Tiziana Ficacci

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LE MILLE. I PRIMATI DELLE DONNE, A CURA DI ESTER RIZZO, NAVARRA EDITORE, RECENSIONE DI DANIELA DOMENICI
Lo confesso: per la prima volta, dopo più di dieci anni che faccio la biblio-recensora, sarò meno oggettiva del solito nei riguardi di un libro perché di quest’opera sono una delle coautrici e vederla finalmente nata, toccarla, sfogliarla e leggerla, grazie all’instancabile, eccezionale lavoro di Ester Rizzo e alla casa editrice Navarra, mi ha dato un’emozione ineffabile.

milleMille donne sono tante quando devono essere riunite in un’unica opera. Mille donne sono poche quando ci si rende conto che altre mille e mille ancora ne esistono ed a loro non viene dato il giusto tributo. Hanno sfidato con coraggio pregiudizi e tabù, si sono imposte con intelligenza e spesso con ironia. Si sono mosse nello scenario della Storia con determinazione e audacia”: ecco cosa scrive la curatrice Rizzo nella sua splendida, emozionante introduzione preceduta da un altrettanto appassionante prefazione dell’attuale ministra dell’istruzione Valeria Fedeli.

Ester Rizzo ha suddiviso le Mille in ventisei capitoli in base ai loro primati e ha aggiunto anche due capitoli finali che ha intitolato “primati vari” perché alcune di loro avevano più di un primato e non potevano quindi essere inserite nei capitoli settoriali, e “le donne non si toccano: le bugie delle mafie” per farci sapere chi siano state le prime donne vittime della mafia.

Questo libro, come vi dicevo nel mio incipit e come scrive Rizzo nella sua nota iniziale “è il frutto della ricerca, durata quasi quattro anni, di associate e associati a Toponomastica Femminile…il linguaggio utilizzato…è rispettoso del genere e dunque nell’uso corretto della lingua italiana, mansioni e incarichi sono declinati al femminile…che il loro esempio e la loro vita possano accompagnare le giovani di oggi verso l’obiettivo di una parità sostanziale tra i due sessi…”: ci auguriamo che questa nostra opera possa entrare nelle scuole di ogni ordine e grado perché le Mille diventino sempre di più.

Le Mille. I primati delle donne, a cura di Ester Rizzo, Navarra editore, recensione di Daniela Domenici

 

 

 

 

libro

“Cosa mi aspetto? Che se ne parli, che ci si confronti, che alcuni spunti vengano ripresi e sviluppati. Anche perché non è detto che il nostro lavoro finisca qua”.
Dirigente del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Micaela Procaccia è curatrice del volume Una storia nel secolo breve in cui si racconta la vicenda del Pitigliani, l’ex orfanotrofio della Comunità ebraica romana oggi imprescindibile punto di riferimento della stessa. Oltre 700 pagine di storie, aneddoti e testimonianze dedicate ai 70 anni che vanno dal 1902 al 1972. Un lavoro collettivo di ricerca che parte da lontano e che sarà al centro di una giornata davvero speciale per l’istituto, atteso questa domenica da una maratona di ricordi e di emozioni.
Appuntamento alle 17.30 per la presentazione del libro (che è pubblicato da Giuntina e ha tra le sue anime anche Angelina Procaccia, Sandra Terracina e Ambra Tedeschi), ma anche per una mostra fotografica ad hoc e un brindisi.
Spiegano le autrici: “La storia che abbiamo raccontato si svolge attraverso due guerre mondiali, una terribile persecuzione, un secondo dopoguerra segnato da espulsioni e migrazioni. Eppure, nonostante che, in una parte di questo periodo, i bambini in fuga e gli adulti che avrebbero dovuto accoglierli fossero tutti in pericolo di vita, sempre e comunque, nel bene e nel male, con tutti i limiti delle persone e delle istituzioni, questi bambini hanno trovato asilo. Questo ci ricorda che l’accoglienza è sempre possibile”. Per questo, sottolinea Procaccia, è venuto naturale dedicare il libro a tutti i bambini “che cercano oggi un rifugio”. Libro che è una vera e propria ricerca a carattere storiografico-scientifico, ma con quel tocco di colore che lo rende ancora più interessante da leggere. Libro che è ambientato a Roma, inevitabilmente, ma che riguarda in realtà l’intero ebraismo italiano. Sia perché molti protagonisti vengono da fuori. Sia per i valori universali che sono testimoniati e veicolati. “Questa storia nel secolo breve – spiega infatti Procaccia – è una storia di rapporti di ebrei di varie provenienze, alle prese con le molte opportunità ma anche con le difficoltà dell’incontro tra diversi. Problemi quotidiani, piccole e grandi sfide da risolvere, che sono l’essenza dell’integrazione”.
Le vicende dell’ebraismo romano e italiano dopo la definitiva unificazione del paese, durante gli anni della Prima guerra mondiale, della persecuzione fascista e nei mesi dell’occupazione, la faticosa ricostruzione, l’accoglienza degli orfani dei deportati e poi di bambini e ragazzi ebrei espulsi dai paesi arabi o profughi dall’Europa orientale, fino alla trasformazione dell’Istituto negli anni ’70, in linea con i nuovi orientamenti educativi e assistenziali. Un itinerario raccontato, fino al dettaglio, nelle pagine del libro.
Tre diverse categorie di protagonisti hanno voce: i benefattori, il personale dipendente, i fruitori del servizio. Racconti e impressioni che non sempre coincidono, un incontro che talvolta diventa scontro. Ma con una grande lezione di fondo: “Questo lavoro di ricerca ci ha confermato come nelle nostre Comunità molto si discuta, molto ci si accapigli anche su futili questioni. Davanti ai grandi problemi, davanti alle grandi minacce, tutto questoviene però accantonato. Nell’emergenza – conclude Procaccia – i litigi rientrano e si riscopre un’unità di fondo”.a.s twitter @asmulevichmoked (16 febbraio 2017)

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Levi Papers – Così era Emilia

Aperto da quell’avverbio – “Così” –, che suona come un colpo di gong, questo è uno dei brani più commuoventi di Se questo è un uomo. Si tratta di un passo aggiunto alla seconda edizione del 1958; non c’era nel 1947. Come mai? Questa è una delle emersioni di Primo Levi, uno di quei passi che escono dalla sua memoria e che aggiunge qui e là nel libro, e che rendono le due edizioni così diverse. Se oggi si legge il brano nella pagina, non ci si accorge dell’aggiunta. Questo perché lo scrittore lavora sempre con piccole tessere, brevi passi, salvo inserire anche interi capitoli nel libro del 1958 come “Iniziazione”. Dove sta la commozione? Negli aggettivi che definiscono la bambina Emilia Levi, morta nella prima selezione ad Auschwitz all’arrivo: curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente. Sono quattro definizioni della sua personalità. La curiosità è la prima; una qualità che corrisponde a Primo, al suo stesso carattere; uno dei grandi valori della sua vita, spesso dichiarato. Ambiziosa: è davvero splendido detto di una bambina (di un bambino, in generale). L’ambizione come virtù, e non come un difetto, anzi. Poi: allegra e intelligente; quasi una coppia. Allegria: una qualità importante per Primo, fondamentale in un bambino o bambina. Il sale della vita. Alla fine l’intelligenza, grande dote; aggettivo-sostantivo posto per ultimo, come a chiudere la definizione di Emilia. Nel cerchio di questi quattro aggettivi c’è tutto. Poi segue un’immagine fortissima, che Levi avrebbe potuto dilatare, sino a farne un racconto: il padre e la madre che fanno il bagno a Emilia dentro un mastello di zinco. Con l’acqua tiepida “che il degenere macchinista tedesco aveva consentito a spillare dalla locomotiva”. L’attenzione cade su quell’aggettivo: “degenere”. Fa venire in mento l’ “arte degenerata”, quella esposta dai nazisti. Il significato della parola: allontanarsi dalla proprio stirpe, dal genus. Levi preleva questo aggettivo da un altro contesto e lo pone qui. Un contrasto. Quindi un verbo: “spillare”, di origine manzoniana, ma anche tecnologica; viene senza dubbio dalla chimica. Chiude il tutto un verso: “che ci trascinava tutti alla morte”. La parola morte chiude il brano inserito con questa strisciolina. Tutti vanno alla morte. Emilia è morta. Tutti sono morti. La locomotiva ci ha trascinati alla morte. Fortissima chiusa. Marco Belpoliti, scrittore

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libro

Il libro “Scienziate nel tempo” di Sara Sesti e Liliana Moro uscirà a Settembre 2016 in una nuova edizione ampliata e aggiornata. Il testo, uno degli esiti della prima ricerca italiana su rapporto delle donne con la scienza iniziata presso il Pristem dell’Università Bocconi nel 1997, è arrivato alla sesta edizione e raccoglie ora 75 biografie di scienziate.
Arricchito da un percorso sulla storia dell’educazione e dell’istruzione delle donne e da una esauriente bibliografia, il saggio accompagna su un terreno poco frequentato come quello della presenza femminile nella storia della scienza.

La questione è trattata con una particolarità: quella di non indagarne i presupposti scientifici o epistemologici come facevano i primi libri sul tema – “L’eredità di Ipazia” di Margaret Alic (Editori Riuniti, 1989) e “I pantaloni di Pitagora” di Margaret Wertheim (Instar Libri, 1996) – ma di offrire il profilo biografico delle scienziate, legandolo a un’immagine che strappa molte di queste donne da un anonimato anche visivo.

I profili biografici sono preceduti da brevi introduzioni ai periodi storici che tracciano in forma divulgativa i contorni principali della presenza femminile nelle diverse epoche. In particolare è stato considerato il rapporto delle donne con il sapere e con le tecniche; ne sono state ricordate l’attività e l’iniziativa nei vari luoghi di produzione della cultura: corti, salotti, conventi o centri di ricerca e ne è stata rilevata l’assenza dalle massime istituzioni delegate alla trasmissione del sapere: accademie e università. Un vuoto vistoso, anche se non totale, che si protrae almeno fino alla seconda metà del XX secolo.

I contributi delle studiose al dibattito filosofico e scientifico del loro tempo sono ricordati anche nella dimensione collettiva, come nel caso delle religiose medievali, sia monache sia ‘beghine’, e anche delle astronome e delle “dame di scienza” del XVII secolo, la cui iniziativa ebbe un ruolo determinante nella diffusione della “rivoluzione scientifica”.

Per quanto riguarda le biografie, se molti conoscono, grazie ai premi Nobel che hanno vinto, Barbara McClintock o Marie Curie, il merito del volume è quello di portare alla luce anche studiose dedite a discipline meno “visibili”, come le matematiche Maria Gaetana Agnesi , Emmy Noether e Sophie Germain, o come Rosa Luxemburg, la cui fama politica tende a oscurare l’importanza dei suoi scritti economici.

Ampio spazio è dedicato, ovviamente, alle scienziate italiane, da Laura Bassi – prima italiana a ottenere una cattedra universitaria nella Bologna del Settecento – a Rita Levi Montalcini e Margherita Hack. Ma soprattutto alle tante che hanno visto il proprio lavoro ignorato e sminuito a favore degli uomini che avevano accanto: da Sophie Brahe (sorella dell’astronomo Tycho) a Gabrielle du Châtelet (compagna di Voltaire), a Marie Paulze Lavoisier (moglie e collaboratrice del noto chimico) e Ada Byron, collaboratrice di Charles Babbage e programmatrice ante litteram.

E non si tratta solo di vicende consegnate all’occhio ormai imparziale della storia: il caso di Mileva Marič, la moglie di Einstein, il cui ruolo nella definizione della teoria della relatività è ancora discusso, e quello di Rosalind Franklin, il cui contributo sperimentale alla teoria di Watson e Crick sulla struttura del DNA, scoperta che ha meritato un Nobel assegnato solo ai due ricercatori, è stato spesso sottovalutato dai colleghi, mostrano quali difficoltà debbano affrontare le donne che scelgono di dedicarsi a una carriera scientifica.

La nuova edizione, oltre a riportare le biografie delle quattro scienziate che hanno ottenuto il premio Nobel in un anno eccezionale come il 2009: Elizabeth Blackburn-Sedat e Carol Greider che hanno lavorato insieme e insieme l’hanno ricevuto per la medicina; la biochimica Ada Yonath, prima a portare il premio in Israele e Elinor Ostrom, prima donna insignita del Nobel per l’economia, è aggiornato con le storie delle nuove Nobel: Youyou Tu e May-Britt Moser, di Maryam Mirzakhani, prima donna a ricevere il premio Fields per la matematica e di scienziate che onorano la ricerca italiana come Ilaria Capua, e Fabiola Gianotti, prima donna a dirigere il Cern di Ginevra.

Il testo ha ispirato molti lavori, come le biografie della mostra “Nobel Negati alle Donne di Scienza” di Lorenza Accusani e il libro per adolescenti “Le tue antenate” di Rita Levi Montalcini con Giuseppina Tripodi.

Per info: universitadonne@gmail.com

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Arriva in italiano il libro tolto dalla lista delle letture consigliate (e non quindi “vietato”) dal Ministero dell’Istruzione israeliano. 

Intervista a Dorit Rabinyan autrice di Borderlife una love story autobiografica ambientata in una neutrale New York

Laura Goria

Il Portiere di Notte – Altra bella storia d’amore tra nemici

Israele l’ha escluso dai programmi scolastici. Scrittori della caratura di Amos Oz, Yehoshua e Grossman sono insorti in sua difesa. Risultato: il romanzo di Dorit Rabinyan, Borderlife (Longanesi) è schizzato in cima alle classifiche. Come dire: la polemica ha generato un tam tam che gli ha fatto (solo) bene. Ma la verità è che, questa storia d’amore tra una giovane ebrea e un palestinese, in una New York che sembra di toccare con mano, è uno dei libri più belli al momento in circolazione.

Sullo sfondo dell’autunno newyorkese – il secondo in cui le Twin Towers sono state cancellate dallo skyline – inizia la love story tra Liat, traduttrice di Tel Aviv con una borsa di studio e Hilmi, talentuoso pittore che arriva da Ramallah e vive a Brooklyn. Una versione 2.0 di Romeo e Giulietta in cui l’odio tra Montecchi e Capuleti è sostituito da quello tra due popoli e una terra contesa. Ma il melting-pot di New York è campo neutrale, loro sembrano fatti l’uno per l’altra e diventano inseparabili. Le ombre calano solo quando il discorso scivola perigliosamente sulla politica o, tra telefonate alle famiglie e amici da condividere, la sintonia un po’ si appanna.

Un libro ad alto tasso autobiografico, come spiega l’autrice, che è un fiume in piena di parole, entusiasmo e simpatia. 
«Nel 2002 ero a New York per promuovere il mio secondo libro, la città mi incantò e restai un anno. Poi l’incontro con un giovane artista palestinese e l’amore; ma non pensavo che la storia potesse trasformarsi in un romanzo, se non dopo quello che è successo. Il libro è il mio regalo d’addio a quest’uomo che si chiamava Hassan Hourani, morto proprio come il protagonista. Ho ritenuto mio dovere scrivere di lui e per lui. Ed ho la sensazione che se fossi stata io a morire giovane, lui avrebbe fatto altrettanto per me».

Amicizie o amori tra ebrei e palestinesi sono possibili in Israele?
«Gli israeliani non hanno alcuna possibilità di incontrare i palestinesi, a meno che non attraversino la linea 67 e possono farlo solo soldati o coloni. All’università si incontrano arabi-israeliani, ma non sono veri e propri palestinesi. Quindi questo amore non solo è inconcepibile, ma irrealizzabile».

Invece a latitudini più lontane, in una babele come New York, cosa cambia?
«Quando gli israeliani sono all’estero e incontrano altri mediorientali, che siano egiziani, arabi o altro, scatta subito una scintilla, un’attrazione immediata, perché sembianze e carattere sono simili».

