Reich, procedere nella distruzione dell’ebraismo peninsulare. Il capitano delle SS era una rotella in questo gigantesco e rodato ingranaggio. Per più aspetti un comprimario, non il regista. Questo, tuttavia, nulla toglie alle sue decisive responsabilità, nonché alla sua completa, totale, integrale compromissione personale con la politica omicida perseguita dal Terzo Reich. Ma ci invita – ed obbliga – a contestualizzarla. Poiché Priebke, che partecipò all’eccidio delle Ardeatine e poi, nei mesi successivi, alle azioni di persecuzione sanguinosa del partigianato, fu non solo un agente della repressione ma soprattutto un simbolo della violenza nazista nel suo quotidiano esplicarsi. Il prototipo non del mostro ma del funzionario della morte. Altro discorso ancora sono le sue personali vicende giudiziarie, in sé tortuose, quando, nel novembre del 1995, fu prima estradato in Italia e poi rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea. Imputato di “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani” proprio il vile massacro di 335 nostri connazionali il 24 marzo del 1944 alle Ardeatine, si vide, due anni dopo, immeritatamente condonare l’imputazione dal Tribunale militare per intervenuta prescrizione. Fu a partire da questa deliberazione, vivacemente e attivamente contestata dalla Comunità ebraica di Roma, in ciò sostenuta non solo dall’ebraismo italiano nel suo insieme, ma da tutti i democratici, che la modesta figura di Priebke acquisì una qualche notorietà pubblica di ritorno, catalizzando, non importa quanto a torto o a ragione, le colpe non solo sue ma di tutto l’apparato di repressione nazista e fascista: Kappler, Wolff, Kesserling e tutti gli altri, registi della morte collettiva, nel mentre erano già scomparsi o avevano falsamente emendato le loro responsabilità. Sta di fatto che la Corte di Cassazione dispose un nuovo processo che, nel 1998, si tradusse, per il tramite della deliberazione della Corte d’appello militare, nella condanna all’ergastolo, sentenza poi confermata nell’autunno del 1998 dalla Cassazione. Tale decisione non fu priva di contestazioni e distinguo, come quelli espressi allora da Indro Montanelli e poi da Vittorio Feltri. Ripetuti, in questi giorni, sia pure con una cautela che allora sembrò mancare, da Mario Cervi. Si metteva in evidenza, allora, che un giudizio così severo non potesse essere il risultato di una pressione popolare ma dovesse confrontarsi con elementi oggettivi, come la catena di comando, di cui il capitano delle SS era definito come un anello intermedio e subordinato. I motivi per cui i critici propendevano per una maggiore duttilità nei riguardi del subalterno erano i medesimi per cui i “colpevolisti” ritenevano che Priebke dovesse rispondere, una volta per sempre, delle sue personali colpe ma anche, in qualche modo, di quelle altrui. Poiché, se è vero che la responsabilità penale è sempre individuale, non di meno in un circuito criminale come quello nazista, strenuamente politico, sussiste un effetto di traslazione, non facilmente riconducibile al solo singolo. In quanto il livello del giudizio, nel processo di corresponsabilizzazione e di attiva partecipazione, supera la configurazione dei concreti delitti delle persone in quanto tali, per rinviare ad una vera e propria associazione a delinquere, dove l’agire altrui si riflette immediatamente sull’azione propria. Ma il problema, evidentemente, non era solo giuridico bensì politico, poiché intorno alle vicende di Priebke si sono raccolti e agglutinati segmenti significativi della destra estrema, nuova a vecchia, capitolina e non. Di fatto, l’anziano “militare politico”, fino al giorno della sua morte, ha raccolto le impudiche simpatie di neonazisti, fascisti e presunti “libertari”. In queste ore ne abbiamo manifestazione ripetuta. Si può stare certi che costoro, anche a esequie avvenute, celebreranno non solo la sua triste memoria ma anche il suo presunto lascito, quello a seguire alla sua scomparsa, laddove diranno che se muore l’uomo non muore l’“idea”. Poiché il capitano delle SS-SD (il secondo il servizio di sicurezza delle prime), è divenuto un simbolo non solo per le vittime ma anche e soprattutto per i sostenitori della carneficina, ovvero della sua liceità, nel nome di vecchie e nuove follie. Piace a molti la sua centenaria esistenza, come se si trattasse di una quercia, simbolo della forza e dell’integrità. Non morale bensì amorale, ovvero basata sulla capacità di mettere tra parentesi la propria coscienza, post-ponendola alle priorità di un regime, quello nazista, che si voleva millenario perché capace di fare a meno della integrità dei singoli. Piace a molti poiché assolve i suoi non pochi estimatori dall’ingombro di avere una coscienza, quella di doversi confrontare con un’etica della responsabilità che sembra essere di nuovo divenuta, soprattutto in questi ultimi tempi, una merce assai rara. Priebke è morto così come è vissuto, da impenitente nazionalsocialista. Ce ne faremo una ragione. Non ci troveranno impreparati, tuttavia, la prossima volta.
Claudio Vercelli per http://www.moked.it 

