Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: aprile, 2015

Il coraggio

 

Giancarlo Lo Porto è stato un uomo coraggioso. Certamente era consapevole dei rischi che correva lavorando in  Pakistan, ma – per alcuni  è incomprensibile per altri è motivo di ammirazione  –  avrà deciso di correrli per ragioni ideali, senso della giustizia, amore per l’equità, spirito d’avventura un po’. In sintesi estremissima un eroe che andrebbe ricordato con un applauso. Invece si preferisce piangerlo come vittima, con poche lacrime però, interessando piuttosto come polemizzare anche sul morto. Fosse stato considerato un eroe  andava ringraziato, da vittima ci si scatena su  chi i responsabili e perché. I soliti Stati Uniti banalmente chiamati padroni del mondo? L’insulso governo italiano che si fa mettere i piedi in testa dai padroni del mondo? Nessun dolore per un uomo che faceva un lavoro importante, meglio, molto meglio un responsabile nel governo come sempre si prova a fare al posto di parlare di cose serie. Beninteso anche il minuto di silenzio è solo ipocrisia e Giancarlo Lo Porto – posso solo supporlo ma ne sono piuttosto sicura – lo avrebbe trovato inutilmente ridicolo. E’ appena una settimana che sappiamo che è morto, e di lui la maggioranza non ricorda più il nome.

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Solo se serve

Le parole sono azioni e fanno accadere le cose…

Bisogna smettere di essere tolleranti con i facinorosi che dicono di muoversi in nome della Palestina e dei palestinesi. Senza tornare al ’48, è evidente che a differenza di tutti i popoli sradicati dalle loro terre settanta anni fa (peraltro assegnatagli dall’Onu ma ricusata) solo i palestinesi vivono ancora nei campi profughi. E non è un crimine degli israeliani – che pure hanno colpe a non tornare ai confini del ’67* – ma è responsabilità di tutte le potenze regionali che si servono delle loro sofferenze come pedine politiche. Se i fratelli arabi li avessero integrati, dandogli una casa e un lavoro, non ci sarebbe più stato il dramma palestinese da utilizzare quando serve. I palestinesi sofferenti sono utili, i palestinesi soddisfatti no.  Non si può più accettare che i palestinesi continuino ad essere strumentalizzati da facinorosi grossolani e molto ignoranti anche in Italia. Con questi sostenitori non avranno mai uno Stato né potranno emanciparsi. Sarebbe anche il caso di dire che chiunque si nasconda dietro il termine antisionista usasse il più giusto fascista e antisemita. L’antisionismo interpreta il ruolo di maschera presentabile di una avversione assai più profonda.

*I territori del ’67 sono quelli che lo Stato di Israele ottiene nel ’48, dopo che l’Onu decide di dividere l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei, con Gerusalemme città internazionale. Israele approva la soluzione delle Nazioni Unite e il presidente David Ben Gurion proclama l’indipendenza e la nascita dello Stato.  I palestinesi la rifiutano e con altri paesi arabi dichiarano guerra al neo Stato perdendola. Per gli israeliani è lo Yom ha Azmaùth (giorno dell’indipendenza) per i palestinesi è la Nakba (catastrofe). Con la risoluzione Onu Israele aveva metà del territorio mandatario,  dopo la guerra ne raggiunge quasi i ¾.  Questi ¾  (o Green line) sono i territori del ’67. Intanto Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania.  Anche durante la crisi di Suez (’56)  i confini restano invariati.  Durante la guerra dei Sei giorni (’67)  Israele occupa tutta l’attuale Cisgiordania , Gerusalemme, Gaza, il Golan e il Sinai.  Il Sinai verrà riconsegnato quasi subito, in cambio di un trattato di pace, all’Egitto. Le conquiste territoriali del ’67  non saranno riconosciute dall’Onu.  Le risoluzioni 242 e 338 chiedono il ritiro dai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48 (i ¾ ). Quei territori sono uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace (almeno da parte israeliana). Alla metà degli anni Novanta si registra  un significativo passo verso la pace:  fra il ’94 e il ’96 vengono redatti  gli accordi di Oslo con l’impegno di Israele a riconoscere la Palestina e la Palestina a riconoscere Israele. Le speranze muoiono con la bocciatura da parte palestinese della proposta di pace  di Camp David nel 2000 – c’era il presidente Usa Bill Clinton, il palestinese Arafat e l’israeliano Ehud Barak – e l’avvio dell’intifada. Le immagini che ricordiamo sono Arafat che scende dalla scaletta dell’aereo facendo il gesto della vittoria, le elezioni americane vinte anche per questa sconfitta da Bush, un cinismo tra gli israeliani che ha portato, quasi ininterrottamente, a governi molto litigiosi e di destra. Oggi i palestinesi sono allo sbando, gli israeliani sono in gran parte disillusi e stanchi preda di destra e populisti 