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Carlo Correr, Una lunga marcia, Nuova Editrice Mondoperaio, pp. 300 € 14

https://www.radioradicale.it/scheda/473551/intervista-a-carlo-correr-sul-suo-libro-una-lunga-marcia-i-socialisti-italiani-dopo-il
Pubblicato da astolfo@antiit.com  Si parla dei socialisti, ma in filigrana emerge il disfacimento del Pci. Protervo. Velenoso. Non per il crollo del Muro ma per la sua propria pervicace opera di distruzione di ogni altra forza progressista. Che approderà infine, con Veltroni, al suo proprio dissolvimento.
Nel 2008 Veltroni liquida quello che resta del partito Socialista. Apparentandosi solo Di Pietro. Ma nello stesso tempo annienta il suo proprio partito nel Pd, di cui ciò che resta non è di sinistra – l’esito è un’altra accezione del “caso Italia”, un paese dove la destra si nega, e la sinistra arde di dissolversi (arrivava al 46 per cento del voto).
Correr fa una ricostruzione minuziosa di questo autoannientamento, elezione per elezione. L’operazione Mani Pulite è remota, e non molto pulita. Ma sempre nuova, rinnovata, è l’impossibilità di essere a sinistra. Campo della faziosità
Il racconto dei socialisti è quello di una deriva. Forse inevitabile. Non solo per il fuoco di sbarramento dei giudici, che fecero pagare al Psi il referendum sulla responsabilità civile. Dopo Craxi, il Psi si è in pratica autodisciolto, anch’esso. Anche perché la politica aveva cambiato natura e segno: dei 5-6 milioni di voti che il Psi raccoglieva, la metà sono andati al centro-destra di Berlusconi, e la metà dell’atra metà nell’astensione.
Ma il titolo non mente, e il sottotitolo: “I socialisti italiani dopo il 1993”. Correr fa una ricostruzione per il futuro storico. Clandestina, dai i tempi, ma prima o poi utile. Una ricerca e una messi in quadro, congresso dopo congresso, elezione dopo elezione, con i (pochi) riflessi nei media, di cosa è stato il partito Socialista dopo Mani Pulite: tante sigle e poche idee. Poco tempo anche per farsele venire, dovendosi per lo più difendere: l’idea socialista della politica ha avuto vita travagliata nel ventennio abbondante della Seconda Repubblica, sotto i colpi dei Pci-Pds e del Msi-Sn coi loro giudici prima, poi del democratismo alla Veltroni, con la cancellazione di ogni caratterizzazione sociale, da ultimo con la rottamazione, generazionale e ideale.
Un racconto, a ripensarci, che si potrebbe rifare di ogni forza politica in Italia, e di ogni politica.

Carlo Collodi, PINOCCHIO   Che leggono i bambini oggi? Io sicuramente ho letto Pinocchio. Cosa ricordo del libro che ancora oggi mi sembra essenziale e da consigliare ai giovinetti? Intanto che Mangiafuoco che pure agitava la frusta fatta di serpenti e code di volpe nel fondo poi non è un cattiv’uomo anche se “imbarazzato dalla propria sensibilità starnutisce per non piangere”. A cacciare via i grilli parlanti che a lasciarli dire, “tutti si metterebbero in capo di esserei nostri babbi e i nostri maestri”. A riconoscere l’astuzia del gatto e della volpe nella faccia di ogni moralista “in che mondo siamo condannati a vivere noi galantuomini”, a capire che l’opinione pubblica , la gente, la piazza, stanno sempre con chi ha torto “e chi ne diceva una chi un’altra, tanto dissero tanto fecero che il carabiniere condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto”. A identificare gli espertoni “quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, disse solennemente il Corvo. Mi duole contraddire il mio illustre amico e collega, soggiunse la Civetta, ma per me quando il morto piange è segno che gli dispiace di morire” e i giudici “quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo in prigione”. E l’avvilente constatazione di Pinocchio davanti alla giustizia “Domando scusa, sono un malandrino anch’io… e il carceriere levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte dellaprigione e lo lasciò scappare”. Carlo Collodi nato a Firenze nel 1826 fondò un giornale di satira politica, fu traduttore di Perrault e scrisse molti libri per bambini. Per me Pinocchio dovrebbe essere affiancato ai Promessi Sposi e essere letto a scuola. Bello anche il film di Comencini con Manfredi Geppetto e Franchi Ingrassia il gatto e la volpe. Bocciato il Pinocchio di Benigni e bocciatissimo quello di Disney.

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Raffaele Carcano , Le scelte di vita di chi pensa di averne una sola, NessunDogma, 12 euro

 Qual è il pensiero dei milioni di italiani che non credono? Come si traduce in pratica? Come vivono? Quali scelte compiono? Perché le compiono? Raffaele Carcano, ex segretario dell’Uaar, tenterà di rispondere a queste domande e a molte altre. Partendo dal presupposto che, quando si ritiene di avere una sola vita a disposizione, si aprono immediatamente innumerevoli possibilità. Al punto che esistono forse tanti ateismi e agnosticismi quanti sono gli atei e gli agnostici. Certo: vivendo in Italia si devono anche fare i conti con istituzioni profondamente clericali. L’assenza di laicità ha pesanti conseguenze sulla vita di ogni giorno di tutti i cittadini e, in particolare, sui cittadini che non sentono alcun bisogno di Dio. E porta dunque a compiere scelte molto differenti. Eppure tutte significative. Questo libro racconta esperienze da cui potrete estrarre ciò che vorrete, se lo vorrete. Non vi dispenserà consigli: semmai l’invito a fare scelte consapevoli, corredato da qualche strumento utile allo scopo. Non vi proporrà un’etica a uso e consumo degli atei e degli agnostici. Ma cercherà invece di descrivervi le loro etiche, quelle che modellano vite qualche volta difficili, frequentemente belle, persino entusiasmanti.

Edoardo Boncinelli, Contro il sacro, Rizzoli Editore, collana Saggi italiani, 230 pagine, prezzo euro 15,30, disponibile in ebook

Una riflessione lucida e spiazzante per affrontare un’epoca in cui l’idea di un “bene superiore” rischia di giustificare gli orrori del terrorismo.

“Perché esiste in noi un prepotente e universale sentimento del sacro che spesso arriva a ottundere la nostra facoltà razionale?”

“Si dice spesso che la nostra società tende sempre più a secolarizzarsi, ma anche in una società fortemente secolarizzata il senso del sacro non è andato perduto totalmente, e talvolta quasi per niente, anche se non tutti ci fanno caso.” Sembra un’ironica provocazione quella che Edoardo Boncinelli avanza in queste pagine, ma a pensarci bene, proprio mentre in tanti lamentano l’immancabile “crisi dei valori”, ci ritroviamo in una realtà che appare come il terreno di coltura ideale per fondamentalismi di ogni genere. E questo perché il senso del sacro è l’ostacolo più grande sul cammino del pensiero razionale, poiché ci abitua fin dalla più tenera età a non mettere in discussione pratiche e concetti che ci accompagnano dalla notte dei tempi. Ma perché il sacro è così radicato in noi? Boncinelli va al cuore della questione e mette a nudo i bisogni biologici e sociali che hanno favorito la nascita e la crescita di questa idea. Scavando nella regione più profonda della nostra irrazionalità, Boncinelli sottolinea la necessità fisica degli esseri umani di avere a disposizione una serie di punti fermi da cui partire e sui quali fondarsi, anche a prescindere dalla religione vera e propria. Forse non si può vivere senza qualcosa di sacro, ma sarebbe meglio ricorrerci il meno possibile per non restare ancorati a un modo di ragionare in cui tutto si dà per scontato e immutabile. Una mentalità può dirsi razionale solo se mette in gioco le nostre responsabilità individuali, ed è proprio questo l’elemento che spinge le persone a restare legate al sacro, pure nelle sue declinazioni più arcaiche e semplicistiche. Infatti, ci ricorda Boncinelli, “è anche per questo che la scienza non piace alla gente, sempre ansiosa di giudicare e di incolpare. Tanto il male lo fanno sempre gli altri e mai noi”.

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di Giorgia Serughetti

C’è stato un tempo, nella storia dell’Italia unita, vari decenni prima che le donne conquistassero il diritto di voto, in cui la loro esclusione dalla cittadinanza non aveva nemmeno bisogno di essere inscritta nelle leggi, tanto radicato e condiviso era il pregiudizio che le voleva esseri umani incapaci di giudizio nelle decisioni sulla cosa pubblica. In quel tempo, che precede persino il suffragio universale maschile (universale e maschile, bell’ossimoro), è ambientato il romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, Il giudice delle donne, che racconta di quando nel 1906 dieci coraggiose maestre delle Marche chiesero di essere registrate nelle liste elettorali dei comuni di Senigallia e Montemarciano. E di come in prima battuta vi riuscirono, perché la Corte d’Appello di Ancona, presieduta da un personaggio della statura di Ludovico Mortara, diede loro ragione.  continua a leggere qui:

https://femministerie.wordpress.com/2016/04/03/le-maestre-che-fecero-limpresa/

 

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Generazione tradita, dal dopoguerra a Tangentopoli controcanto alla saga dell’inganno di Antonio Giagni , Rubbettino  euro 16

 Questo libro è una sorta di schermo su cui scorrono le immagini di avvenimenti narrati fuori dei canoni della storiografia ufficiale: le lotte contadine per “lavorare” i latifondi abbandonati, la stagione del neorealismo e l’accanimento della censura a Venezia contro Pasolini e Visconti, il governo Tambroni e i morti di Reggio Emilia e le violenze dei cavalieri di D’Inzeo a Porta San Paolo a Roma, il Maggio francese tra Parigi che sognava la rivoluzione e l’indifferenza della provincia che si preparava alle vacanze in Italia e in Grecia, le grandi migrazioni dal Sud al Nord sognando un lavoro in fabbrica, gli imponenti scioperi alla Pirelli e alla Fiat. E ancora: il sequestro Moro, il terremoto in Irpinia e Basilicata tra scandali e morti e Napoli che festeggia la grande abbuffata impadronendosi di quasi tutti i 60mila miliardi stanziati per le zone colpite dal sisma, il crollo dell’Urss e i falsi dossier del Kgb sulla partitocrazia italiana, la rivolta contro il dilagare della corruzione con Tangentopoli che cancella i partiti, la nascita della seconda repubblica guidata da chi aveva affossata la prima, il trionfo del cerchiobottismo e del trasformismo considerati non più come fenomeni esecrabili ma come valori su cui rischia di reggersi l’Italia del Terzo Millennio. Immagini che certificano la sconfitta di una generazione che voleva cambiare il mondo vivendo nel Paese del gattopardo.

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https://www.radioradicale.it/scheda/468217/conversazione-sul-libro-di-antonio-giagni-generazione-tradita-dal-dopoguerra-a

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La scuola cattolica, Edoardo Albinati


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PAOLO BROGI, IMPICCATELI. Le storie eroiche di Cesare Battisti e Nazario Sauro a cento anni dalla loro morte, Imprimatur, 2016

Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti veniva impiccato a Trento al termine di un processo per “tradimento” sbrigato in sole due ore. Nazario Sauro ne seguì le sorti, a Pola, il 10 agosto di quello stesso anno. Catturati dagli austriaci, per i due ex sudditi passati a combattere contro Vienna sotto le insegne italiane non c’era stata pietà. Il trentino Battisti aveva 41 anni, l’istriano Sauro 36. Che cosa resta dei due irredentisti a un secolo di distanza da quelle giornate tetre in cui si compiva il loro destino?

Due vite vissute con coraggio e determinazione, con la passione del ricercatore e del militanteche sogna la sua terra trentina libera e con la generosità del marinaio istriano capace di salvare piroscafi in mare che proprio in quel Mare Adriatico sarà tradito al momento della sua cattura.

Due figure che appartengono alla nostra storia più vicina e che l’anniversario del loro sacrificio imponeva di rimettere a fuoco.

Cesare Battisti, geografo, socialista, antimilitarista prima e poi irredentista, militante convinto e grande oratore, editore e creatore di giornali, deputato al parlamento di Vienna e rappresentante trentino alla Dieta di Innsbruck, sposo di Ernesta Bittanti sua grande compagna di fede e di debiti, padre di tre figli, esule dall’Austria e poi volontario tra gli alpini dell’esercito italiano nella Grande Guerra in cui avrebbe perso la vita una volta catturato nel corso della battaglia del Pasubio per mano poi di un boia fatto arrivare da Vienna…

Nazario Sauro, di Capodistria, marinaio provetto e capace di operazioni ardite in mezzo al mare, convinto irredentista, volontario allo scoppio della guerra nella Regia marina militare italiana, tradito a bordo del sottomarino Pullino dalle secche di uno scoglio dell’Adriatico, alla Galiola…E portato poi al capestro.

I loro corpi interrati in modo anonimo dovevano addirittura scomparire. Ma non è stato così…

Paolo Brogi, giornalista e scrittore, a questi temi ha dedicato anche il suo recente “Eroi e poveri diavoli della Grande Guerra” (Imprimatur)

http://www.brogi.info/

 

La fuga dei nazisti e la complicità della Chiesa

SegretiQuartoReichIl responsabile dei più atroci esperimenti nazisti, Menghele, fu protetto da una rete di rapporti internazionali, in Argentina e Paraguay.  Ma si calcola anche che attraverso la ratline «la più grande via di contrabbando per i criminali di guerra nazisti» siano arrivati in Argentina circa 60mila colpevoli di crimini nazisti. Intanto Priebke ha vissuto fino alla morte in Italia fiero del proprio nazismo. Capò e «nazisti della porta accanto», ovvero gregari e complici della Shoah, dopo la fine della guerra, hanno fatto carriera negli Usa e in altri Paesi. Gerarchi ed ex ufficiali delle SS, colpevoli di atroci crimini contro l’umanità, celati sotto nuove identità, hanno giocato un ruolo di primo piano nella rete internazionale dello spionaggio e dell’estremismo nero nell’ultimo mezzo secolo. Complice  la Chiesa. Perché «molti esponenti della gerarchia cattolica, quando non il Vaticano stesso- scrive Guido Caldiron ne I segreti del Quarto Reich –avevano sostenuto più o meno apertamente durante il conflitto regimi e movimenti fascisti, che facevano riferimento al cattolicesimo una delle proprie principali armi propagandistiche, in particolare nei Paesi dell’Europa dell’Est alleati con Hitler e Mussolini».  continua a leggere qui

La fuga dei nazisti e la complicità della Chiesa

Segnalibro – L’ultimo libro di Safran Foer
Come disse Abramo: Here I Am

foer Sono passati già undici anni da quando nel 2005 Jonathan Safran Foer pubblicava Molto forte, incredibilmente vicino, confermandosi come una delle più grandi rivelazioni dei primi anni Duemila, dopo aver pubblicato a venticinque anni il best seller Ogni cosa è illuminata. Poi, nel decennio successivo a quel secondo successo, mentre Safran Foer beveva tè organico sulla sua terrazza di Brooklyn insieme alla moglie e collega scrittrice Nicole Krauss e i loro due pargoletti, di romanzi non ne sono più usciti. Ma ora, con il matrimonio ormai finito – ovviamente in modo amichevole come si conviene a due artisti chic e impegnati della New York più hipster – ha annunciato l’uscita nelle librerie a settembre del suo nuovo romanzo, il cui titolo inglese sarà Here I Am, e al centro del quale ci sarà proprio il tema del divorzio in una famiglia ebraica.
La storia si svolge nella Washington del giorno d’oggi e si sviluppa tutta nel corso di un solo mese. Si racconta la storia di una famiglia ebraica composta dai genitori e i tre figli maschi, ritratta nel momento clou in cui il matrimonio della coppia cade a pezzi. Siccome i problemi non hanno mai un gran tempismo, nel corso di questa implosione c’è anche il bar mitzvah di uno dei tre figli, in occasione del quale alcuni parenti vengono in visita da Israele. E mentre il dramma famigliare ha luogo in quella piccola realtà statunitense, in Medio Oriente si abbatte un grande terremoto che devasta Israele.
Ecco, questo è più o meno tutto quello che per il momento si sa, a parte l’ispirazione dietro all’enigmatico titolo – “here I am”, “eccomi”, è quello che Abramo risponde a Dio nella Torah quando gli chiede di sacrificare suo figlio Isacco – e qualche indiscrezione dalla casa editrice, Farrar, Straus and Giroux. Del romanzo, ha affermato l’editore Eric Chinski, che ha già lavorato con Foer per Ogni cosa è illuminata, “non si può scambiare nemmeno una frase per l’opera di un altro autore“. La storia, ha dichiarato al New York Times, “mantiene i tratti tipici della sua inventività brillante e intensa immaginazione, e la pura energia che associamo con la scrittura di Jonathan, ma è un grande passo avanti per lui. È un libro quasi duro, sporco, a volte anche divertente – la descrizione di Chinski – che come Il lamento di Portnoy di Philip Roth racconta la vita ebraica americana”.
In ogni caso, a nessuno sono sfuggiti i riferimenti autobiografici. Oltre al divorzio da Krauss del 2014, accolto con una certa delusione da chi si era illuso fosse la storia ideale, con l’equilibrio perfetto tra brillante intellettualità e romanticismo elegante, nella storia si può anche trovare riflesso il passato di Foer, cresciuto in una famiglia ebraica con due fratelli altrettanto engagé, Franklin, ex editor della rivista dell’intellighenzia americana New Republic, e il giornalista Joshua. E poi si ritroveranno in Here I Am anche alcuni dei temi cardine degli altri due romanzi che tanto stanno a cuore a Foer, quello dell’identità e della storia ebraica, e quello di come i legami famigliari cambino di fronte alle tragedie. Ma Chinski torna a mettere in guardia i lettori troppo precipitosi: “Non si tratta di un romanzo autobiografico – ha affermato – tranne nel senso che ogni opera della maturità riflette molto l’esperienza di vita“. Il libro, ha concluso, “riflette il processo della crescita e di venire a patti con il mondo“.

