Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: novembre, 2016

Artemisia Gentileschi e il suo tempo

Artemisia Gentileschi nella Roma dei primi del Seicento seppe sfidare ogni convenzione accusando e denunciando il suo stupratore, il pittore Agostino Tassi.

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Da mercoledì 30 novembre Artemisia Gentileschi e il suo tempo nelle sale del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Oltre a una trentina di sue opere, l’antologica vuole fornire ai visitatori  un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo con opere di altri artisti, comprese quelle del padre Orazio.

In mostra i quadri tragicamente ispirati, molto intensi, dipinti nel periodo del doloroso trauma subito nel 1611 dal Tassi.

Va detto però che è una mostra a singhiozzo –  forse per non stonare nel galoppante degrado romano – per cui certi quadri come il celebre Giuditta che decapita Oloferne del museo Capodimonte di Napoli, si potrà vedere solo da febbraio,Susanna e i vecchioni (il primo olio con quel soggetto più volte ripetuto da Gentileschi) conservato a Pommersfelden da fine marzo, mentre Autoritratto come suonatrice di liuto lascerà la mostra a fine marzo  per la Curtis Gallery di Minneapolis.

Tra i prestatori Uffizi, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Metropolitan.

La mostra sarà aperta fino al 7 maggio, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19, Palazzo Braschi, Piazza Navona 2/Piazza San Pantaleo 10 

http://www.museodiroma.it/

Comunicato stampa-Un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una grande, vera donna. Una pittrice di prim’ordine, un’intellettuale effervescente, che non si limitava alla sublime tecnica pittorica, ma che seppe, quella tecnica, declinarla secondo le esigenze dei diversi committenti, trasformarla dopo aver assorbito il meglio dai suoi contemporanei, così come dagli antichi maestri, scultori e pittori. La parabola umana e professionale di Artemisia Gentileschi (1593-1653), straordinaria artista e donna di temperamento, appassiona il pubblico anche perché è vista come un’antesignana dell’affermazione del talento femminile, dotata di un carattere e una volontà unici. Un talento che le consentì, giovanissima, arrivata a Firenze da Roma, prima del suo genere, di entrare all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze; che le fece imparare, già grande, a leggere e scrivere, a suonare il liuto, a frequentare il mondo culturale in senso lato; una volontà che le consentì di superare le violenze familiari, le difficoltà economiche; una libertà la sua che le permise di scrivere lettere appassionate al suo amante Francesco Maria Maringhi, nobile raffinato quanto tenero e fedele compagno di una vita. Una tempra la sua, che pure sotto tortura (nel processo che il padre intentò al suo violentatore Agostino Tassi) le fece dire: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”, riuscendo così a ironizzare, fino al limite del sarcasmo, sulla vana promessa di matrimonio riparatore. La mostra che si apre il 30 novembre al Museo di Roma a Palazzo Braschi, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, e che copre l’intero arco temporale della vicenda artistica di Artemisia Gentileschi, consentirà al visitatore di ripercorrere vita e opere dell’artista a confronto con quelle dei colleghi: circa 100 sono in totale le opere in mostra, provenienti da ogni parte del mondo, da prestigiose collezioni private come dai più importanti musei in un confronto serrato tra l’artista e i suoi colleghi, frequentati, a Roma, come a Firenze, ancora a Roma e infine a Napoli, con quel passaggio veneziano di cui molto è da indagare, così come la breve intensa parentesi londinese. L’esposizione, che rimane aperta sino al 7 maggio 2017, nasce da un’idea di Nicola Spinosa ed è curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina, e da Judith Mann per la sezione romana. È accompagnata da un catalogo edito da Skira che dà conto dei diversi periodi artistici e umani di Artemisia e riporta le schede delle opere esposte, frutto dei più recenti studi scientifici e degli ultimi documenti rinvenuti. Oltre quindi ai magnifici capolavori di Artemisia come la Giuditta che taglia la testa a Oloferne del Museo di Capodimonte, Ester e Assuero del Metropolitan Museum di New York, l’Autoritratto come suonatrice di liuto del Wadsworth Atheneum di Hartford Connecticut, si vedranno la Giuditta di Cristofano Allori della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze o la Lucrezia di Simon Vouet del Národní galerie v Praze di Praga, solo per citarne alcuni: dopo i dipinti della prima formazione presso la bottega del padre Orazio, quelli degli anni fiorentini, segnati dai lavori dei pittori conosciuti alla corte di Cosimo de Medici come Cristofano Allori e Francesco Furini, ma anche le tangenze con Giovanni Martinelli; altri che recano echi, e non solo, della sua amicizia e frequentazione con Galileo, come del mondo, allora nascente, del teatro d’opera.Scandite all’interno di un itinerario cronologico, le successive opere di Artemisia sono messe in relazione con quelle dei pittori attivi in quegli anni d’oro a Roma: Guido Cagnacci, Simon Vouet, Giovanni Baglione, fonte d’ispirazione rispetto ai quali la pittrice aggiorna, di volta in volta, il suo stile proteiforme e mutevole.A concludere, i dipinti eseguiti nel periodo napoletano, quando ormai Artemisia può contare su una sua bottega e sulla protezione del nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678), lavori in cui, grazie ai confronti, sarà possibile capire il suo rapporto professionale coi colleghi partenopei: da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino; tele come la splendida Annunciazione del 1630 – presente anch’essa in mostra – paradigmatiche di questa fiorente contaminazione, scambio e confronto.