Da una parte i valori della Resistenza, la memoria necessaria per coltivare la democrazia che si possa distinguere e combattere il male dei nuovi razzismi e dell’antisemitismo risorgente. Dall’altra l’odio ideologico che obnubila le menti. In mezzo, ancora una volta, un paziente cordone di poliziotti. Di nuovo, piazza San Babila è stata scelta da uno sparuto gruppo d cosiddetti “filo-palestinesi” per tradurre in squadrismo ciò che nel conflitto mediorientale è la sacrosanta aspirazione a “due Stati per due popoli”. Ma il 70° della Liberazione sarà ricordato per una svolta, bella e profonda. Quell’immenso, caldo avvolgente applauso che ha accolto i vessilli della Brigata Ebraica. Ad applaudire, commossi, donne, uomini, militanti e dirigenti del Pd che ha chiesto di accompagnare – quasi abbracciare – chi tiene alto il ricordo dei 5.000 volontari che dalla Palestina si arruolarono nell’esercito britannico e vennero a combattere e a morire per la nostra libertà. In questo abbraccio festoso c’erano i nostri eroi. I partigiani di tante formazioni e diverse fedi, i militari di varie etnie, i deportati che sono tornati e quelli che non sono tornati. La Milano più vera. E quando gli odiatori ci hanno urlato addosso la loro ignoranza, un coro guidato dai ragazzi del movimento sionista socialista Hashomèr Hatzaìr ha risposto cantando Bella ciao. stefano.jesurum@gmail.com

Se in Italia muore un rabbino

 

Nei giorni scorsi è morto rav Elio Toaff, un grande italiano. Ma della sua lunga e interessante vita i media hanno deciso di raccontare solo l’incontro, pur importante, con un papa. Neanche davanti ad un uomo di così grande valore i  media vaticaliani sono stati in grado di togliersi gli occhiali del cattolicesimo, le uniche lenti con le quali filtrano il mondo. Molti commenti sarebbe stato meglio non averli sentiti, perché se una parola vale una moneta, spesso il silenzio ne vale due.