Francesca Matalon twitter @fmatalonmoked

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Gaetano Pecora, La scuola laica. Gaetano Salvemini contro i clericali, Donzelli € 18 L’istruzione è il più delicato dei servizi pubblici. Dovrebbe far emergere i talenti e limitare i privilegi acquisiti per nascita, ma può al contrario perpetuare e consolidare le disparità sociali, fino a renderle invalicabili. Inoltre è nella scuola che si forma in prima istanza il cosiddetto capitale umano, risorsa essenziale per lo sviluppo economico e civile. Tutto ciò rimane vero oggi, ma lo era a maggior ragione un secolo fa, in un’Italia flagellata dalla miseria e dall’analfabetismo. Centrale fu perciò all’epoca l’impegno di Salvemini per la riforma del sistema educativo, su cui si sofferma Pecora, esaminando i temi principali sollevati dallo storico pugliese: statuto giuridico degli insegnanti con robuste garanzie d’indipendenza , disciplina degli istituti privati e dell’esame di Stato, opposizione netta a qualsiasi ipoteca confessionale o ideologica. Da sempre in trincea per il riscatto del Sud, spirito militante ma allergico alle appartenenze di partito, Salvemini voleva una scuola palestra di spirito critico, animata dalla “concorrenza tra idee opposte”, che in primo luogo abituasse gli alunni a ragionare. Pecora analizza in dettaglio le posizioni da lui esposte nel 1907 in un congresso d’insegnanti a Napoli, che permettono di misurarne la distanza da Luigi Einaudi, contrario al valore legale dei titoli di studio, e dal Giovanni Gentile di quel periodo, ovviamente non ancora fascista, ma già convinto fautore di un sistema scolastico retto da una “fede” filosofica unitaria. Emerge nel complesso dal libro un pensiero nitido, ma non del tutto coerente nei suoi passaggi. Salvemini, nota Pecora, boccia l’idea che ai sacerdoti cattolici venga precluso l’insegnamento negli istituti statali, ma esprime una concezione della scuola  così spiccatamente razionalista e antidogmatica che quel divieto dovrebbe a rigor di logica discenderne. E tuttavia, se in linea di principio la contraddizione può essere rilevata, all’atto pratico il rifiuto di discriminare il clero era senz’altro saggio. Non certo di ulteriori barriere tra laici e cattolici aveva bisogno l’Italia di allora e Salvemini ne era cosciente al punto di annacquare il suo anticlericalismo, che avrebbe peraltro trovato anni dopo ottime ragioni per inasprirsi in seguito all’intesa tra il fascismo e il Vaticano, culminata nel Concordato del 1929 Antonio Carioti  @A_Carioti  www.corriere.it

 

 

Scott Blackwood ,UNA COSI’ BREVE DISTANZA CI SEPARA, Ponte alle Grazie, 15 Ad Austin, in Texas, un incendio brucia un intero negozio. E’ il 6 dicembre 1991. Dopo aver spento le fiamme, i vigili del fuoco scoprono i cadaveri di quattro ragazze adolescenti: sono Amy Ayers, Eliza Thomas, Sarah e Jennifer Harbison. I loro corpi sono accatastati uno sopra l’altro. Sono state imbavagliate e legate con i loro vestiti. Le fiamme e l’acqua hanno cancellato quasi tutti gli indizi, ma le vittime sono state colpite alla testa e gli investigatori pensano che probabilmente siano state uccise prima dell’incendio. Le ragazze, per quella sera, avevano in programma un pigiama party. Questo caso, a oggi ancora irrisolto, ha ispirato il secondo romanzo di Scott Blackwood e rappresenta l’inizio di un’altra storia. Quella della vita di chi resta, di chi sopravvive. E’ la storia di Kate, la mamma di due delle ragazze uccise, di Jack il pompiere che per primo ha affrontato l’incendio nel negozio, di Hollis, veterano della guerra in Iraq che vive per strada nella sua macchina decorata, di Michael, il ragazzo che quella notte faceva il palo e guidava la macchina per una rapina e della giornalista Rosa Heller, reporter di “nera” per un quotidiano locale. Nel romanzo le ragazze uccise sono tre, Zadie, Elisabeth e Meredith. In una sera di autunno stanno chiudendo la gelateria in cui lavorano quando entrano due uomini con le pistole. Pochi minuti dopo il negozio è in fiamme e loro sono sul pavimento: nude, legate, assassinate. Sono loro, nelle prime pagine del libro, a raccontare, in un’unica voce, l’inizio di questa storia: “Siete venuti nel fuoco. Ci avete trovato. In tutto quel buio e fumo e acqua; un piede scalzo, brillante. Lo scarto pieno di speranza di una caviglia. Ci avete rivestito di luce. Lavato i capelli. Invece di niente abbiamo voi”. Nel legame tra i vivi e i morti che ricorda gli “Amabili resti” di Alice Sebold – nella breve distanza che li separa – vengono svelati i “modi in cui le persone erano collegate l’una all’altra nello spazio e nel tempo da qualcosa che se ne stava fuori, nascosto alla vista ma intuibile come le stelle in pieno giorno” . Come il cuore di Kate, rimasta sola senza le figlie, le pagine del libro si modellano intorno a una mancanza, “a un mai più”. Le ragazze non ruberanno baci in giro, non berranno per placarsi i nervi, non sentiranno di essere destinate a qualcosa di più grande. Il cuore della madre non perdona. E neanche Blackwood che, nei sessanta brevi capitoli del suo romanzo, tratta con dura sensibilità la vita di ogni personaggio, descrivendo la natura del dolore e di un “male che non assomiglia a niente”. E siccome la gente ha sempre bisogno di appartenere a un posto, anche se “non sempre è quello che ti aspetteresti”, il romanzo è anche la storia di una città che, a seguito degli omicidi, ha dichiarato il coprifuoco; una città in cui la gente ha paura, non fa giocare i bambini in giardino e non esce di casa la sera. Non ci sono prove, non c’è un movente, non ci sono colpevoli e non basterà trasformare la notte in giorno costruendo una luna finta con giganteschi lampioni che la illuminano. Bisognerà inventarsi un’altra storia. Anche se alcune storie non hanno una fine. Scott Blackwood, che vive a Chicago ma è cresciuto in Texas, insegna al corso di laurea in scrittura creativa della Southern Illinois University. Il suo primo romanzo del 2009, “We agreed to meet just here”, ha ricevuto numerosi premi, e nel 2001 aveva scritto la raccolta di racconti “In the Shadow of Our House”. Di lui Richard Ford ha detto “Un talento incredibile… naturale, emozionante, inevitabile”.(il foglio)

 

Silvia Haia Antonucci, Un amore Capitale. Salvatore Fornari e Roma, Esedra editrice, Padova, 2014, € 19 Il bel libro di Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio storico della Comunità Ebraica di Roma, è un nuovo e interessante contributo per la messa in luce di quell’immenso patrimonio di storia e di memorie della più antica comunità ebraica d’Italia, quella di Roma. Si tratta infatti di una monografia dedicata a Salvatore Fornari, orafo e argentiere, ma anche eclettica figura di artista, fotografo, collezionista e intellettuale del Novecento, che fu tra i protagonisti della fondazione (1960) del Museo Ebraico di Roma e suo primo Direttore. La ricerca spazia quindi dalla biografia personale alla ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere nelle quali Fornari visse, grazie anche al bell’apparato iconografico che arricchisce il volume. Molto stimolante anche l’appendice di interviste, mentre di particolare efficacia risulta la introduzione di Anna Foa. Questo lavoro di Silvia Haia Antonucci si segnala però anche per il contributo che arreca alla più approfondita conoscenza di quello che fu il mondo degli ebrei italiani a partire dagli anni dell’Unità nazionale e per buona parte del Novecento. Una conoscenza che purtroppo non ha mai fatto parte della memoria diffusa e di senso comune tra gli italiani, dove invece mai del tutto scomparsi e sotto traccia continuano ad allignare pregiudizi d’antica matrice antiebraica o addirittura, più o meno camuffati di “antisionismo”, antisemiti. Eppure, se si guarda all’apporto degli ebrei al Risorgimento nazionale e soprattutto alla rapida e profonda integrazione che ebbe luogo nei primi decenni successivi, si comprende appieno il senso di quell’acuta osservazione che fece Arnaldo Momigliano. E cioè che gli ebrei rappresentavano, nel processo unificatore, una regione senza territorio, ma certamente equivalenti alle altre regioni i cui abitanti, divenendo italiani, non per questo perdevano il senso della loro identità locale originaria. E in effetti, l’intera storia degli ebrei italiani, dal Risorgimento al 1938, non si può non leggere che in questo modo. Uno straordinario caso di profondissima integrazione nazionale, sociale, culturale, affettiva, che nondimeno preservava, con discrezione e costanza, il nucleo dell’antica e mai dismessa identità. Il paradosso della coscienza collettiva diffusa italiana è quello di non avere mai del tutto acquisito la consapevolezza di quella vicenda storica, né, dopo, dei mutamenti intervenuti. Infatti, è evidente che quella storia esemplare e onorevole subì una drammatica cesura con l’introduzione delle ignobili leggi razziali (cioè antiebraiche) nel 1938. A quella seguirono gli anni dell’orrore della Shoah e poi ancora, ovviamente su altro e positivo piano, la nascita dello Stato di Israele. Si vuol dire insomma che dopo quei tre eventi capitali, la riflessione degli ebrei italiani su se stessi e la loro identità non poteva non mutare e che quel tormentato e intenso dibattito continua ancora.Il superficiale e autoconsolatorio approccio che in termini di opinione pubblica e divulgazione storica continua invece a prosperare tra gli italiani non ebrei è anche frutto di questa scarsissima conoscenza storica, del “prima” come del “dopo”.Con gli ebrei d’Italia essi hanno convissuto per secoli e, come a Roma, addirittura millenni. Con l’unificazione nazionale sono cadute le norme discriminatorie e restrittive e gli ebrei hanno condiviso senza problemi luoghi, funzioni, impieghi, lavori e ogni aspetto della vita culturale e civile. Hanno condiviso vicinati e compagni di banco e di pianerottolo, dividendosi, come tutti gli italiani, in ogni possibile varietà di posizioni politiche e scelte ideali. Ma ciononostante, allo scoccare del fatale 1938, si stenta a rintracciare, pur nelle condizioni di conformismo coatto che il fascismo a tutti imponeva, un pur minimo ma significativo moto personale, se non collettivo, di protesta o almeno di disagio critico capace di dare un segno percepibile che non fosse il celato mormorio e il borbottio privato. Ma anche dopo, il lavoro ingrato e penoso che gli ebrei italiani hanno compiuto su se tessi per darsi ragione dell’accaduto e per trovare posizioni corrispondenti all’evoluzione storica, inevitabilmente con una revisione critica dei presupposti identitari sino allora mantenuti, è stato e poco compreso e per nulla ricollocato in un processo di autocoscienza storica della comunità nazionale. Eppure, la storia di un ebreo italiano e romano come Salvatore Fornari, che ebbe la ventura di vivere quasi per intero l’arco del secolo (1900-1993), riassume, pur nelle peculiarità personali, quella intera vicenda, che è storica e culturale insieme. Ecco perché il libro della Antonucci su Salvatore Fornari è di grande utilità. Perché, al di là dei meriti di una ricerca storica di eccezionale e originale valore, dà conto di una vicenda umana e culturale esemplare. Non può non commuovere ancora leggere, tra le poesie in romanesco di Fornari, versi come questi: Quinni se domannate a li romani / de riparlà er dialetto de Pasquino / eccheme qui: comincio da domani (Romanesca, 1978).E riflettere allora su quale patrimonio di sentimenti e di affetti (per non parlare di quello storico e sociale) una piccolissima minoranza come quella ebraica (solo l’1 per mille, aveva sentenziato Mussolini per giustificarne l’esclusione da pubblici uffici e professioni) ha lasciato a tutti gli italiani, di ieri ma anche di oggi e, si spera, di domani. Marco Brunazzi, Vicepresidente dell’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Torino e docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Bergamo

http://www.hakeillah.com/2_15_22.htm

 

 

 

Paola Formica, Orizzonti, Carthusia Quando il ragazzo protagonista di “Orizzonti” porta all’orecchio la conchiglia trovata su una spiaggia italiana, quello che ci sente dentro non è soltanto il mare. E’ la fine di un viaggio cominciato con la fuga da una terra desolata e ferita che sta dall’altra parte di quello stesso mare. Il volume ideato e illustrato da Paola Formica è edito da Carthusia (€ 19.90). Una storia senza parole, tranne una : il titolo. Che è anche un auspicio Severino Colombo

Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, € 32 Il libro ricostruisce la vicenda del monumento romano a Giordano Bruno, e attraverso la biografia della statua racconta un pezzo della vita post risorgimentale . L’idea del monumento a Bruno venne a un gruppo di studenti universitari che si incontravano all’Osteria del Melone, vicino alla Sapienza. I giovani Adriano Colucci e Alfredo Comandini, studenti di giurisprudenza (il primo diventò un deputato, il secondo dal 1891 al 1892 fu direttore del Corriere della Sera) animarono una raccolta fondi. Ma la mente e il braccio operativo fu il filantropo Armando Levy, profugo della Comune di Parigi, per il quale la costruzione del monumento diventò una ragione di vita. Massoni, mazziniani, ex garibaldini, radicali, anarchici, liberali, anticlericali… si unirono nel nome del monumento al filosofo opponendosi al papa re ai gesuiti – che sempre sono esistiti e esisteranno, oggi anche vestiti da pontefice, per disturbare il libero dispiegarsi della vita – alla destra politica che temeva quella statua come un oltraggio al papa e al Vaticano. Dopo molti conflitti tra segretari di Stato vaticano, sindaci di Roma, presidenti del Consiglio si portò a compimento la statua scolpita da Ettore Ferrari e che ancora oggi vediamo e, se possibile, ha assunto maggiore importanza e scalda il cuore  a noi pochi liberi pensatori, per un potere clericale che si è indissolubilmente sposato con i media di regime. Fu il presidente del Consiglio Francesco Crispi che diede il via libera alla costruzione della statua che venne inaugurata in un tripudio di bandiere fiori e colori il 9 giugno 1889, mentre i corvacci vaticani si rodevano le budella. Almeno per un giorno!

https://liberelaiche.wordpress.com/2013/02/15/ricordando-giordano-bruno/

E’ uscito il libro di Andrea Nicolotti, Sindone, storia e leggende di una reliquia controversa (Einaudi, € 32) , che fa il punto sulle vicende storiche relative al telo custodito a Torino. Nicolotti, studioso di Storia del cristianesimo  presso l’ateneo torinese, si è già occupato dell’argomento con i libri I Templari e la Sindone e Dal Mandylion di Emessa alla Sindone di Torino. L’ostensione della Sindone nel Duomo di Torino comincerà il 19 aprile fino al 24 giugno. La datazione del telo al Medioevo (tra il 1260 e il 1390) stabilita dall’esame del carbonio 14 nel 1988, è tuttora fortemente contestata

 https://liberelaiche.wordpress.com/2014/11/06/cambiamenti/

prenotata  per il 25 marzo alle 18 da Fandango in via dei Prefetti dove presento il libro con Aldo Cazzullo e Bianca Berlinguer.
Ancora grazie!