Sponsor della mostra Generali Italia, sponsor tecnico Trenitalia.

L’evento è consigliato da Sky Arte HD.

 

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Liliana Ingargiola

Il 24 novembre del 2012 moriva Liliana Ingargiola, una delle fondatrici dell’Mld, movimento di liberazione della donna, e organizzatrice dell’occupazione del Governo Vecchio. Oggi una sala della Casa Internazionale della Donna ha il suo nome.

Liliana Ingargiola

Di seguito un mio ricordo,  link del trailer  Ragazze la vita trema,  pensieri di amici e compagni.

Liliana, la bellissima Liliana, è stata la mia guida negli  indimenticabili anni del femminismo, quelli in cui, indipendentemente dall’età, classe sociale, cultura, si era sorelle. Con lei ho imparato che non esiste un solo modello femminile, che ognuna di noi ha diritto alla sua autonomia. Che le donne non si giudicano qualsiasi siano le loro scelte.

Nel corso degli anni ci siamo chieste perché sia così difficile per molte fare cordata, perché troppe, quelle arrivate, lasciano indietro le altre, quasi ne temessero la concorrenza. Concludendo che le donne che perdono la memoria delle altre donne, prima o poi ne pagheranno le conseguenze.

Cara Liliana, come potrei dimenticare la parte più creativa, quella migliore, della mia vita?

 

LE AMICHE E COMPAGNE – 24.11.2012
Nella notte fra venerdì e sabato si è spenta Liliana Ingargiola. La saluteremo lunedì 26 novembre alle ore 9.30 al Tempietto Egizio del Verano
Marinella, Flavia, Lilla, Pina, Mariangela, Nina, Irene, Tiziana, Donatella, Silvana, Giulia, Maria, Monica, Maria Grazia, Lucia, Rita, Irene, Valeria ed Anna, amiche e compagne che hanno condiviso l’impegno politico per la liberazione delle donne, affetti e amicizie profonde ricordano Liliana Ingargiola.

 

 

 http://www.youtube.com/watch?v=DuJZ239cNxs

http://nicovalerio.blogspot.it/2012/11/donne-liliana-dai-capelli-neri-che.html

http://notizie.radicali.it/articolo/2012-11-26/editoriale/liliana-ingargiola-ci-ha-lasciato

http://notizie.radicali.it/articolo/2012-11-27/i-sepolti-vivi/dialogo-sul-movimento-di-liberazione-della-donna-intervista-lilia

http://www.casainternazionaledelledonne.org/index.php/it/documenti/saluto-a-liliana-ingargiola

http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=3223:addio-a-liliana-femminista-storica

liliana (una foto di Liliana al vicolo del Cinque, e una al Governo Vecchio. Lei legge il giornale e io indosso un gilè rosa)

 

 

Si o No…

Dai che tra poco si passa dal “chi voti al referendum?” al “cosa fai per capodanno?”. Il combinato disposto delle due non l’avremmo retto (Socialisti Gaudenti)

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https://liberelaiche.wordpress.com/2016/10/07/si-o-no/

https://liberelaiche.wordpress.com/2016/10/24/si-o-no-2/

http://media.wix.com/ugd/14a30c_9dd527489fa24d648ca3b33c6913e1db.pdf

Con la A (per testone/i)

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(specchietto di Gioia Di Domenico)

Perché viene naturale dire commessa giardiniera casalinga maestra e non ministra sindaca avvocata?

Perché le prime sono posizioni sociali acquisite dalle donne le seconde no e, soprattutto dal mondo maschile, molto mal digerite. Ricordiamo per l’ennesima volta per i testoni/e e, temo, per maschi con altri problemi la regola:  le cariche istituzionali non sono neutre! Sindaca/o (assessora/e, deputata/o ecc.) è un sostantivo della prima classe e come tale si declina, esattamente come commessa/o, maestra/o, operaia/o ecc., a cui siamo abituati.

Ci sono altri nomi, come tassista, dentista, specialista ecc., o anche insegnante, cantante ecc., che sono sia maschili che femminili, assumono la valenza maschile o femminile dal contesto (articoli e aggettivi).

Queste sono le regole della lingua italiana, che è molto ricca e permette di includere le diversità della realtà e di tenere dietro ai cambiamenti sociali.  Ricordate che se il vostro bambino/a scrive riferendosi ad una donna ministro,  sarà corretto/a  dal maestro o dalla maestra.