Con Elio Toaff si chiude il “secolo lungo”. Il secolo che ha contato i morti di due guerre mondiali, che ha visto mortificate le vittime delle leggi razziali, che ha conosciuto le atrocità del nazifascismo e dei campi di sterminio ma anche le speranze della Resistenza e della nascita dello Stato di Israele, uno Stato alla cui esistenza rav Toaff ha sempre tenuto. Un secolo letteralmente passato per il camino al quale però Elio Toaff ha sempre opposto una fiera resistenza. Un grande Maestro, questo è stato, ma soprattutto un gran combattente. Occhi sempre accesi da una curiosità innata e poi quel sorriso benevolo e accogliente. Il secolo lo attraversava e lui attraversava il secolo accettandone ogni sfida. Se n’è andato sfiorando i cento anni – una settantina meno di Abramo – e come Abramo se n’è andato lasciando aperta la sua finestra sul mondo. Lì, di fronte al Tempio Maggiore di Roma, alla comunità che tanto ha amato e che di un grande amore l’ha ricambiato nonché a chiunque – come lui – avesse avuto voglia di dialogare fuori dagli schemi. Classe 1915, rav Toaff nasce a Livorno e lì, sotto la guida del padre Alfredo – rabbino della città e grande cabbalista – studia al Collegio rabbinico ma nello stesso tempo frequenta la facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Pisa dove si laurea nel ’38. Scuole e università, in quel momento, vengono interdette agli ebrei, ma lui è in regola con gli esami e ce la fa. Per un soffio. E’ il primo soffio della sua vita. Subito dopo la laurea arriva ad Ancona dove viene nominato rabbino e dove vive dal 1941 al 1943. Non sono anni facili: abiure, paure e gente che scappa. Nelle sinagoghe si prega per la salute della Casa regnante. L’armonia tra la comunità ebraica e lo Stato italiano va tenuta salda. Ma il giovane Elio, non ancora trentenne, non ci sta. E’ una consuetudine che va abolita. E’ solo la sua prima alzata di testa. Dopo l’8 settembre, Elio Toaff, sua moglie Lia Luperini e il figlio Ariel scappano in Versilia. Siamo nei pressi e nei giorni di Sant’Anna di Stazzema dove le SS, in poco più di tre ore, massacrano 560 civili. Donne, bambini, anziani. Solo per caso Elio Toaff scampa alla fucilazione per mano nazifascista. E sceglie i monti, la Resistenza, il gruppo di Giustizia e Libertà. Continua ad alzare la testa e a combattere. Dopo la guerra tutto sembra calmarsi. Dal 1946 al 1951 diviene rabbino capo a Venezia dove, tra l’altro, insegna lingua e letteratura ebraica all’Università di Ca’ Foscari. Un uomo di studio e di riflessione, un Maestro cui ancora un volta affidarsi. Ma Elio Toaff non si ferma neanche stavolta. L’aliyah clandestina, l’immigrazione ebraica in Palestina, continua. Ed è rav Toaff a radunare e nascondere tutti in Laguna. Da lì, è certo, riusciranno a partire. A ricordarlo è Ada Sereni, cognata dell’allora ministro comunista dell’agricoltura Emilio Sereni. E’ il 1951 quando Elio Toaff approda a Roma. Dopoguerra, comunità ancora impaurita e allo sbando. E lui apre le finestre. Ma fa di più. Comincia a parlare coi cugini d’Oltretevere e diventa quello che giornali e televisioni in queste ore immortalano come l’uomo del dialogo. Ma al momento – siamo nel 1965 – ha parole durissime contro l’enciclica Nostra Aetate: “Io non mi fido”, dice. Ma poi, nel 1986, il papa Giovanni Paolo II esprime il suo desiderio di visitare la Sinagoga di Roma e l’invito viene accolto. Il 13 aprile rav Toaff è lì a riceverlo.Era davvero un uomo del dialogo, Elio Toaff, ma sapeva essere duro come il ferro, quando necessario. Accade nel giugno 1982, quando nel corso di una manifestazione della Cgil, un gruppo di manifestanti depone una bara di fronte al Tempio di Roma per protestare contro l’invasione del Libano. Rav Toaff scrive una lettera durissima al segretario della Cgil Luciano Lama. La stampa, spaventata, la ignora. Solo il manifesto dà a quella lettera il massimo risalto. Lama risponde con una replica imbarazzata, evasiva. Poi se ne rende conto e scrive una seconda risposta, stavolta senza ombre. Ma Toaff non si fermò neppure di fronte al presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini quando, nel settembre dello stesso 1982, in un attentato fu ucciso – di fronte a quel medesimo Tempio – un bambino di soli due anni, Stefano Gaj Taché., Toaff chiese a Pertini di non partecipare alle esequie: “Non posso garantire la sua sicurezza”. Pertini ci andò lo stesso. Era un combattente anche lui. Iaia Vantaggiato, il manifesto 21.4.’15

http://www.moked.it/unione_informa/150424/to.pdf

 