Invito Conti 25 marzo RomaBatticuore, Paolo Conti, Rizzoli, euro 13 (io sono citata a pagina 80) 

http://www.corriere.it/spettacoli/15_febbraio_10/san-valentino-batticuore-amore-anziani-02dc0266-b108-11e4-9c01-b887ba5f5

http://www.booksblog.it/post/123100/batticuore-paolo-conti

“Ho 58 anni e trovo pietosa, anzi ridicola, solo l’ipotesi di innamorarmi.” Così scriveva Paolo Conti in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” il 20 agosto 2012 e poi sul sito corriere.it nello spazio della “27ma ora”, scatenando per la prima volta un incredibile dibattito sull’amore in età matura e sulle trasformazioni delle relazioni sentimentali nel nostro Paese.Riprendendo il discorso iniziato con quella provocazione, “Batticuore” racconta come vengono vissuti oggi i sentimenti, le relazioni e il sesso oltre i cinquant’anni: muovendosi tra testimonianze dei lettori, storie simbolo, cifre statistiche e riflessioni di esperti e di personaggi famosi, Conti delinea una realtà che sembra aver perso i confini fra le diverse stagioni della vita. E tra padri che frequentano le amiche dei figli, divorzi tra ultrasessantenni, amori intellettuali e colpi di fulmine in terza età, ci accompagna nel cuore di quel “gigantesco rimescolamento di carte affettive che cambia continuamente (e allegramente) volto all’ormai ex istituzione italiana per eccellenza: la famiglia, la coppia fondata sul matrimonio”.

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Sebastiano Mauri, Il giorno più felice della mia vita. Ogni coppia ha diritto al suo si, Rizzoli € 12 Un sogno che si trasforma in un incubo. Lui che dichiara a un altro lui il suo amore chiedendogli di sposarlo mentre gli porge un anello con uno zaffiro, e un’aquila che piomba sulla coppia per rapire il loro cagnolino e distruggere la scenetta idilliaca. E’ questo l’intruso onirico che disturba il sonno dell’autore. Perché lui, omosessuale, affronta il “deserto” dei diritti per quanto riguarda le coppie dello stesso sesso in Italia. E per chiedere a gran voce il matrimonio. L’Italia in questo campo ha una maglia nerissima : è tra i pochi Stati della Ue a non avere in pratica alcuna tutela per i legami omosessuali. Mauri scrive che per sposarsi “è costretto a chiedere il permesso a 60 milioni di italiani”, toccando il tasto dei diritti civili che “non si assegnano a rate o con riserve. Per cui le unioni civili non bastano, implementarli non significa mettere in pratica l’uguaglianza, ma l’apartheid. Ci vuole dunque il matrimonio per tutti”. Mauri spiega che il pieno riconoscimento dei diritti delle coppie gay favorirebbero anche la crescita economica, perché il Pil non è solo la quantità di ricchezza prodotta da un Paese, ma anche la stabilità sociale e la lotta alle discriminazioni che questa ricchezza può garantire. Come ha scritto il blogger Saverio Tommasi, “i diritti sono come un raggio di sole. Se io mi abbronzo a te non rubo niente”. Una ventata di ottimismo e razionalità che anima anche Mauri, il quale non si preoccupa dell’ostracismo della Chiesa cattolica, quando scrive che Bergoglio , “già da arcivescovo di Buenos Aires aveva combattuto la sua battaglia contro le nozze gay in Argentina, ma aveva perso. E dunque è solo questione di tempo anche per l’Italia”. In fondo, già nel 1582, il filosofo Michel de Montagne scrisse: “Noi chiamiamo contro natura quello che avviene contro la consuetudine; non c’è niente se non secondo essa, qualunque cosa sia. Che questa ragione universale e naturale cacci da noi l’errore e lo stupore che ci arreca la novità”. Massimiliano Chiavarone

 

Era il 14 luglio del 1555 quando il grande inquisitore Gian Pietro Carafa, appena diventato papa con il nome del Paolo IV e prima ancora di inventare l’Indice dei libri proibiti, impose con la bolla Cum nimis absurdum la segregazione degli ebrei nei ghetti. Una scelta alternativa a quella spagnola dell’espulsione, ma fondata sui principi teo-ideologici che nei secoli successivi avrebbero alimentato e giustificato la persecuzione antisemita. Lo spiega bene Marina Caffiero, ordinario alla Sapienza di Roma, nel suo ultimo libro: Storia degli ebrei nell’Italia moderna. Dal Rinascimento alla Restaurazione (Carocci, € 19) . Il modello romano, subito esteso alle altre città della Penisola, soddisfaceva una duplice necessità: la presenza degli ebrei “in quanto testimoni della verità del cristianesimo” e la “loro degradazione sociale” come “prova decisiva della punizione divina per aver rifiutato Cristo”. Da qui, l’“ossessione conversionistica” espressa con i battesimi forzati; il recupero delle più antiche e infondate accuse di omicidio rituale ; e l’uso degli stereotipi, quell’ “antisemitismo razziale” fatto di “insistenza sul tipo fisico e morale dell’ebreo”. Nel Cinquecento, appunto; e nel Seicento; ma anche nel Settecento dei Lumi, quando “gli ebrei cominciarono ad essere  individuati come i complici, oltre che come i beneficiari, del complotto anticattolico ordito dalla cultura moderna e dalle politiche secolarizzatici degli Stati”. Perché l’impostazione di pensiero codificata da quella bolla papale si è periodicamente riproposta. Così che anche  “l’emancipazione civile e politica degli ebrei sancita dalla Rivoluzione francese finì per accentuare ancora di più l’antiebraismo cattolico… all’interno della diffusa convinzione che esistesse un nesso preciso tra emancipazione degli ebrei, massoneria, Rivoluzione e processi di scristianizzazione”. E, stando al passato più prossimo, “quanto tale antiebraismo reazionario cattolico, che non si può esitare a definire senz’altro come antisemitismo, ha influito e condizionato l’antisemitismo nazionalistico e secolare ottocentesco e poi novecentesco?” La domanda arriva nelle ultime righe del libro. Ma la risposta è già nelle 218 pagine precedenti. Daria Gorodisky, AlefBet

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=80&id=29720

http://www.uaar.it/battesimi-forzati

LIBRI

Non avevamo immaginato e nemmeno sperato, quando nell’ormai lontano duemila nascemmo come associazione “Italialaica.it”, di poter esistere ancora oggi, in questo ultimo scorcio di anno che prelude l’inizio del nostro quindicesimo anno di vita.Ed è proprio per festeggiare che nel gennaio 2015 inaugureremo: I nostri e-book, una nuova rubrica, una “libreria elettronica” che ospiterà, libri, testi, saggi che speriamo portatori di idee, critiche, considerazioni inerenti la laicità quale valore fondante e indispensabile per la costruzione di una democrazia. Gli e-books, potranno essere consultati con la stessa semplicità usata per la lettura degli articoli, potranno essere scaricati e, ci auguriamo, saranno soprattutto fonte di dibattito.Per dare inizio e concretezza a questo nuovo impegno ci è subito stata facile la scelta di pubblicare un testo il cui titolo è già una sfida: Laicità è democrazia, di Marcello Vigli.I nostri lettori più attenti già sanno che Vigli ci ha accompagnati lungo tutto il corso di questi anni con i suoi editoriali, i suoi scritti, i suoi suggerimenti, le sue critiche e il suo sostegno. Sostegno che è stato anche personale nei miei confronti, prezioso nei molti momenti di difficoltà e di dubbi, dovuti talvolta alla concreta sensazione di agire nel nulla, di lavorare davanti ad uno schermo muto che non offriva nessun riscontro, neanche da parte dei nostri lettori.Ebbene, è proprio rileggendo e riordinando ciò che Marcello ha pensato e scritto per il nostro sito in questi anni, che l’idea di offrirne la raccolta ai nostri lettori ci è parsa ovvia e soprattutto opportuna.Buona lettura, dunque, per tutto il 2015 e speriamo per molti anni oltre ancora. Mirella Sartori

Clicca qui per scaricare l’e-book di Marcello Vigli, “Laicità è democrazia”

 

Louise de Vilmorin COCO CHANEL, Sellerio, € 9, pagine 101 Nel 1947 Chanel era a Venezia e desiderava vendere agli americani i diritti delle sue memorie per una riduzione cinematografica. Louise de Vilmorin, gran signora dei salotti francesi, intima amica di Cocteau, raccolse le confidenze dell’amica, ma la biografia non piacque agli americani e Chanel attribuì l’insuccesso a de Vilmorin. Irrequietezza e ingratitudine combatterono per un po’ per sfociare nelle scuse formali di Louise a Coco. Le scuse, un bel po’ di pagine di questo gradevole libricino, sono un capolavoro di sottomissione e civiltà.  Coco Chanel aveva imposto all’amica scrittrice la sua vita immaginaria. Una infanzia allegra in un piccolo paese dell’Alvernia (Auvergne), una mamma ricca ma malata, un papà stravagante che, dopo aver prosciugato la dote con bacco tabacco e Venere, l’aveva affidata a due zie, zitelle acide, che le avevano dato una educazione rigidissima. Niente vero. La piccola Chanel dopo la morte della madre e l’abbandono del padre, un violento ubriacone, passò dieci anni in un orfanotrofio di Aubazine. Una vita troppo brutta per essere raccontata, seppure ad una amica. E il racconto di de Vilmorin è una lunga teoria di cavalli montati a pelo, colpi di testa, collane di perle, amanti nobilissimi ricchi e generosi. In realtà la giovane Chanel era una commessa che sedusse un ufficiale di cavalleria, dal suo letto passò a quello di un  commilitone che la portò a Parigi. Di vero c’era il suo temperamento, alcuni amanti assai discutibili, la voglia di emancipazione, la capacità di mantenere la femminilità e la grazia sotto una scorza dura, la volontà di essere padrona del suo corpo e del suo destino. Una forza che ancora sentiamo mentre ci spruzziamo i polsi con il  n.5.

Umberto Veronesi, Il mestiere di uomo, Einaudi Il professore racconta come nel corso degli anni sia maturato il suo agnosticismo. Scrive : “Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa, ma il tramonto della fede era iniziato molto prima. Durante il liceo fui bocciato due volte, ero un discolo in senso letterale: non andavo bene a scuola. Di fatto sono sempre stato anticonformista, ribelle ai luoghi comuni e alle convenzioni accettate acriticamente, e questa mia natura mal si conciliava con l’integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino” E ancora: La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone durante la guerra. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro”. Una malattia terribile come purtroppo molti di noi sanno. Nei giorni scorsi il papa ha deciso di promuovere servo di Dio il bambino Silvio colpito da un osteosarcoma accettato con coraggio e gioia e la sua mamma, una giovane donna, afferma di avere offerto la malattia e la morte del suo bambino all’Eterno. Io penso che se ti muore una persona dai i numeri e cerchi una motivazione qualsiasi per provare a dare un senso al dolore, anche di pensare che sia un olocausto da offrire a qualcuno ma solo perché sei pazzo di dolore. Scrive ancora Veronesi: “diventa molto difficile identificare il cancro come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia, è allora che l’uomo scopre che non ci sono entità sovrannaturali: “ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore per la persona malata. … per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del “non so”. Io so che la distruzione della malattia lascia solo dolore in chi rimane. La solitudine, perché anche il racconto del dolore annoia. Lascia la cognizione che chi non c’è più avrebbe solo desiderato continuare a stringerti la mano.

http://www.einaudi.it/libri/libro/umberto-veronesi/il-mestiere-di-uomo/978880621692

http://www.uaar.it/news/2014/11/19/veronesi-fuoco-incrociato-essersi-detto-ateo/

 

 

 

 

Marco Politi, Francesco tra i lupi, Laterza http://www.ibs.it/code/9788858110799/politi-marco/francesco-tra-lupi.html?gclid=CIT55K_c78ECFfDHtAodPCMABw                       Sicuramente il titolo è suggestivo, e Marco è uno dei pochi vaticanisti (fino a qualche anno fa a la Repubblica e oggi a Il Fatto quotidiano) che conosce il mondo anche al di fuori del sagrato. In questo lavoro ricostruisce il conclave : l’esigenza di discontinuità e la mancanza di fiducia sugli italiani e il protagonismo degli americani che vorrebbero un papa non europeo. Per Politi anche tra chi poi lo ha votato c’è una grande insofferenza nei suoi confronti, viene contestato fortemente anche per la sua scelta di abitare a santa Marta, perché l’appartamento del papa in Vaticano non è solo un luogo fisico ma è un modo per indicare una cricca una cerchia o come usa dire oggi il giglio magico. Secondo Politi il nuovo papa cerca una opposizione aperta anche su temi molto importanti per i cattolici come la comunione dopo il divorzio o l’omosessualità, perché desidera che i cambiamenti siano pubblici e pubblicizzati. Per Politi il tempo di Bergoglio non è infinito, non perché l’uomo sia malato o molto anziano, ma perché è possibile, dopo la scelta di B16, un passaggio di carica. Secondo il saggio, se è possibile che il successore potrà scegliere di tornare nell’appartamento papale non potrà più presentarsi come il plenipotenziario di Cristo dopo che papa Francesco ha dichiarato di esserne il discepolo. Lascerà una traccia papa Francesco? C’è da augurarselo perché anche alla maggioranza del mondo che non è cattolica fa comodo avere una istituzione sana e al passo con la contemporaneità. Aggiungo che Marco, che ho avuto modo di conoscere bene nel lontano ’94 quando io lavoravo all’organizzazione della conferenza delle Nazioni Unite per la Popolazione e i media italiani seguivano la conferenza come se fossero il Vaticano, non dimentica mai i colleghi né di ringraziarli per piccoli suggerimenti in fondo ai suoi libri come è successo anche per me che gli avevo segnalato alcune simbologie ebraiche. E ogni volta che scrive un libro non dimentica mai di invitarti alla presentazione. Un segno di attenzione e educazione non usuale a Roma.