bella intervista a Tobia Zevi http://80.241.231.25/ucei/PDF/2013/2013-10-13/2013101325776296.pdf

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_ottobre_14/gli-studenti-stupore-storia-troppi-non-sanno-nulla-dell-ss-priebke-0a3a95a0-34a3-11e3-b0aa-c50e06d40e68.shtml

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=88410&typeb=0&Priebke-Fuhrer-di-cazzari-e-negazionisti

http://www.blogo.it/news/politica/redazione/53889/erich-priebke-marino-non-lo-vuole-e-il-vaticano-si-divide-pericolo-discesa-di-neonazi-a-roma/

MACRO, installazione

Cose di cui non parliamo

Non ho tempo per scrivere con calma, ma TRE quesiti li pongo alla vostra attenzione. Perchè Rodotà Camusso Fo e la solita compagnia di giro firmano il documento lanciato da Repubblica sulla cancellazione della Bossi-Fini e non hanno firmato il referendum proposto dai radicali che poneva quel quesito?  E ancora, Letta ha chiesto il funerale di Stato per i morti di Lampedusa. Sarà l’ora che vedremo un funerale di Stato fuori dalla chiesa? Officerà Napolitano o Sua Banalità?   E infine, arriverà mai la telefonata di Bergoglio alla Cei per intimargli di pagare l’imu sui loro immobili usati per il lusso?

Immagine 108

Odissea. Giancarlino Benedetti Corcos

Odissea. Giancarlino Benedetti Corcos

Questo raggio che obliquo ti ferisce è ancora giovinezza, ancora, ancora (Attilio Bertolucci) ° Numerosi esperti prevedono che tra 20 – 30 anni, potrebbe verificarsi un terremoto spaventoso nell’area urbana di Tokyo, e tuttavia gli abitanti continuano a condurre una vita normale. Perché non impazziscono di terrore? In giapponese abbiamo un termine, mujò, per indicare che non vi è nulla di permanente a questo mondo, che ogni cosa è transitoria. Tutto ciò che esiste si estingue, tutto muta costantemente. Non esiste alcun equilibrio eterno, non vi è nulla di sufficientemente immutabile in cui si possa riporre eterna fiducia. Anche così noi giapponesi abbiamo saputo cogliere una forma di bellezza dentro questa rassegnazione. Se osserviamo la natura ammiriamo d’estate le lucciole e in autunno le foglie gialle dei boschi. Osserviamo ogni cosa con passione perché la bellezza svanisce in brevissimo tempo (Haruki Murakami)°  http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/781 °° Quando un vecchio si ammazza la prima cosa che si dice è che pativa la solitudine. E’ banale. Mio padre che ha superato i 90 da un bel po’ è amatissimo dai parenti e dagli amici. Sa che se morisse oggi, oggi io forse cadrei. Ma è troppo intelligente – la geriatra dice razionale – per accettare che la lentezza del corpo è slegata dalla sveltezza della mente. Mente a volte persa nei ricordi. Solo da poco mio padre mi ha raccontato con tanti particolari episodi successi 70 anni fa: le caserme di via Flaminia, gli americani a piazza Venezia, la villetta a via Paisiello, l’esserci nel cambiamento e un po’ di delusione per la sofferenza di quel lavoro non pienamente realizzato.  Dovremmo fermarci più spesso, anche nei momenti in cui ci sembra di essere più brillanti, a riflettere su questo per arrivare a una vecchiaia più rassegnata circondati dalle persone che amiamo e pronti a decidere la nostra fine con garbo. Commentando il suicidio del regista, mio padre ha detto che ci pensa, ma ci vuole coraggio. Le scelte di libertà sono complicate, ma non parlarne mai, nascondere la testa sotto il cuscino, non ci aiuta. tf

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/10/7/SUICIDIO-LIZZANI-Veronesi-la-vita-e-un-diritto-non-un-dovere-Si-all-eutanasia/433230/