 

 

 

 

La Sindone di Torino

“La Sindone è una delle reliquie più venerate e un simbolo di identità” Piero Fassino, Sindaco di Torino Il papa ha annunciato che andrà a Torino (il 21 e il 22 giugno) per l’ostensione della  sacra sindone. Il tessuto è quello regalato dai Savoia alla Chiesa e che si presume sia stato il sudario dove fu avvolto Gesù. Appartenendo all’irrazionale le reliquie i miracoli i santi… sono cose inutili da discutere. Chi crede crede. Però la storia della sacra sindone è un po’ imbarazzante per un paese come il nostro che si vanta di avere un patrimonio storico e archeologico tra i più importanti al mondo. Nel 2009 poi c’è stata la parola definitiva su questo tessuto. Nello scavo di una tomba al Campo del Sangue, l’orto di Gerusalemme che Giuda comprò con i famosi trenta denari del tradimento secondo il racconto dei vangeli, è stato trovato un sudario dell’epoca di Gesù: La squadra di archeologi israeliani, americani e canadesi, che li ha studiati a lungo, è arrivato a una conclusione: “è un tessuto a trama molto semplice, ottenuto con l’uso soltanto di due fili intrecciati”, quanto basta a dimostrare che l’altro e ben più celebre sudario è un falso, “perché il suo ordito è molto più comple sso e con più fili, e fu introdotto solo in epoca successiva”. Il team internazionale, che ha pubblicato la sua ricerca negli Usa, sulla rivista PloS One della Public Library, ha trovato questo sudario nei pressi della tomba di Hannah, il sacerdote che processò Cristo. Avvolgeva la salma d’un uomo morto di lebbra. E’ in cotone, tessuto a mano con un sistema semplicissimo usato nella Giudea del I secolo; secondo il professore Orot Shamir, un metodo ben diverso dalla torcitura della Sindone, tipica invece della Grecia o dell’Italia. Se in quello conservato nel Duomo di Torino ci si vuol vedere l’impronta di Cristo, liberissimi, però mettere in discussione l’archeologia e la ricerca, magari dal servizio pubblico, meglio di no.

«Non passa giorno che Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente Anci, non si lamenti dei tagli governativi ai Comuni: se questo è l’utilizzo che ne fanno, direi che sono persino modesti». Commenta così Raffaele Carcano, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), l’apertura imminente dell’Ostensione della Sindone.Nonostante sia stato dimostrato che la Sindone non è il lenzuolo nel quale sarebbe stato avvolto Gesù – un’evidenza corroborata da sempre nuovi studi, come quelli condotti, con il contributo dell’Uaar, da Luigi Garlaschelli – la diocesi di Torino continua a invitare il mondo a visitare il «Sacro Telo».Un invito che costa caro alle amministrazioni locali. «Secondo la deliberazione della giunta regionale relativa agli adempimenti economico-finanziari – sottolinea Carcano – il costo sostenuto sarà pari a 800 mila euro per la Regione Piemonte, altrettanti per il Comune di Torino e 100 mila euro per la Provincia: per un totale di 1 milione e 700 mila euro». «Ci sono poi i contributi della Fondazione CRT e della Compagnia di San Paolo: 800 mila euro ciascuno. E, come tutti i grandi eventi cattolici insegnano, i pellegrini mangiano, bevono e dormono in strutture cattoliche. Non c’è e non ci sarà dunque l’indotto dei grandi eventi, che peraltro si concludono quasi sempre in perdita ovunque si svolgano».«Insomma, di questa Ostensione – la quinta negli ultimi 17 anni – avremmo fatto volentieri a meno. Sarebbe stato doveroso – conclude Carcano – che le amministrazioni pubbliche avessero investito quel milione e 700 mila euro a beneficio di tutti e tutte».