Siddhartha Mukherjee , L’imperatore del male, Neri Pozza, € 19, Ammalarsi è l’ingiustizia più ingiusta che possa capitarci. Nonostante  sia un evento  probabile si cerca di non parlarne mai, si pensa che comunque capita ad altri. Ma non è vero, perché capita. A noi o ai nostri amici e parenti: e ci lascia senza fiato.  Se termini come ultime volontà, testamento biologico, eutanasia, fanno parte dei nostri discorsi e dei nostri pensieri, sulla malattia si abbassa la voce, si nasconde, viene spesso vissuta come una colpa. Invece conoscerla è il modo migliore per superare la paura, pur non facendosi inutili speranze. Si legge come un romanzo  questa biografia del cancro. L’autore è un oncologo della Columbia University e, come spesso i libri scritti dagli scienziati, ha pagine ironiche spiritose divertenti. Commovente la dedica a Robert Sandler nato nel 1945 e morto nel 1948. Il bambino è stato uno dei primi malati di leucemia a sperimentare l’aminopterina, un farmaco che ha aperto la strada a un nuovo chemioterapico. Ma è anche e soprattutto una storia di donne che, secondo Mukherjee hanno contribuito più e meglio di tanti medici alla cura di questa malattia.  La prima donna malata di cui si ha conoscenza è Atossa, regina di Persia  e moglie di Dario il Grande. Erodoto racconta che quando scoprì di avere un onkos , una massa dura e compatta nel seno, lei decise di abbandonare la corte e di restare sola.  Dopo 2500 anni, nei Cinquanta, il New York Times rifiutò di pubblicare l’annuncio a pagamento di un gruppo di supporto per malate di cancro al seno. L’orribile parola cancro associata alla bellezza del seno non sembrava invitante per i lettori. Ma viene esaltata anche la figura di Mary Lasker attivista femminista che convinse il presidente americano Nixon a quadruplicare i fondi per la ricerca sui tumori femminili, o la figura splendente di Rachel Carson, una biologa che rifiutò la mastectomia radicale aprendo la strada ad una chirurgia conservativa.  Ma è anche un omaggio a Umberto Veronesi, che noi italiani rimbambiti dai miracoli e digiuni di cultura scientifica neanche consideriamo, definito un pioniere e un genio per la combinazione di chirurgia e chemioterapia. E’ anche molto interessante la definizione di reality check , cioè uno strumento per distinguere le bufale, le notizie pseudoscientifiche, le convinzioni errate. L’autore, anche se scrive  che  una dieta sana è sicuramente più salutare, l’unica cosa che si sente di vietare è il fumo. Per definire cosa è il cancro l’autore lo paragona ai campi di concentramento così come li descrive Primo Levi di cui cita interi brani del libro Se questo è un uomo. Come Levi, l’oncologo sostiene  che la cosa peggiore che possa accaderci non è la morte che, alla fine, è la conclusione comune a tutte le persone,  ma il cancro come il lager priva di visione del futuro. Infatti da quando viene diagnosticato il malato si identifica con la malattia. Forse sono proprio i medici che dovrebbero aiutare i malati ad uscire dal tunnel dandogli la speranza, oltre che la possibilità scientifica, di una eventuale guarigione o comunque di una vita dignitosa e senza dolore.

Irresponsabili i “governatori” delle Regioni che hanno minacciato di tagliare la sanità invece che i loro balordi privilegi, perché se tutti possiamo ammalarci è vero che con la costosa prevenzione potremmo salvarci. Perché non è vero che siamo tutti sul Titanic: su quella nave i passeggeri della I classe si salvarono al 60%, quelli della II al 40% e quelli della III al 25%.

 

Gary Shteyngart, quand’ero Piccolo Fallimento

Gary Shteyngart, quand’ero Piccolo Fallimento

libro del giornoROMA, 10 OTT – GARY SHTEYNGART, MI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO (GUANDA, PP 388, EURO 18). Ironico, provocatorio, lo scrittore ebreo russo Gary Shteyngart, ha trasformato le contraddizioni e difficoltà che ha vissuto in creatività. E, a poco più di 40 anni, non ha avuto paura di spingersi al massimo nell’autobiografia come mostra bene il suo ultimo libro, ‘Mi chiamavano Piccolo Fallimento’, per poi prendere un’altra strada: “Quella del thriller per nulla ordinario sul mondo finanziario, con una donna molto attraente” annuncia all’ANSA lo scrittore.

Pubblicato da Guanda, il romanzo è accompagnato da foto dello scrittore, dei genitori, dell’amata nonna, con divertenti immagini in cui Shteyngart appare in posa come il cantante di musica pop Billy Idol o mentre fa un viaggio a base di funghi psichedelici. “Quando i tuoi genitori ti dicono che sei un fallimento dentro di te resta una parte di tutto questo ma devi usarlo per creare qualcosa di interessante. La maggior parte degli scrittori non hanno un vissuto felice altrimenti non sarebbero diventati tali ma banchieri” dice Shteyngart che è nato a Leningrado nel 1972, si è trasferito negli Stati Uniti a 7 anni, vive a New York ed è stato segnalato dal ‘New Yorker’ come uno dei migliori scrittori americani under 40. Tradotto in 28 lingue e vincitore di numerosi premi, Shteyngart ha esordito nel 2002 con ‘Il manuale del debuttante russo’ cui sono seguiti ‘Absurdistan’ e ‘Storia d’amore vera e supertriste’.

“I primi tre romanzi che ho scritto – racconta – avevano caratteristiche molto autobiografiche e ad un certo punto ho pensato: ‘perchè non metterci tutto su di me?”. E così ha fatto in ‘Mi chiamavano Piccolo Fallimento’ dove troviamo il piccolo Igor Shteyngart, vero nome dello scrittore, trasformarsi in Gary quando arriva a New York , diventare fan adolescente di Ronald Reagan, venir preso in giro a scuola per il suo cappottone con il collo di pelliccia che gli fa guadagnare un altro titolo, quello di Fetido Orso Russo. Ma la lista non finisce qui: c’e’ anche dopo Moccioso come lo chiamava il padre perchè gli colava sempre il naso.

Romanzo di formazione di un bambino che passando dalla Russia all’America vive comunque una condizione di infelicità e si salva con la scrittura e l’autoironia, questo romanzo di Shteyngart si puo’ far rientrare nella letteratura di immigrazione, ma subito lo scrittore chiarisce: “Odio i romanzi sull’immigrazione dove ci sono gli immigrati che arrivano in Usa, devono superare mille difficoltà e diventare migliori degli stessi americani per farcela. La cosa più interessante non è la battaglia tra loro e la società ma quella all’interno delle stesse famiglie di immigrati”.

“La distanza tra i giovani sovietici e i loro genitori – continua – è di 300 anni. Non è il salto di una generazione ma di dieci. In Unione Sovietica non c’era la psicologia. L’unica forma di psichiatria era mandare qualcuno in prigione. Quando in Usa ho detto a mio padre che stavo andando da uno psicologo mi ha detto che avrebbe preferito fossi gay”.

Anche l’ironia, caratteristica principe dello scrittore, non è semplice da gestire. “Bisogna stare attenti perchè troppa ironia distrugge qualsiasi forma di sentimentalismo e senza ironia il troppo sentimentalismo sconfina nel sogno. Bisogna trovare una via di mezzo tra ironia e serietà” spiega Shteyngart. Ovviamente anche nel thriller che sta scrivendo, ambientato in dodici città in giro per il mondo, non mancherà una buona dose di satira. “Come si fa a parlare di finanza senza ironia? Ci sarà molta satira su tutto il genere thriller. E’ come se Woody Allen, che mi piace molto, facesse un thriller. I suoi film sono eccezionali, si sviluppano personaggi confusi” dice Shteyngart e aggiunge con una battuta: “Woody Allen va dallo psicanalista cinque volte a settimana, io quattro. Sono più sano”.

Insomma, per quanto sia possibile, ‘Mi chiamavano Piccolo Fallimento’ è “un’addio al genere autobiografico. Ho scritto complessivamente almeno 1.500 pagine su di me, sono soddisfatto.

Nel prossimo libro non ci sarà più un russo ebreo che abita a New York.

http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/unlibroalgiorno/2014/10/10/shteyngart-quandero-piccolo-fallimento_40363a67-af58-40e2-857f-cbbc6c001860.html

 

 

Ragazze a cui piacciono ragazze. Arrivano dopo i ragazzi che amano i ragazzi, titolo di un bel libro in cui nel 1991 Piergiorgio Paterlini raccolse, per la prima volta, storie vere di adolescenti gay intercettando un cambiamento, allora in fase embrionale, nella percezione dell’omosessualità in Italia. Il volume è tornato in libreria , aggiornato, nel 2011, e ora quel cambiamento passa sempre più attraverso l’editoria , senza dubbio più veloce rispetto alla politica a intercettare e rappresentare quanto succede nella società. Non si tratta più soltanto di case editrici come lo Stampatello, nate con l’intento di parlare di omoaffettività attraverso storie semplici, pensate per i più piccoli. Lo fanno anche marchi storici come le edizioni EL o Piemme, che proprio in questi giorni hanno mandato in libreria due storie di amore tra ragazze. Si parla di ricerca della propria identità, di tentativo di capire chi si è e che cosa veramente si vuole in Le farfalle indiscrete (EL) di Sonia Elisabetta Corvaglia (11€) : una storia italiana ambientata in una terza media per lettori dai dodici anni. A ragazze più grandi si rivolge invece Cristina Obber con L’altra parte di me edito da Piemme (15€) romanzo delicato pubblicato da una casa editrice di forte matrice cattolica. (Cristina Taglietti, La Lettura)

 

 

Claudio Martelli, RICORDATI DI VIVERE, Bompiani € 19.50  Il libro di Claudio Martelli oltre ad avere uno splendido titolo è bellissimo, cosa che non accade nei mille e più instant book mémoires bio di partitocrati e giornalisti presuntuosi. Ricco di analisi e ricordi nel rievocare la storia degli anni che hanno preceduto la voragine di questo ventennio. Come la testimonianza di Giovanni Falcone che rivolto al consiglio superiore della magistratura che lo inquisiva supponendo che sorvolasse sulla collusione tra mafia e politica: “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”, ma anche di tenerezza  come fa descrivendo la festa del suo matrimonio: “la musica, il vino e le danze ci consolarono di quell’attimo di malinconia che accompagna tutte le nozze”, di amicizia mai ostile: “Bettino e io ci siamo incontrati e scelti, e ciascuno ha dato e preso qualcosa di importante, qualcosa che appartiene allo strato più profondo dell’essere uomini…”. Di seguito una utile recensione di Antonio D’Orrico da La Lettura n. 102 Claudio Martelli da ragazzo lesse This Side of Paradise e non ha più dimenticato i profumi di Fitzgerald. A 19 anni Craxi gli disse: “hai letto troppo Pavese e troppo poco Giamburrasaca”. Giovanissimo prof. di liceo interrogò una ragazza: “completi il sillogismo Socrate è un uomo”. Lei scrisse “e io ti amo”. La sposò. Nel ’68 si chiedeva perché i figli della borghesia si mortificavano in “una penitenziale tribolazione pauperistica”. E perché gente che tappezzava la Biennale di pizze alla napoletana veniva acclamata come avanguardia artistica. Fece politica a Milano quando, a proposito di trasporti, si discuteva se i tram  erano di sinistra e la metropolitana di destra. Divenne leader di successo. Ammirava su tutti Willy Brandt (che era “capo con la stessa naturalezza con cui un altro è re dei cuochi o star del calcio”). Scrisse un travolgente discorso sui meriti e i bisogni chiudendo con l’insuperabile citazione di Milton : “il dolore è la miseria perfetta”. Lottò accanto a Falcone contro la mafia. Nei tempi regolamentari vinsero pure. Seguirono sanguinosi supplementari. Fu travolto da Tangentopoli (fu vera gloria?). Lui che non aveva mai dimenticato il compagno Zampedroni, meccanico e segretario della sezione di Lampugnano (alla fine di Milano), che diceva : “far bene alla gente, è tutto qui il socialismo e non c’è bisogno d’altro”. Ora ha scritto questo libro limpidissimo, senza un’ombra di rancore. Difficilissimo da scrivere e, infatti, non c’era riuscito nessuno. L’ha scritto con ragione e sentimento. Oggi si straparla di Politica & Sesso, questo libro ci parla di Politica & Amore. Politica è amore. Almeno, lo era e credeva che da this side si potesse avere il paradise. Post scriptum personale: mai stato socialista. P.P.S. Peccato. Antonio D’Orrico

Marco Lillo, IORGATE, chiarelettere  Quelli che speravano (soprattutto giornalisti della rai) nella rivoluzione del papa nuovo dovrà aspettare tempi migliori, ad esempio quando si parla di Ior. Il libro inchiesta di Lillo racconta una banca vaticana piena di soldi di dubbia provenienza e conti segreti che violano le norme internazionali dell’antiriciclaggio. Un fiume di soldi “neri” che coinvolge politici italiani ambasciatori di paesi islamici e loschi personaggi.  Nei documenti di Lillo viene svelato il ruolo del cardinale Tarcisio Bertone in molti scandali finanziari , data una lettura del crac di centinaia di milioni di € della diocesi di Maribor, le cui propaggini si estendono fino al cuore della Santa Sede coinvolgendo alti prelati vicino al papa. Ampio capitolo anche sul maggiordomo Paolo Gabriele di cui viene ricostruita la vita che , in questo libro, appare ben diverso dal corvo di cui ci raccontarono i principali media. Marco Lillo a lungo all’Espresso oggi è a Il Fatto quotidiano

 

Giancarlo Giannini, SONO ANCORA UN BAMBINO (MA NESSUNO PUO’ SGRIDARMI), Longanesi . Uno dei grandi attori italiani, ma anche regista doppiatore inventore elettronico fotografo pittore cuoco esegeta del pesto. Racconta in questo libro la formula di una creatività incessante e senza limiti, proprio come quella dei bambini. Racconta della profonda intesa con la regista Wertmuller e la collega Melato, la passione per la cucina, gli incontri con i grandi del cinema come Wilder, Coppola, Pasolini… alla passione per costruire oggetti (sua la giacca magica di Robin Williams)  a quella di studiare le voci (sua quella di Nicholson e Pacino, ma anche di Michael Douglas  di Wall Street).  Per avere tante idee passioni e realizzarle bene bisogna essere animati da un pensiero originalissimo che emerge nelle pagine. Giannini è nato a La Spezia nel 1942 ed è cresciuto a Napoli. Tra i suoi film Mimì metallurgico, Travolti da un insolito destino…, Hannibal, 007 Casino Royal  e per la regia Ti ho cercato in tutti i necrologi, Ternosecco

http://styleandfashion.blogosfere.it/post/531845/johnny-walker-blue-label-the-gentlemans-wager-jude-law-protagonista-del-cortometraggio-lanteprima-video

dal sito http://www.uaar.it

Giuseppe Monsagrati – Roma senza il Papa. La Repubblica romana del 1849

Roma senza il Papa. La Repubblica romana del 1849

Giuseppe Monsagrati

Laterza, 250 p., € 20

ISBN 9788858110928

 

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L’inestricabile destino che per secoli legò le vicende di Roma a quelle del papato probabilmente non venne scalfito neanche nei lunghi 68 anni della cosiddetta cattività avignonese. Anche allora Roma fusenza Papa, ma la sensazione che si trattasse di una frattura temporanea destinata a ricomporsi (con intermezzi di antipapi, congiure e intrallazzi di potere) era palpabile anche tra i contemporanei. Sotto questo profilo la data del 9 febbraio 1849, che segna la nascita della Repubblica romana, rappresenta un punto di discontinuità. Nei mesi immediatamente precedenti lo Stato Pontificio vive uno dei momenti più drammatici della sua lunga storia, svegliatosi all’indomani dell’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi, ritenuto su posizioni moderate, con i moti democratici che lo investivano dopo secoli di assolutismo monarchico papale. Un vento rivoluzionario che stava minando anche il vicino Granducato toscano, che avrà come epilogo la fuga di Pio IX a Gaeta (Regno delle Due Sicilie) e l’instaurazione del triumvirato affidato il 29 marzo a Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Amara ironia della storia Giovanni Maria Mastai Ferretti, che aveva arriso ai liberali nei primissimi suoi atti da pontefice, a Gaeta verrà raggiunto proprio da Leopoldo II di Toscana, anch’egli scacciato da un triumvirato di ispirazione democratica guidato dal letterato Francesco Domenico Guerrazzi mentre nella penisola imperversava la prima guerra d’indipendenza.