http://www.uaar.it/news/2015/04/17/ostensione-sindone-costi-pubblici/

http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2015/2015-04-19/2015041930075229.pdf

Ammalarsi 2

I rivoluzionari sono quelli che ribaltano posizioni convenzionali e consolidate, ideologiche, di comodo o addirittura false, mostrandone l’inadeguatezza attraverso un’opera di scavo intorno alle radici delle cose (rav Giuseppe Laras) Dice mia zia che se i medici fossero stati più onesti sinceri trasparenti sulle condizioni del marito, lei ne avrebbe affrontato meglio la morte. Le condizioni di zio facevano presumere che da lì a poco sarebbe morto, ma avere uno staff medico altamente specializzato che riteneva che il malato reagiva a quello specifico tumore senza considerare il pregresso, dava, nel fondo nel fondo, una qualche irrazionale speranza. E’ vero che la morte arriva sempre troppo presto anche quando l’unico dubbio è se arriverà durante il giorno o nella notte, ma non è un requisito essenziale del bravo medico saper comunicare che non c’è più tempo per vivere? E il medico è da ritenersi bravo se non entra in sintonia con i parenti del malato? E’ evidente che ognuno di noi preferisce un freddo capace che forse ci fa guarire piuttosto che l’allegro chirurgo col naso da clown, ma è anche equo che i medici imparino l’empatia. Molte università hanno inserito specifici corsi: “dare cattive notizie” e “gestire il passaggio alle cure palliative quando la chemio fallisce” sono moduli didattici di Oncotalk, offerto a chi si specializza in oncologia presso la Duke University (www.oncotalk.info). Non si impara da un manuale a essere garbati e gentili, ma competenze morali e comunicative sono parte della pratica clinica. 

https://liberelaiche.wordpress.com/2015/01/14/ammalarsi/

Lontano dagli occhi

 

Il padre di Benedetta Fiore è morto, lei rimpiange il suo profumo “un misto di Acqua di Parma e sigarette”, e regala questa chiave per spiegare tanto dolore: “Impari a perdere qualcosa, a incassare, diciamo anche… non ti stupisci più di niente, perché magari prima potevi essere la persona più felice del mondo, poi dopo magari hai perduto tutto… quindi impari a non sottovalutare, come, cosa può fare la vita, diciamo perché è una cosa imprevedibile” (dal film I bambini sanno tutto di Walter Veltroni, nelle sale dal 23 aprile e in prima tv a settembre su Sky Cinema) Siamo tutti più impauriti perché conosciamo che un fanatico religioso potrebbe prenderci in ostaggio mentre facciamo la spesa o perché il depresso ci schianta con lui sulle montagne o perché il sedicente maltrattato dalla giustizia spara. E’ così, e poco possiamo fare. Soprattutto ci inquieta la follia, perché è complessa da capire, perché sappiamo che c’è, magari assopita, nel profondo di ognuno di noi. Ma di cosa dobbiamo avere paura? Di chi la cavalca  come quei magistrati che non perdono mai l’occasione per fare i moralizzatori piuttosto che bene il loro lavoro che servirebbe come il pane, dei politici tesi a raggiungere la notorietà piuttosto che a vincere le difficili sfide che gli sono state affidate, di chi non pensa prima di parlare. E paura, soprattutto, dovremmo avere dell’apatia, dell’incapacità di indignarsi, della difficoltà di immedesimarsi nei dolori degli altri. Sembrano cose molto retoriche ma, attenzione, il partito della paura – e la tentazione estremista che si porta dietro – provocano sempre una involuzione della democrazia.

 

Sillogismo = Anche l’orologio rotto per due volte al giorno ha ragione. Lo stesso per il papa pop che ha fatto benissimo incontrando la comunità armena ha ricordare che quello fu un genocidio. La Turchia ha richiamato l’ambasciatore e i media italiani sono costernati. Piacerebbe che lo stesso sconcerto lo mostrassero per la mancata nomina del rappresentante francese presso la Santa Sede (numero due con Sarkozy ed ora proposto come numero uno da Hollande) che è dichiaratamente gay. Di questo nell’aia italiana non si parla.

http://www.huffingtonpost.it/aurelio-mancuso/vaticano-niet-ambasciatore-gay-francese-conferma-francesco-cambia-nulla_b_7038848.html?utm_hp_ref=italy

http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2015/2015-04-13/2015041330021978.pdf

 

Il contrappasso 2

Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo (Amos Oz)

E’ possibile che il papa abbia un interesse nello spostare l’attenzione sui morti cristiani  – come è noto la triste contabilità dei morti vede i musulmani in testa, e comunque ogni morto pesa uguale, e sorprende che un religioso faccia differenze – con lo scopo di riordinare i ruoli nel frantumato mondo cristiano. E’ sin troppo evidente che le religioni non possono essere accusate per colpe che non hanno, ma i loro leader devono porsi il problema di quello che succede in loro nome e di come impedire che continui ad avvenire. In genere si chiede ai musulmani di fare ammenda per i crimini commessi dai loro correligionari più fanatici, ma forse qualche domanda dovrebbe essere fatta anche al papa. Intanto per la sua storia, anche quella recentissima, che ha visto il cattolicesimo complice di feroci dittature e colpevoli silenzi.

L’Italia, non Vaticalia, riuscirà a confinare le religioni nel privato, le preghiere come momenti personali e mai pubblici, patetici esibizionismi che offendono i sentimenti delle persone religiose per bene con le stomachevoli preghiere di politici per la pace e bla e bla? Ci sarà una tv normale, e non solo fatta di fiction sui santi guarigioni miracolose messe*?  Arriverà l’ora che nelle scuole si educherà al valore della laicità, perché insegnare idee dogmatiche alimenta più spesso il fanatismo che non coltivare il dubbio e la libertà del pensiero? .Ah saperlo!

*Regole da rispettare e peccati da evitare. Da giovedì 9 aprile Isoradio Rai vara un nuovo programma su “Religioni e sicurezza stradale” condotto da Filippo Di Giacomo. Nel tempo-spazio che occupiamo e viviamo come guidatori , che peso hanno la sfera etica e quella morale? Che filosofia della cittadinanza contiene il codice della strada? Il direttore di Isoradio Rai, Danilo Scarrone, si dice onorato di tenere a battesimo il programma.

http://www.italialaica.it/eventi/53793

Il contrappasso

In media ogni mese 322 cristiani vengono uccisi nel mondo a causa della loro fede, 214 fra chiese ed edifici di proprietà di cristiani sono distrutti o danneggiati e 722 sono gli atti di violenza perpetrati nei loro confronti . Le statistiche sono di www.opendoorsusa.org una ong evangelica che assiste cristiani perseguitati di tutte le confessioni (cattolici, protestanti, ortodossi) in più di sessanta Paesi. Durante i riti pasquali il papa ha detto che c’è silenzio intorno ai cristiani uccisi solo perché cristiani. Fa bene a dirlo, anche se sarebbe più credibile se ricordasse come si sono comportati  i cristiani nella storia con chi pensava diversamente, e come in tempi più recenti i silenzi di diversi suoi predecessori, cioè papi cattolici, abbiano pesato sugli stermini durante la Seconda guerra mondiale, oltre naturalmente a ricordare che la guerra dichiarata è tra musulmani, i fedeli più numerosi nella contabilità dei morti. Sarebbe anche utile che questo papa avviasse una seria riflessione su come intenda stare all’interno del cristianesimo stante la sua sicumera sulla superiorità del cattolicesimo sulle altre denominazioni cristiane. Per tutti gli altri invece questa guerra di e tra religioni, dovrebbe portare a riflessioni sull’intelligenza e l’illuminismo, quella razionalità che ci consente di partecipare ad ogni morte di persona indipendentemente dalla sua filosofia o etnia. Al contrario in Italia – dove giova ricordarlo agli stonati giornalisti vaticaliani (specie della rai*) non c’è una religione di Stato –  la partitocrazia che infetta la società, priva di valori di riferimento propri, guarda al cattolicesimo e al suo ambiguo codice morale che riconosce nel santopadre il solo in grado di tenere insieme quel che rimane delle culture sfrante sfatte decomposte.  Si dirà, chi obbliga gli italiani a starci? In realtà se ne fregano tutti, ma conviene stare nella scia ed essere considerati cittadini di serie a, mentre quelli che si attengono ad altre filosofie il rispetto devono guadagnarselo sudando sette camicie  riuscendo alla fine ad essere solo, se tutto va bene, tollerati. Non tutti hanno lo stomaco forte e aggiungere come ha detto papa Francesco qua qua, fa sentire tutti tanto pop.