Scoppierà, da lì a pochi anni, quella che passerà alla storia come questione romana sintetizzata dall’ambiguità di Napoleone III stretto tra la moglie, l’imperatrice Eugenia, che parteggiava per il pontefice, e il cugino, principe Napoleone, che era genero di Vittorio Emanuele II. L’imperatore francese si era impegnato militarmente a fianco dei piemontesi ma non poteva scontentare il clero e i cattolici francesi lasciando che Pio IX perdesse i suoi territori e il potere temporale. Sempre in bilico tra queste due alternative alla fine Napoleone III, consapevole che il vento unitario che soffiava nella penisola non poteva in alcun modo essere arrestato, fece credere ai cattolici che avrebbe difeso le prerogative papali. Una guarnigione francese (che invero più volte respinse i garibaldini pronti a invadere lo Stato Pontificio) rimase a Roma fino al 1870 quando dovette ritirarsi a causa dell’incipiente guerra con la Prussia, lasciando mano libera alle truppe italiane che entreranno nella città da Porta Pia il 20 settembre.

Le resistenze e l’intransigenza papale si fecero molto più ostiche proprio a seguito della proclamazione della Repubblica romana e per certi versi sparigliarono le aspettative dello stesso Mazzini. Egli aveva immaginato che la partita dell’unità della nazione si giocasse partendo proprio dall’unificazione di Roma con la Toscana, dalla nascita di una Costituente italiana e dalla ripresa della guerra contro l’Austria con, magari, a fianco la Francia che prendeva atto dell’affermazione della nuova realtà politica nella città eterna. “Non può una Repubblica ergersi contro un’altra Repubblica”, scriveva a Mameli ancora il 17 gennaio 1849. Pia illusione. E pensare che molti moderati neoguelfi avevano finanche immaginato una confederazione di stati guidati dal pontefice. In realtà, a pochi giorni dalla proclamazione della Repubblica romana, Pio IX da Gaeta tramite il cardinale Antonelli, indirizzava alle nazioni cattoliche un accorato appello per un intervento armato che ristabilisse nei domini pontifici “l’ordine manomesso da un orda di settarj”. Linguaggio sorprendente o meglio ordito dal più bieco cinismo, se si pensa che solo un anno prima il pontefice aveva ritirato le truppe inviate a combattere gli austriaci con la motivazione che non era concepibile che soldati cattolici sparassero uccidendo altri soldati cattolici. Sarà proprio la Francia di Luigi Napoleone a raccogliere l’appello che si tradusse con l’invio delle truppe con a capo il generale Oudinot che avrà la meglio sull’eroica resistenza della giovane Repubblica romana anzitempo deposta.

Invero vi era già stata nel 1798 una Repubblica romana, giacobina e filofrancese, ma era frutto di una occupazione straniera. L’esperienza della sfortunata Repubblica romana del 1849 (che rimanda alla Comune di Parigi, se il paragone non appare troppo ardito) assunse un significato epocale e i provvedimenti quivi adottati sarebbero da definire, in senso etimologico inauditi: decadenza del potere temporale del papa, abolizione del tribunale dell’Inquisizione, incameramento dei beni ecclesiastici, rilancio dell’istruzione pubblica, libertà di stampa e di culto e abolizione di ogni forma di censura. Davvero un programma laicissimo, vorremmo dire. Una lezione che il futuro Stato unitario terrà ben a mente e che per certi versi imiterà tout court.

Le vicende testé esposte sono raccontate con dovizia storiografica e ricostruzione puntigliosa da Monsagrati in questo libro dalla prosa eccellentemente fluida, attraversata da una tensione narrativa che rende ancora più interessante e piacevole il racconto tanto da dare alla stessa un tocco romanzato (nel senso eminente del termine). Il volume è correlato da una ampia bibliografia a tergo.

Stefano Marullo

 

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi Se appena nasci ti chiamano Goliarda, e magari il tuo cognome è Sapienza, quasi sicuramente non sei destinata ad una vita ordinaria. Ancora di più se nasci a  Catania nel 1924 dalla “libera unione” di una coppia di socialisti: l’avvocato antifascista Giuseppe Sapienza e la sindacalista Maria Giudice, prima donna a diventare segretaria della Camera del Lavoro a Torino nel 1917. Goliarda viene educata in casa, perché il padre non tollera di vederla in divisa da piccola italiana. A 16 anni vince una borsa di studio per l’Accademia d’Arte drammatica di Roma Silvio D’Amico. Lavora con Luchino Visconti, Alessandro Blasetti e Citto Maselli con cui per un lungo periodo ha una relazione sentimentale. Abbandona la carriera di attrice per dedicarsi alla scrittura: Lettera aperta (Sellerio), L’Università di Rebibbia (Rizzoli) e infine, postumo, L’arte della gioia. Un libro bellissimo con una storia complicata: rifiutato da molti editori verrà stampato nel 1988 grazie alla piccola casa editrice Stampa Alternativa. Praticamente passa inosservato fino a quando, nel 2005, viene pubblicato in Francia. A tre anni dal successo francese Einaudi finalmente lo edita. L’arte della gioia racconta  la storia di Modesta che, a dispetto del suo nome, è forte e determinata. Una donna curiosa del mondo che non scende mai a compromessi né con la religione né con la cultura patriarcale della sua terra. Modesta nasce il 1 gennaio del 1900, ancora ragazzina si rende conto di essere destinata a una vita che supera i confini del suo paese e della misera condizione delle donne in quel periodo. Diventa principessa grazie ad un matrimonio di convenienza e supererà ogni ostacolo per godere del vero piacere, della cui ricerca farà una vera e propria arte. Amando uomini e donne in libertà, senza soggiacere a chi vuole imporgli il proprio potere. La vita di Modesta si accavalla con la cronaca degli eventi storici dei primi decenni del Ventesimo secolo. L’arte delle gioia è un libro che accende i sensi, è un romanzo che “insegna a desiderare” (Topazia Usuelli)

 

 

 Marek Halter, Il cabalista di Praga, Newton Compton, € 9.90 Halter è nato a Varsavia nel ’36, fuggito dal ghetto che  i nazisti avevano costruito intorno alla città polacca,  arrestato insieme ai genitori in Unione Sovietica , deportato in Uzbekistan, poi finalmente a Parigi dove è diventato uno scrittore.  Il cabalista di Praga è ambientato nella Praga del 1600. I cristiani minacciano il ghetto della città, ne assediano le porte, cercano di entrare  per distruggerlo. Gli ebrei sono impotenti davanti a questo vandalismo cristiano; persino l’imperatore Rodolfo II, che pure li aveva protetti, finge di non vedere il massacro che sta per compiersi. Solo l’intervento del gran rabbino Judah Loew, sarà in grado di salvarli. Grazie alla conoscenza della cabala e alle sue cognizioni esoteriche, Loew riuscirà a creare dal fango un essere soprannaturale, dotato di una forza spaventosa e che risponde solo al suo volere: il Golem. A raccontare la storia del gigante d’argilla  sarà David Gans, allievo prediletto del rabbino di Praga, diviso tra la passione per le scoperte scientifiche di Copernico e Galileo, l’amore per Eva, lo studio dei testi sacri.  Una storia gotica ma non solo. L’essere mitologico fatto d’argilla, il Golem cui il rabbino Loewe insufflò magicamente la vita creando un mostro obbediente e invincibile, difensore del ghetto aggredito dai cristiani, ma poi anche distruttivo e non più controllabile, ci ricorda che la forza senza l’intelligenza e il pensiero libero è pericolosa. Una storia di magia nera e di alchimia ma anche il ricordo di un ebraismo sepolto tra le rovine dell’Europa centrale, distrutto dal nazismo e affondato dai sovietici. Un omaggio a Praga, dove ancora oggi i turisti si recano nell’antico cimitero ebraico per lasciare un sasso sulle lapidi, magari per Franz Kafka che riposa stretto fra i suoi genitori.  E infine, un atto di riverenza a Marek Halter che è passato attraverso l’inferno del Novecento e oggi è qui a scrivere storie per noi. Una speranza per chi vive un periodo scuro pensando di non poter uscire dal dolore.

 

 

 

Marco Pannella con Stefano Rolando, LE NOSTRE STORIE SONO I NOSTRI ORTI (MA ANCHE I NOSTRI GHETTI) , Bompiani, 15 €  Pannella parla della sua vita politica e di sé “come monumento virtuale e ancora ingombrante”, ma insieme alla storia del cittadino Marco c’è quella dello Stato. Nell’intervista si racconta di un partito vivo e operante che ha sempre lavorato per l’”unità laica delle forze” per la costruzione di una alternativa di classe alle attuali classi dirigenti di regime. Particolare attenzione viene riservata al confronto con il mondo comunista. “Da una vita inseguo i comunisti per assorbirli, megalomane come sono, nella rivoluzione liberale. Cito come esempio il referendum sul divorzio: lì riuscimmo ad assorbirli. Prima erano contrari, poi all’ultimo momento accettarono di sostenerlo e vennero con noi. Il loro popolo era d’accordo con quella iniziativa politica, ma i dirigenti avevano paura di perdere, e avevano paura che andassero con la dc. La battaglia sul divorzio e l’aborto ha unito l’Italia : è la democrazia che unisce. Ne discutevano tutti: giovani, anziani, uomini, donne, al nord come al sud”.  In parallelo il rapporto con la dc e il mondo cattolico, mai però ricercato nel modo viziato della partitocrazia ma cercando un confronto sui grandi temi della vita, come accadde con la campagna sulla fame nel mondo che vide  interesse, a parole ovviamente, da parte di Giovanni Paolo II.  Marco Pannella descrive il partito radicale come una linea retta e che è vissuta con continuità, mentre le altre proposte politiche sono tutte morte. “Siamo il più vecchio partito italiano e, a naso, direi anche quello che durerà di più tra quelli che ci sono oggi”.  Il primo digiuno non si dimentica mai, e così Marco lo racconta : “era una calda mattina di primavera del 1961. All’Arc de Triomphe a Parigi, un vecchio anarchico nonviolento digiunava per protestare contro la guerra in Algeria… io allora vivevo là come corrispondente del Giorno, e mi unii a lui. Dopo cinque giorni lui smise, e smisi anch’io. Però la causa, quella contro la guerra coloniale, la riportai in Italia con me”.  Quello che emerge, leggendo le belle pagine – che mi commuovono perché ci ritrovo la parte migliore della mia vita – , è che Marco è  protagonista di campagne laiche, di originale umanesimo, e che, attraverso la sua esposizione, talvolta sovraesposizione, ha permesso ai “giovani pannelliani”, quelli di sempre ma anche quelli che lo sono stati per un’ora, di gestire in forme efficaci la campagna divorzista, quella dell’obiezione di coscienza, quella per la legalizzazione dell’aborto, e la straordinaria strategia referendaria  che permise a masse di persone comuni di esprimersi e deliberare su temi fondamentali, dal codice Rocco alla legge Reale, dalla legge al finanziamento pubblico dei partiti alla responsabilità penale dei giudici, dagli ordini professionali al sostituto d’imposta, tutti temi vigilati dalla casta partitocratrica che è riuscita, spesso e criminalmente, ad invalidare con aggiustamenti partitocratici il risultato dei referendum.Ed è inevitabile la domanda se, per caso, si sente solo rispetto all’arroganza dei partiti . “Sono loro che sono soli! Loro con le loro scorte! Io cammino per strada, nessuno mi chiede raccomandazioni, ma se prendiamo un’iniziativa tutti gli italiani ne discutono e prendono posizione. Perché i problemi che noi poniamo sono quelli delle famiglie italiane”

Lewis Carrol, Alice nel Paese delle Meraviglie, Einaudi, ma anche tante altre edizioni illustrate. Il libro è stato pubblicato nel 1875.  Ci sono momenti, da bambino, che non hai più voglia di esserlo, bambino. Questo slancio in avanti riguarda tutto: i jeans al posto dei pantaloni corti, la bici con le ruote più grandi, i libri. Uno di quei momenti, qualche decennio fa, ha coinciso con un libro che, appena aperto, mi ha fatto esclamare “Ma è roba da bambini, questa!”. E io dovevo averne addirittura nove o dieci, di anni. Mi bastarono poche righe: una bambina annoiata nella canicola di una giornata estiva, un ridicolo coniglio col panciotto, che dice di essere in ritardo e tira fuori l’orologio dal taschino. Ma che roba è, mi chiesi, io che mi sentivo ben oltre le fiabe, ormai. Abbandonai subito Alice, entrai per poche righe con lei dentro la tana del coniglio e poi , subito, la lasciai precipitare nel pozzo. Mi disinteressai all’istante del suo destino, per niente attratto da quel paese delle meraviglie. La mia meraviglia, all’epoca, era infilarmi la maglietta numero 10 di Gianni Rivera, e con scarpette improbabili andare giù in strada a prendere a calci un pallone. Ecco, ho continuato a considerarli in questo modo, Alice nel Paese delle Meraviglie, da ragazzo prima e da adulto poi. Anche dopo aver appeso in fretta le scarpette al chiodo ed essermi dedicato sempre ai libri. Però con una vaga ombra di imbarazzo quando veniva citato da qualcuno, e con altri tentativi di approccio, negli anni, perché per i classici, mi dicevo, c’è sempre tempo. Ma accade ogni volta la stessa cosa: quella bambina e quel coniglio sono più insopportabili dell’imbarazzo che provo, ora, a dirvi che alla fine quel libro io non lo leggerò mai. (Roberto Ferrucci, La Lettura n.140)

Cuore, Edmondo De Amicis, Oscar Mondadori, € 5  Chi e quando ha stabilito che questo è un libro piagnoso e retorico? Credo che sarebbe bene individuare  quel momento forse ci aiuterebbe a comprendere il momento di rottura con il senso civico, comprenderemmo perché non reagiamo alla partitocrazia arrogante  alla religione invadente a giovani e vicini di casa maleducati. Il libro è stato scritto nel 1886 e si presenta come un diario scolastico scritto da Enrico, studente di III elementare in una scuola pubblica di Torino. Strutturato con precisione geometrica (inizia di lunedì finisce di lunedì) le cronache quotidiane si mescolano con le lettere del padre di Enrico e un racconto mensile.. E’ una scuola di epoca umbertina, laica (assenti, ad esempio, feste ed eventi religiosi), patriottica. E’ evidente in ogni pagina il lascito prezioso del Risorgimento, l’anelito all’eguaglianza e l’aspirazione al socialismo di cui De Amicis era seguace. Leggendo alcune pagine, la morte di Garibaldi, l’arrivo nella scuola piemontese del bambino di Reggio di Calabria, la scuola serale per gli operai, ci commuoviamo perché scopriamo che quelle speranze non sono ancora raggiunte, Prezioso il film di Comencini che l’inutilissima rai potrebbe trasmettere. Pagine preziose del libro sono lette da Carmelo Bene.