*se mai la Santa Sede dovesse istituire un premio per migliore megafono delle sue parole  – non so poi quanto ben riferite  – immagino che se lo aggiudicherebbe la rai. Che in barba all’equità delle diverse filosofie di chi paga il canone – e anche della Costituzione – potrebbe dipingere di bianco e giallo il cavallo di viale Mazzini  

https://liberelaiche.wordpress.com/2015/01/19/il-giorno-dopo/

 

Il futuro delle religioni secondo il Pew Research Probabilmente per la prima volta nella storia, nel 2050 il numero di musulmani nel mondo sarà simile al numero dei cristiani. E negli anni successivi lo supererà. Nel 2010, sulla Terra vivevano 2,17 miliardi di persone di religione cristiana: a metà secolo saliranno a 2,92 miliardi. I fedeli all’islam erano invece 1,6 miliardi e arriveranno a 2,76. Rispetto alla totalità della popolazione mondiale, la quota di cristiani rimarrà invariata al 31,4%, quella dei musulmani salirà dal 23,2 al 29,7%. In un mondo in cui le tensioni religiose aumentano e determinano conflitti e violenze fino a pochi anni fa impensabili, questi cambiamenti avranno influenza sul futuro del pianeta. Non che il numero determini tutto: è però importante, può dare l’idea della rilevanza crescente che avranno alcune parti del mondo, ma anche dei problemi che esse vivranno se alla crescita della popolazione non corrisponderà una maggiore capacità di creare ricchezza. Le proiezioni sono state realizzate dal centro studi americano Pew Research e considerano le tendenze demografiche, l’età delle popolazioni, le migrazioni e i passaggi da una religione all’altra. Gli affiliati alla religione induista passeranno da 1,03 a 1,38 miliardi, ma la loro quota sulla popolazione globale resterà stabile, attorno al 15%. Quella dei buddisti scenderà invece dal 7,1 al 5,2% a causa di tassi di nascita bassi in Cina, Giappone, Thailandia. Gli ebrei passeranno da 14 a 16,1 milioni e la loro quota resterà stabile allo 0,2%. L’insieme delle religioni tradizionali locali in Africa, Cina, America e Australia passerà da 405 a 449 milioni, in calo dal 5,9 al 4,8%. I non affiliati  – atei, agnostici e persone che non si identificano in nessuna religione – cresceranno da 1,13 a 1,23 miliardi , ma in percentuale scenderanno da 16,4 al 13,2. Se le tendenze in atto saranno confermate la popolazione mondiale crescerà del 35% entro il 2050, percentuale uguale all’aumento di cristiani e induisti; il numero di musulmani lieviterà però del 73%. A meno che i Paesi di religione islamica non imbocchino quella strada di crescita dell’economia e del benessere che di solito produce un calo della natalità. Al momento , non è prevedibile Danilo Taino, Più o Meno, www.corriere.it

http://www.huffingtonpost.it/2015/04/05/musulmani-crescita-2050_n_7006168.html?utm_hp_ref=italy

 

 

Per il 25 aprile

Si avvicina il 25 aprile, Festa della Liberazione dell’Italia dai nazifascisti. In tutto il paese, da decenni, sfilano nelle piazze ex-partigiani, associazioni, partiti politici, sindacati, cittadine e cittadini. Sembra ovvio e pacifico che questa occasione rappresenti un momento di unità nazionale, almeno di quello che un tempo era chiamato “fronte antifascista”.

Negli ultimi anni, poi, lo studio della storia ha portato alla luce una pagina importante della guerra di Liberazione: il contributo della Brigata ebraica, quel gruppo di ebrei residenti nell’allora Palestina che si unì all’esercito britannico in un’unità autonoma, combattendo tra le strade e le città per liberare l’Italia dai nazifascisti, facendosi particolare onore sul fronte dell’Emilia-Romagna (come ha ben ricostruito Vittorio Pavoncello).

Giustamente, questo contributo in termini di coraggio, sangue e orgoglio deve essere presente alle manifestazioni del 25 aprile insieme con le altre formazioni partigiane e della Resistenza. Invece, da molti anni questa pretesa sacrosanta viene contestata nei cortei, soprattutto a Roma e Milano. Pochi facinorosi, ostaggi di ideologie ormai superate, colgono il pretesto delle bandiere della Brigata ebraica per prendersela con lo Stato d’Israele e brandire bandiere palestinesi, che non c’entrano nulla col 25 aprile.

L’effetto di questa operazione, al netto di tafferugli e insulti irripetibili?

L’anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, che dovrebbe unire tutti gli italiani perbene, si trasforma in uno scontro, mentre la gran parte dei cittadini si allontana da quella che dovrebbe essere una festa popolare, nazionale, partecipata. Non a caso sono sempre meno le persone che sfilano, almeno alla manifestazione romana di Porta San Paolo.

Per questo facciamo appello agli organizzatori, affinché si adoperino, insieme alle istituzioni, per impedire che gli episodi degli ultimi anni si ripetano. Perché la Brigata ebraica possa sfilare pacificamente sotto il vessillo con la Stella di David in campo bianco e blu. Facciamo in modo che il 25 aprile sia la festa di tutti, tributiamo ai partigiani l’onore che meritano e rispettiamo la storia di lotta e onore della Brigata ebraica. Non consentiamo a qualche esagitato fuori dalla storia di impadronirsi della nostra festa. Tobia Zevi e Tommaso Giuntella 

http://moked.it/blog/2015/04/02/25-aprile-laned-non-ci-sara/

Un potere moccioso

Aprile è il più crudele di tutti i mesi. Genera lillà dalla terra morta mescola memoria e desiderio, desta radici sopite con pioggia di primavera. L’inverno ci tenne al caldo, coprendo la terra di neve immemore, nutrendo una piccola vita con tuberi secchi. Eliot

Le bottiglie di vino* di D’Alema equivalgono le pretese di Lupi per l’impiego del figlio. Entrambe le cose non sono reati, ma peggio: familismo, sprezzo degli altri, volgarità… in sintesi un io so io e voi non siete un cazzo alla marchese del Grillo.  Ma basta una intercettazione per mostrare un caso più clinico che politico. Il potere non è abituato a precipitare nella polvere: quando succede è goffo, patetico, ridicolo, lamentoso, sudaticcio. Nel delirio del potere arroganza e sprezzo per gli altri, nel momento del declino quelli che si inchinavano per stringerli la mano corrono a lavarsela per disinfettarla dal contagio del potere crollato. Corre un brivido nella schiena dei loro colleghi che toccano ferro con la mano sudata. 

*Il rosso NarnOt è stato presentato a Vinitaly nel 2014. Il nome è una crasi tra Narni e Otricoli, un omaggio al territorio in cui crescono le vigne della sua azienda agricola, la Madeleine. L’avventura nel mondo del vino è iniziata nel 2008 “acquistando a poco prezzo una impresa fallita investendo tutti i miei risparmi e vendendo la barca a vela”