 

 

Menno Schilthuizen, Anche le coccinelle nel loro piccolo…, Bollati Boringhieri, € 22 Linneo (1707-1778) aveva rischiato più di un rimbrotto per aver descritto i sensuali organi riproduttivi delle piante. Il pudico Darwin (1809-1882) si era fermato a piumaggi, corna e altri caratteri sessuali secondari prediletti dalle femmine , pensando che nelle parti intime contasse solo la mera funzione riproduttiva , una questione di vile meccanica. Fin da ragazzo aveva raccolto coleotteri, ma non si era accorto dell’incredibile diversità dei loro genitali. Eppure, nessuna cautela vittoriana lo aveva distolto dall’ammirazione per le acrobazie sessuali dei suoi amati crostacei marini.  La scienza dei genitali ancora non l’avevamo sentita.Ora possiamo leggerne il primo saggio completo, scritto dall’olandese Schilthuizen, biologo evoluzionista ed ecologo giramondo. E’ scienza nel senso che non ci si accontenta di aneddoti pruriginosi su cosa combinano le coccinelle nelle loro piccole alcove, ma si avanzano ipotesi e si progettano esperimenti: una nuova branca della biologia evoluzionistica per addentrarsi negli infiniti virtuosismi prodotta dalla natura in materia degli apparati sessuali… Il tema è la biodiversità delle strutture che negli animali permettono la fecondazione interna, ovvero i variegati macchinari maschili che trasferiscono l’eiaculato nel corpo della femmina e coevolvono con le altrettante variegate strutture femminili che lo ricevano . Detto così sembra semplice. In realtà succede di tutto, perché non è sempre facilissimo infilarsi  in una femmina. Alcune specie hanno genitali sostitutivi, come il braccio riproduttivo nei cefalopodi, che in almeno un caso si stacca e vaga come un tentacolo-zombie in cerca di femmine da fecondare. Le stranezze dei vermi di velluto onicofori non sono da meno, con le femmine che filtano gli spermatozoi nella pelle. E poi ci sono peni con uncini, spine e dentelli che rimuovono lo sperma dei concorrenti, maschi che si autoevirano al culmine dell’amplesso o si lasciano mangiare, serpenti con due peni ricoperti di spine, peni di lumaca così lunghi che ci vuole una note intera per l’erezione, peni di gobbo lacustre srotolati per 40 cm, vagine con circonvoluzioni antistupro nelle anatre, peni serpentiformi nei cirripedi che si protendono in cerca di femmine. … In natura c’è molta riproduzione senza sesso tra due individui e c’è molto sesso senza riproduzione. Gli ermafroditi si fecondano a vicenda e possiedono apparati bisessuali. Perché allora ci sono due sessi separati? Per evitare conflitti fra gli organuli cellulari: uno dei due sessi produce poche cellule sessuali grandi e fornisce gli organuli, l’altro produce invece cellule sessuali piccole e da disperdere in gran quantità. Da questa asimmetria discenderebbero i conflitti di interesse che riempiono i manuali di zoologia tanto quanto i romanzi rosa. … Telmo Pievani, La Lettura

Bacon e l’ossessione di Michelangelo /

PREZZO /
15,00 EURO
AUTORE /
Luigi Ficacci
COLLANA /
Pesci Rossi
Una riflessione sul rapporto di Francis Bacon con la tradizione artistica del passato, un percorso che evidenzia le contingenze artistiche e poetiche tra l¿artista e Michelangelo, evidenti nelle immagini della sua pittura, distorte e trasfigurate. In concomitanza all¿imminente ricorrenza (nel 2009) del centenario della sua nascita, Luigi Ficacci, uno dei rari e autorevoli studiosi italiani del pittore irlandese, torna a indagare un aspetto particolare della sua poetica: il profondo rapporto che lega i due grandi maestri nell¿identica percezione di un flusso della spiritualità umana in cui entrambi collocano l¿arte, un flusso che – scopriremo alla fine del libro – condurrà l¿occhio odierno a guardare Michelangelo con l¿esilarante disperazione di Francis Bacon.
http://www.francis-bacon.com/

Nadia Verdile, UN ANNO DI LETTERE CONIUGALI, Spring, € 15 Ferdinando IV di Borbone aveva otto anni quando il padre, Carlo III, venne innalzato al trono di Spagna nel 1759. I precettori di Ferdinando furono molto accomodanti e lui crebbe ignorando completamente l’arte del governo. La sua salvezza fu il matrimonio con Maria Carolina d’Asburgo che, per una clausola matrimoniale voluta da sua madre l’ imperatrice austriaca Teresa,  una volta sposata doveva sedere nel Consiglio di Stato. Carolina, abile nelle questioni amministrative, supplisce alle mancanze di Ferdinando che è talmente pigro da non apporre neanche la sua firma sui documenti ufficiali preferendo usare un timbro. Raccontati come reciprocamente infedeli e indifferenti l’uno all’altra, il carteggio mette in discussione questa convinzione. Ferdinando nel 1788 è convalescente nella reggia di Caserta  per una blenorragia e da lì scrive a Carolina quotidianamente. La chiama gioja mia, corazzone mia, carissima compagna. Le racconta in modo infantile le battute di caccia, la difficoltà di evacuare che comporta la malattia, le dice che prega “perché il Signore ti conservi in salute per mia quiete e consolazione”. L’anno seguente l’Europa sarà sconvolta dalla rivoluzione francese. Angela Segre

 

Anna Momigliano, KARMA KOSHER , Marsilio, € 13Che cosa è il Karma Kosher? Nella prefazione Stefano Jesurum  dice “è il bizzarro fenomeno che decenni dopo i figli dei fiori conquista frotte di giovani e giovanissimi, ex soldati, maschi e femmine, religiosi e no. Librerie dell’occulto, incensi e candele, new age, massaggi, arti marziali, bar esoterici, yoga e filosofia buddista. Per chi non l’avesse capito si chiama scappare a gambe levate dalla realtà”.  E’ un libro molto utile perché è un tentativo di raccontare l’Israele dei giovani, un paese laboratorio di idee, di tendenze e di speranze. E’ uno sguardo su una generazione che è cresciuta negli anni di Oslo nel 1993 e che crede nella possibilità della pace ma che è intrappolata in un passato che considera una disgrazia. Questa generazione patisce il vuoto di senso che ha avuto un culmine con la guerra del Libano nel 2006. Non sono ragazzi che vanno via, anche se il viaggio in India (a Goa si parla in ebraico e si paga in shekel) per perdersi e o ritrovarsi, è quasi una meta forzata per i giovani di Tsahal, l’esercito pop. Per quanto possa sembrare assurdo dall’esterno, l’entrata nell’esercito rappresenta uno dei momenti più identitari, ma finiti i tre anni di leva si scappa via. I giovani si richiudono nella bolla (ha-buah), uno slang che sta per Tel Aviv . La città è considerata una oasi di pace immune al marasma mediorientale o babilonia senz’anima. Tel Aviv è un microcosmo a sé stante, ermeticamente sigillato dal resto del paese. Ma anche le bolle più solide, però, tendono a esplodere davanti a qualche chilo di tritolo. Racconta Momigliano che il tipico telavivi(no) è ben descritto da una copertina di Achbar Ha-Ir (il topo di città) supplemento del quotidiano Ha-Ir: un ragazzo dal look trasandato e dall’aria abbastanza rilassata, se ne sta comodamente sdraiato sul divano del suo salotto a leggere un libro, lo stereo nelle orecchie e una tazza di tè sul tavolo, mentre un gatto gioca tranquillo sul tappeto intanto che dalla televisione una giornalista spiega come utilizzare una maschera antigas. Lisa Goldman, giovane scrittrice israelo-canadese scrive : “se qualcuno fosse arrivato all’improvviso a Tel Aviv nell’ottobre del 2000, senza parlare ebraico né leggere i giornali, non avrebbe notato nulla di strano. I caffè e i negozi erano pieni, l’industria dell’hi-tech continuava a crescere, la gente si alzava, mandava i bambini a scuola e poi andava a lavorare… eppure è stato un mese davvero terribile”. Per intenderci è il mese del linciaggio di Ramallah. Uno dei tanti conflitti arabo-israeliani è nato banalmente. Due riservisti di Tsahal si perdono in macchina nei pressi di Gerusalemme e si ritrovano nel centro del capoluogo palestinese: chiedono aiuto alla polizia dell’Anp, ma la folla prende d’assalto il commissariato. Per un caso alcuni reporter del TG4 e della BBC sono nella zona e riprendono la scena: le immagini dei due corpi dilaniati, le mani insanguinate dei loro carnefici mostrate con fierezza alle telecamere sono rimaste impresse nella memoria di tutti gli israeliani (e non solo). Il Libano 2006 riporta tutti in un clima di conflittualità e cupezza, una angoscia difficile da governare, un vivere diki (diminutivo di dikaon=depressione) che porta anche a una richiesta di politica forte. “Se una bomba atomica deve cadere da qualche parte in questo mondo, molto probabilmente cadrà in Israele. Un puntino sulla mappa, ma è anche il punto più probabile per un attacco atomico nel futuro” dice Etgar Keret, scrittore feticcio del mondo giovanile. “Domandarsi che aspetto avrà Israele tra vent’anni è un tabù, non esiste neppure una letteratura ebraica di fantascienza perché tutti sanno che c’è una sorta di limbo che ci attende nel futuro”, continua Keret. “Siamo un po’ paranoici ma abbiamo le nostre ragioni”, dice Aviv Geffen, classe 1973, rockstar diventata il simbolo di una generazione perché era sul palco dove fu ucciso Rabin (4 novembre 1995), ma ascoltando Galgalatz, la radio semiufficiale dell’esercito israeliano (che scimmiotta anche nel nome la Galei Tsahal (onde di Tsahal) radio ufficiale dell’esercito) che in quel Paese è più importante di Mtv, si svela un paese che tra guerre, attentati, nevrosi collettive e le piccole assurdità quotidiane, è un posto vivo e disperatamente attaccato alla vita. Beyond the conflict è la parola d’ordine di tutti i blog che spuntano come funghi, e al ha-panim (sulla faccia, con il morale a terra).

Momigliano è nata a Milano nel 1980, si è laureata in antropologia negli Stati Uniti, collabora con Radio Radicale e diverse testate.. E’ molto carina, ha una bambina, ama la musica grunge ed è una fan del movimento pacifista israeliano.

 

Zalkind Hourwitz, Apologia degli ebrei, Medusa Edizioni, € 11.50 Nel 1787 l’Accademia delle arti e delle scienze di Metz mise a concorso un premio per la migliore esposizione sul tema “C’è modo di rendere gli ebrei più felici e più utili alla Francia?”. In quel paese nel tardo Settecento l’atteggiamento verso gli ebrei era estremamente colpevolizzante per il timore che la religione non gli consentisse di accettare le leggi francesi. L’idea corrente era quella di “rigenerare” questa etnia, togliendogli le abitudini alimentari, la ritualità, la prospettiva della Terra promessa. Il premio per il contributo più originale venne assegnato a Zalkind Hourwitz, un venditore ambulante che veniva da uno shtetl della Polonia che aveva una idea ben diversa: il sistema per rendere gli ebrei felici e utili? Smettere di renderli felici e inutili. Leggiamo: “non sono gli ebrei, ma i cristiani che bisognerebbe rigenerare. Offrire la possibilità di avere altre occupazioni e rendere possibile l’accesso alla cittadinanza. Cittadini come gli altri, lavoratori come gli altri, ben presto gli ebrei si integreranno nella collettività dei cristiani senza per questo rinunciare alla loro identità religiosa. Occorre vietare ai rabbini l’esercizio di qualsiasi potere al di fuori della sinagoga; bisogna aprire ai bambini le porte delle scuole pubbliche, proibire l’uso dell’ebraico nelle transazioni commerciali”. Le tesi di Hourwitz sembrarono così buone ai funzionari della monarchia borbonica che il 23 maggio 1789 (50 giorni prima della presa della Bastiglia) l’ambulante ebreo diventò il conservatore dei libri e dei manoscritti orientali presso la Bibliothèque royale. Purtroppo l’emancipazione ottenuta dagli ebrei nel 1791 durante la rivoluzione, venne quasi azzerata da Napoleone. 

 

 

“La Repubblica del maiale” di Roberta Corradin Chiarelettere, 257 pp., 12,90 euro  In principio fu la fame, o meglio l’uscita dalla fame: è nel secondo Dopoguerra che l’Italia del referendum repubblica-monarchia comincia a specchiarsi nella sua tavola, e la tavola nel paese che si rimette in piedi, sognando un benessere non più impossibile e un pranzo quotidiano sempre più simile a quello della domenica. Politica, cucina e società giocano a prestarsi abitudini e tic, idiosincrasie e carattere, come racconta questa storia confidenziale della “Repubblica del maiale”. Che cosa c’entra il porcellino arrosto con le riunioni dei padri costituenti? E che cosa spinge Anna Gosetti della Salda, “signora dimenticata della cucina italiana” ed ex stalliera all’ippodromo, a farsi megafono delle ricette regionali nei lontani e speranzosi anni Cinquanta, in giro per un’Italia povera ma bella, da pioniera con autista del viaggio enogastronomico, come scrive Roberta Corradin? Che cosa porta le famiglie a farsi trascinare dallo spirito del tempo, più che dalla pubblicità, inesorabilmente giù, sempre più giù lungo la scala del gusto, fino a farsi avvolgere da nuvole di panna montata (negli anni Ottanta) e a nuotare in fiumi di aceto balsamico (negli anni Novanta)? A queste domande risponde il libro, percorrendo “di lato” la storia degli ultimi decenni. Cioè guardando e rileggendo in chiave socio-culinaria i grandi eventi e i grandi scossoni di ogni decade – le prime elezioni, il boom economico, il Sessantotto, il Settantasette, il riflusso, il ripiegamento e infine la depressione ideologico-economica – alla luce di quello che accade tra tinello e piano cottura, e tra supermercati e trattorie, aule parlamentari, frigoriferi e frutterie. C’è stata, lungo la strada, l’uscita dalla dittatura e dal lutto, ma anche l’uscita dalla vera necessità; c’è stata la paura, ma anche la voglia di copiare l’“american way of life” delle madri di quei giovani soldati yankee sbarcati con il chewing-gum. Gli scaffali dei negozi a un certo punto si riempiono di tupperware, e i salotti di scatoloni neri chiamati “televisione”, non più oggetto del desiderio per pochi, non più moloch solitari in possesso della famiglia opinion leader che gentilmente ospita tutti, una volta a settimana, per “Lascia o raddoppia”. La torta offerta dalla padrona di casa è un simbolo di rinascita e competizione tra amiche, come lo saranno i semilavorati e le gelatine (che tutto ricoprono mentre i bicchieri scoppiettano di Idrolitina). Si ride, in questo viaggio nelle buone  e cattive abitudini alimentari e politiche, e si scopre che  il liofilizzato può anche inabissarsi mentre l’uomo vola sulla Luna, e il “trattenimento” (versione meridionale della festa di compleanno o di laurea o di matrimonio) si colora di antipasti in “barchetta” e secondi in crosta, proprio mentre gli italiani espatriati in America lanciano il connubio “spaghetti & polpette”. L’austerity comincia a insidiare i sogni del boom e il femminismo anni Settanta dilaga. Non in cucina, dove chef e cuoca non sono (e non saranno) sullo stesso piano. Si arriva a capire dove mai abbia portato il “parlare mangiando” delle trattorie fumose, quelle in cui gli argomenti di conversazione a ridosso del compromesso storico travolgono ogni interesse e ogni sapore, prima di venire a loro volta sommersi dall’individualismo yuppie e dalle sue monoporzioni al pepe verde, antidoto al senso di colpa per la “grande bouffe” di tortellini, non sempre espiata nelle nascenti palestre. Chi siamo diventati lo si capirà soltanto dagli avanzi, forse, e l’autrice guarda oltre i nostri anni Dieci dello sconforto. Intanto qualche indizio fa capolino nella terra di confine tra cucina molecolare non sconfitta, nuovi happy hour  e crollo della Seconda repubblica, dove il food blogger rottama il critico e fa da sponda alla politica del social-network.http://www.ilfoglio.it/recensioni/947

Marco Ventura, Creduli e credenti. Il declino di Stato e Chiesa come questione di fede, Einaudi, € 18 Analisi a partire dal 18 febbraio 1984, quando a Villa Madama la Santa Sede e il governo italiano (cardinale Casaroli e presidente del Consiglio Craxi)  firmarono l’accordo di modifica dei Patti Lateranensi del 1929.  Appena una settimana dopo venne siglato l’accordo con Valdesi  e Metodisti sancendo la fine di uno Stato solo cattolico dove ogni cittadino sarebbe stato libero di professare (ma il non professare non era e non è contemplato) la sua fede, dando anche il contributo dell’8 per mille a chi voleva. Nella realtà niente è andato in quel modo. Secondo il saggio di Ventura, dopo l’84 la Chiesa ha tentato di rafforzare e ristabilire l’identità cattolica del Paese . Anzi, negli ultimi trenta anni non ha cercato il dialogo – come quello avviato dal cardinale Martini con i non credenti con lo scopo di trovare valori che unissero – ma ha enfatizzato punti fermi della tradizione. Parallelamente anche lo Stato laico ha fallito tradendo le premesse del 1984, attraverso l’incapacità di riconoscere la secolarizzazione e la multirelgiosità dell’Italia e traendone le forze per il rinnovamento e l’avanzamento della società e per riformare lo Stato. Una Chiesa e uno Stato migliore sono lontani da venire. La Chiesa continua a usare mezzi  tattici improbabili per vincere, e vince perché stampella del potere. Lo Stato spera nei cambiamenti che porterà l’ennesimo papa e continua a perdere. (Aviva De Benedetti)

David Kertzer, IL PATTO COL DIAVOLO, Rizzoli, 24 € Ben raccontate le vicende dei rapporti tra il Vaticano e il fascismo durante il pontificato di Pio XI. Achille Ratti (1857-1939) fu eletto papa nel 1922. Inizialmente guardò con favore al fascismo, con il quale la Chiesa firmò i Patti lateranensi nel 1929, risolvendo (alla meno peggio ma non bene) la questione romana, ma poi sembra che si ricredette e divenne sempre più critico verso il regime fascista di Mussolini. Lo storico americano Kertzer è considerato uno dei massimi esperti dei rapporti tra la Chiesa cattolica e gli ebrei. Suo anche l’interssante libro “Prigioniero del Papa re” sulle vicende del piccolo Edgardo Mortara sottratto alla famiglia dalle autorità dello stato pontificio all’età di sette anni nel 1850 per una conversione forzata dopo il battesimo imposto con dl’acqua del secchio da una cameriera fanatica . La vicenda schifosa diede il colpo di grazia al fatiscente Stato pontificio.

 

Michela Pasquali, I GIARDINI DI MANHATTAN. STORIE DI GUERRILLA GARDENS, Bollati Boringhieri, € 18 Negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento i community gardens sono stati una risposta concreta per rispondere alle esigenze dei più poveri nei periodi di crisi. In alcuni periodi, ad esempio durante le guerre mondiali, sono stati finanziati da enti governativi affinché le fasce sociali meno avvantaggiate potessero coltivarli. Erano misure transitorie  per fare fronte alle emergenze e alla durezza della Depressione, ma venivano addolciti con slogan tipo “fresh food, exercise and education”. Il libro racconta la vicenda di Loisaida, un piccolo quartiere di Manhattan sull’East River. E’ sorto nell’800 come rifugio per emigranti, prima olandesi, poi alla fine del secolo italiani ed est europei e, alla fine del 900, portoricani. I giardini, persi tra i palazzi, sono segnati da cornicioni delle vecchie case, vasche da bagno dipinte come un ninfeo, una bambola rappresenta una Venere che esce dall’acqua. A due passi dal centro finanziario, il quartiere merita il viaggio a NY, o, per il momento, la lettura di questo libro. (Aviva De Benedetti)

 

Claudio Fracassi, LA RIBELLE E IL PAPA RE, Mursia, € 18 Ottobre 1867 a Roma. I patrioti sono pronti all’insurrezione. Tra loro Giuditta Tavani Arquati, un ragazzo arrivato dal Nord e un garibaldino in marcia per liberare la città dal Papa Re per restituirla all’Italia. L’autore racconta le loro piccole-grandi storie intrecciandole, vite destinate a scrivere una pagina dolorosa e bella della storia. Come un romanzo viene raccontata la vita a Trastevere, dove sorgevano fabbriche di tessuti e vetrerie e il lanificio Ajani, punto di ritrovo di Giuditta e dei patrioti romani, a Borgo, la zona di San Pietro, al Ghetto, dove erano costretti gli ebrei in un paio di strade malsane frequentemente allagato per le esondazioni del Tevere, la quotidianità e gli scandali della corte di Pio IX. Si racconta la impossibile spedizione dei fratelli Cairoli, l’entrata nello Stato pontificio, la battaglia degli ottomila volontari di Garibaldi, l’attentato di Monti e Tognetti. Dopo tre anni Porta Pia. La memoria degli avvenimenti dell’ottobre 1867 viene conservata con fatica. Sul muro esterno del lanificio Ajani in via della Lungaretta, fu posta una lapide dedicata a Giuditta Tavani Arquati. La targa venne coperta con uno strato di calce dopo il Concordato del 1929 (l’associazione che ricorda la patriota venne sciolta 4 anni prima del fascismo) , riscoperta dopo la Liberazione e oggi è sormontata da un volto in bassorilievo della donna. L’associazione si è ricostituita e ogni anno, il 25 ottobre, viene ricordato l’eccidio. Villa Glori, teatro della battaglia, oggi è chiamato Parco della Rimembranza e la collinetta di lecci cedri e ulivi è dedicata ai caduti della Prima guerra mondiale. Sulla cima della collina, conservato sotto una teca, c’è lo scheletro del mandorlo sotto cui morì Enrico Cairoli. L’autore, il giornalista Claudio Fracassi, è stato direttore di Paese Sera e del settimanale Avvenimenti e ha fatto benissimo a scrivere questo libro che ha anche il merito di illustrare la toponomastica della città romana che amministratori locali spesso provano a stravolgere. Il volume, ricco di utilissime note bibliografiche per eventuali approfondimenti, ha un dorso centrale con riproduzioni di vedute romane del periodo (Roesler Franz, Ademollo…) e fotografie, tra cui la foto dell’esecuzione pubblica mediante ghigliottina di Monti e Tognetti, autori dell’attentato alla caserma Serristori nell’ottobre 1867

 

Massimo Teodori, CONTRO I CLERICALI, Longanesi, € 16 Contro i clericali racconta mezzo secolo di storia italiana individuando persone, gruppi e forze che sono stati i protagonisti, laici e clericali, del conflitto combattuto nella società, nella politica e nella legislazione. Sono indicati nomi, vengono raccontati fatti, misfatti, voltafaccia, sono riportati appelli, dichiarazioni, lettere, vengono chiariti i nessi tra pressioni ecclesiastiche e rinunce politiche. Grande spazio viene riservato alla legge sul divorzio nata in ambito socialista e diventata legge grazie alla abnegazione del partito radicale, è raccontata con dovizia di particolari la tiepidezza dei comunisti che non consideravano prioritaria la battaglia dei diritti civili. Che infatti frenarono le battaglie successive come quella dell’aborto, raccontato anche attraverso la disobbedienza civile, i processi e gli arresti. Interessante quello che Teodori definisce l’harakiri di Pannella, cioè lo scioglimento del partito nell’aprile del 1989 e dei successivi errori commessi con alleanze sbagliate. Nonostante le aspettative di molti Pannella non è stato in grado, benché la sua indiscussa integrità e la sua superiorità culturale lo facessero sperare, dopo lo sfascio di tangentopoli di coagulare intorno a sé quel mondo laico e socialista che aveva vissuto la tempesta. Un ritratto è dedicato a Ignazio Marino definito da Fassino “persona stimabile ma mi pare che la sua impostazione più che laica sia laicista, e penso che forme di integralismo laicista non facciano bene al Pd e alla sua credibilità”, a Gianfranco Fini per cui l’autore scrive “di fronte alle questioni morali attinenti alla bioetica, non si può dire che lo spartiacque  culturale passi necessariamente tra destra e sinistra, o tra conservatori e riformatori, bensì è più realistico affermare che la divisione è tra liberali e illiberali, tra ragionevoli praticanti del dubbio e dogmatici assertori della verità”. Ma soprattutto è raccontato il laico spretato, cioè il convertito dell’ultima ora come Marcello Pera, Giuliano Ferrara, Gaetano Quagliarello, Eugenia Roccella in cerca di un ancoraggio religioso  per colmare le loro crisi di identità. O, come forse è più probabile “sono riconducibili alla categoria dell’opportunismo coronato, della scalata al piccolo potere”. Caso a parte quello di Magdi Allam a cui vengono dedicate gustose paginette. Molto interessanti i capitoli riguardanti la richieste di infilare le radici cristiane nella Costituzione europea da parte dei papi, e quello dedicato alla spaventosa legge 40 e alla successiva rilettura della Corte costituzionale dell’aprile 2009 che ne ha abolito le parti più grottesche. Molto spazio viene dedicato anche alla politica di Ruini, al suo successo personale per l’astensionismo nel referendum, una sorta di rivincita dopo la sconfitta divorzista del 12 maggio 1974. E poi l’oggi, no alle coppie omosessuali, la scusa del tagliando alla 194 per restringere la libertà di scelta delle donne, le storie di Luca, Pergiorgio ed Eluana. Secondo Teodori “Benedetto XVI ha impresso una svolta tradizionalistica che tende ad annullare il pluralismo e la tolleranza fatti propri dal Concilio Vaticano II” e anche “il mondo berlusconiano ha rincorso fin dal primo momento l’approvazione della gerarchia ecclesiastica  oltre l’ovvio sostegno della base cattolica che una volta votava Dc. Ha acconsentito che fossero approvati provvedimenti e leggi clericali non solo su temi “etici” ma anche su questioni di interesse economico”. Nel Pd invece “un gruppo di nuovi aderenti guidato da Binetti si adoperava per sostenere le tesi vaticane nella legislazione italiana”. In questo modo il bipolarismo è il quadro ideale per accogliere le istanze clericali, nonostante non corrispondessero al sentire della maggior parte degli italiani. Bibliografia e indice dei nomi ricchissimi rendono il libro una lettura indispensabile. Massimo Teodori è stato per tre legislature parlamentare radicale.

 

Massimo Teodori, STORIA DEI LAICI NELL’ITALIA CLERICALE E COMUNISTA, Marsilio, € 19.50Massimo Teodori racconta “il cammino dei gruppi politici e culturali che non rinunciarono alla idealità e alla pratica dell’antitotalitarismo laico, liberale e socialista, ossia all’anticomunismo e all’antifascismo democratici, anche quando la Guerra fredda attraversava le fasi più acute”. E’ un libro importante che ha il pregio di fare luce sul pensiero di intellettuali e dirigenti la cui storia è ignorata anche dai sedicenti laici nostrani. I pochi veri laici sanno che l’assente della storia repubblicana è un partito laico, alternativo a quello delle due chiese (dc e pci). Durante il fascismo i laici cercarono alleanze con i comunisti e finita l’emergenza furono tra i pochi a segnalare i limiti e gli orrori che si stavano compiendo oltre la cortina di ferro, pur denunciando l’anticomunismo fascista. Secondo Teodori è l’anticomunismo laico e antitotalitario che unisce i vecchi liberali come Benedetto Croce, i socialisti riformisti senza partito sostenitori di Gaetano Salvemini, gli azionisti come Ernesto Rossi e Ferruccio Parri, gli ex comunisti come Ignazio Silone, i repubblicani di Ugo La Malfa e i giovani di talento capitanati da Mario Pannunzio con la sua rivista Risorgimento liberale prima e Il Mondo poi. Secondo Teodori l’annus horribilis per i laici è il 1948 che sancì la fine del sogno della costruzione di una terza forza in grado di competere con la Dc e il Fronte Popolare social-comunista. Il Partito d’Azione, protagonista della Resistenza e massima espressione dei laici di sinistra che ottenne solo sei deputati alla elezione per la Costituente, neanche arrivò al ’48, perché  la maggioranza di Lombardi e Foa era confluita nel Psi, mentre la minoranza di Codignola e Calamandrei si unì al partito fondato da Saragat a Palazzo Barberini nel 1947, e che in un primo tempo si chiamò Unione Socialista con il simbolo del sole nascente. Questa formazione arrivò ad un dignitoso 7,1% captando il voto del ceto medio attratto dal messaggio riformatore del socialismo democratico. I repubblicani attirarono il 4,4% dei voti mentre la destra laica (partito liberale e Uomo qualunque) si fermò al 3,8%. Praticamente sconfitti, i laici si riposizionarono sulla “battaglia delle idee”, dove dimostreranno capacità e coerenza nella difesa della libertà, sia rispetto agli eccessi dell’integralismo clericale, sia verso l’eccesso di acquiescenza degli intellettuali di sinistra nei confronti dello stalinismo. Nel 1956 i fatti ungheresi mostrarono al mondo il volto vero dell’imperialismo sovietico e il legame (mortale) di Togliatti e del Pci con Mosca. Teodori dedica molta attenzione alla continua aggressione della stampa comunista ai danni dei laici, in particolare gli attacchi a Pannunzio. A parzialissima ricompensa va sottolineato che se i laici hanno perso sul terreno elettorale, hanno finito per vincere nel lungo periodo la battaglia delle idee, contribuendo a rendere l’Italia un Paese più civile (il divorzio per esempio), più europeo (l’utopia federalista di Altiero Spinelli). Bellissimo il capitolo sul Partito Radicale, una minoranza che ha alimentato la luce della libertà e della tolleranza. Utile l’indice dei nomi,  ricca la bibliografia e bella la copertina: Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Luigi Einaudi a colloquio.

 

Giampaolo Romanato, UN ITALIANO DIVERSO Giacomo Matteotti, Longanesi, € 20Il 10 giugno 1924, per volere di Mussolini (secondo una rilettura che oggi va per la maggiore lo statista che non aveva sbagliato un colpo fino all’entrata in guerra) fu assassinato da una banda di sicari Giacomo Matteotti. Un socialista riformista che aveva fatto dell’emancipazione sociale la ragione della sua vita.  Nonostante la sua biografia sia quella di un uomo esemplare,  o forse per questo, la sua memoria non è coltivata.  All’indomani del suo funerale Antonio Gramsci gli dedicò un articolo definendolo “pellegrino del nulla”, schiavo di una idea “la quale non può  condurre i suoi credenti e militanti ad altro che ad un inutile circolo vizioso di lotte, di agitazioni, di sacrifici senza risultati e senza via d’uscita”.  E ancora Luigi Longo , che fu poi segretario del Pci, disse che la sua morte fu “tanto più tragica anche perché segna il fallimento della sua concezione, del suo partito, del suo metodo”.  Non solo: dopo la guerra i socialdemocratici di Giuseppe Saragat e i socialisti di Pietro Nenni  lo commemoreranno in due cerimonie distinte, a giugno, anniversario della morte, una domenica i socialdemocratici, quella dopo i socialisti. L’interesse di questa biografia, che da giudizi poco lusinghieri sull’azione riformista di Matteotti,  è nel trovare il socialista vero: antimilitarista, pacifista, anticlericale, difensore degli ultimi. Matteotti nasce nel 1885 a Fratta Polesine ( Rovigo ), una zona poverissima d’Italia, in una famiglia molto agiata. Sebbene cresciuto nella ricca borghesia diventa socialista già nel 1898. Si laurea in Legge a Bologna e diventa il difensore dei braccianti agricoli. Viene eletto al Parlamento nel 1919. Antimilitarista sarà richiamato per tre anni (1916-1919), in Sicilia, lontano dal fronte e dal suo partito.  Intanto, nel 1916, si sposa con Velia Titta (solo civilmente) e con lei ha tre figli Giancarlo, Matteo e Isabella.  Inviso ai fascisti,  proprio per la sua strenua difesa dei braccianti  ( i fascisti erano i protettori degli agrari locali), lo perseguirono al punto di impedirgli il rientro  in Polesine. Matteotti sarà rieletto lo stesso nel 1921. Fu, probabilmente, un discorso tenuto il 30 maggio del 1924 davanti a Mussolini che gli costerà la vita. E’ utile leggere questa vita coraggiosa di uomo con la schiena dritta, specie in un momento così buio della nostra giovane Repubblica. Giampaolo Romanato, autore di questa biografia, è docente di Storia contemporanea all’Università di Padova ed è nato a Fratta Polesine  come Matteotti.

 

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