Verso il 20 settembre

I pochi colpi che il 20 settembre 1870 aprirono la breccia di Porta Pia permisero il trasferimento definitivo della capitale dal regno a Roma. da quel momento cessò l’anacronistica antistorica e contraddittoria monarchia del papa re. Caddero finalmente le mura del ghetto dove, per volontà del pontefice, erano rinchiusi gli ebrei. Come è notissimo  i Savoia successivamente non furono all’altezza di quel gesto ,  ma quel giorno fu inferta una spallata alle muffe che incrostavano l’Italia. Ma che ancora oggi si riproducono  perché nel nostro Paese dimentichiamo la nostra storia, di cui quel momento è un aspetto fondamentale. tf

ALLA RINFRESCATA MUOVEREMO !

Verso l’eccidio nel lanificio  Ajani  – 25 ottobre 1867 

La Convenzione del settembre 1864 tra Italia e Francia è quella che impegna il governo italiano a “non attaccare il territorio attuale del Santo Padre” e “ad impedire, anche con la forza qualunque attacco esterno contro quel territorio”. In compenso Roma, entro l’11 settembre 1866, sarebbe stata libera da truppe francesi. I francesi, tuttavia, appena sottoscritto il patto, pensano subito ad eluderlo con la costituzione di un grosso corpo di volontari cattolici. La Legione di Antibo, dal luogo della sua formazione, Antibes. Proprio nei primi giorni del ’67 la legione è definitivamente formata, ricca di tutti i maggiori rappresentanti del clericalismo e del legittimismo francese. Non solo – osserva Piero Pieri nella sua “Storia militare del Risorgimento” – ma erano stati chiamati a farne parte anche soldati dell’esercito francese che figuravano come volontari che avevano terminato la ferma ma che conservavano, nei loro libretti personali, persino il numero del loro reggimento. Gli ufficiali erano poi tutti francesi e indossavano la divisa dell’esercito imperiale. I democratici italiani sono indignati da questa provocazione, ma una scappatoia si presenta pure a loro: la Convenzione non prevede l’intervento italiano qualora si fosse prodotta una sollevazione all’interno dello Stato pontificio e che le popolazioni di Roma e del Lazio avessero di conseguenza, con un plebiscito, proclamato di volersi annettere al regno d’Italia.

Nel febbraio del ’67 Bettino Ricasoli ha sciolto la Camera: i democratici sperano in un futuro governo di sinistra. Garibaldi si lancia generosamente nella battaglia elettorale. A Firenze, Bologna, Ferrara, Venezia, in Veneto, Lombardia, Piemonte, i suoi discorsi battono sempre sulla “questione romana”. Ma qual è la situazione a Roma? Qui ci sono due comitati clandestini: il Comitato nazionale dei moderati e il Centro di insurrezione repubblicano. Naturalmente, sono in contrasto tra loro. I repubblicani sono per l’insurrezione in città, gli altri frenano. I repubblicani si appellano a Garibaldi perché assuma la direzione dei moti popolari e della guerra di volontari per la liberazione di Roma. E a farsi appoggiare da un comitato di emigrati romani. Garibaldi, il 22 marzo, accetta l’incarico. Il 1° aprile il Centro di insurrezione diffonde nello Stato pontificio un proclama eccitante alla rivolta ed emette dei buoni a prestito, formalmente per aiutare la popolazione bisognosa, in realtà si tratta di una misura mirante a raccogliere denaro per la vicina lotta. La situazione è talmente in movimento che il Comitato romano dei moderati decide di fondersi con quello repubblicano. Nasce la Giunta nazionale e romana che riunisce i Patrioti di tutte le tendenze col solo, immediato scopo di provocare l’insurrezione a Roma.Incombono le elezioni del 10 aprile.

Doccia fredda elettorale: vince Rattazzi, l’uomo di Aspromonte che con la sua politica ha illuso per troppo tempo Garibaldi, fino al punto di fargli sparare addosso dalle regie truppe sugli altipiani di Calabria. Rattazzi, di fronte a quanto si muove per Roma, non si smentirà. Per le proteste di Napoleone III, allarmato dalla piega che stanno prendendo gli eventi, il capo del governo assicura il francese che la Convenzione del ’64 sarà rispettata. E spedisce Crispi da Garibaldi, per calmarlo. L’agitazione per Roma sembra attenuarsi. Ma Garibaldi insiste nella sua propaganda. Afferma a Siena: “Alla rinfrescata, muoveremo!” Spedisce a Roma il bergamasco Francesco Cucchi per dirigere il movimento popolare; il figlio Menotti nel Mezzogiorno per iniziare l’arruolamento dei volontari, e Giovanni Acerbi alla frontiera tosco-umbra perché raccolga i giovani che affluiscono dal nord. A Ginevra (congresso della Lega della Pace e della Libertà) Garibaldi rilancia con veemenza il tema della questione romana e, tornato in Italia, dichiara che si muoverà a sostegno degli insorti: la Giunta nazionale lo aveva assicurato che, qualora fossero giunti denaro e armi, l’insurrezione non sarebbe mancata. Rattazzi cerca di convincere il Generale a tornarsene a Caprera, ma Garibaldi da quell’orecchio non ci sente; è convinto che quanto più i romani vedranno come certo l’aiuto in caso di insurrezione, tanto più saranno spinti ad agire. Rimanda Cucchi a Roma, Menotti a Terni, Acerbi a Orvieto e Nicotera verso Frosinone. Lo scopo del movimento è, secondo le intenzioni di Garibaldi, di rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano libero sulle proprie condizioni di plebiscito.

Garibaldi le cose le organizza in modo che lo sforzo bellico si sviluppi con azione concentrica con epicentro il Lazio settentrionale. Teme – e ha ragione – di essere arrestato. Il che puntualmente avviene a Sinalunga, nel senese. Riesce però, a Pistoia, mentre lo stanno trasferendo nella fortezza di Alessandria, a passare al fidato Vecchio un biglietto scritto a matita: “24 settembre. I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli – e spero lo faranno – a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi. Avanti dunque nelle vostre belle intenzioni, romani e Italiani…”Rattazzi, di fronte alle proteste che si levano altissime per l’arresto di un deputato – e che deputato – in violazione dell’immunità parlamentare, decide allora di rispedire Garibaldi a Caprera. Lo trattano come un pacco postale. Menotti, Canzio, Acerbi e Nicotera sono scettici: non credono che i romani, pur con denaro e armi, faranno subito per primi una grande insurrezione, tale che possa trionfare o, almeno, sostenersi per vari giorni. In tal caso non si potrebbe eludere la Convenzione italo-francese. Ma la differenza di opinioni con Crispi, Cairoli, Cucchi, Guerzoni, non impedisce che i combattimenti inizino il 3 ottobre ad Acquapendente, a nord del lago di Bolsena. Il 7 ottobre, Menotti occupa Nerola e Montelibretti. E si muove anche Acerbi da Torre Alpine tra Orvieto e Acquapendente. Nicotera, con 800 uomini, sconfina a Frosinone. Pur con tutti i suoi limiti, la macchina da guerra si è mossa. Obiettivo: Roma.

Rattazzi, vista la piega che hanno preso gli eventi, tenta di correre ai ripari:crea una legione romana con sudditi del territorio pontificio e ne affida il comando a un certo Ghirelli, al quale fa arrivare denaro tramite Crispi. E’ un tentativo maldestro di partecipare, in qualche modo, alla eventuale presa di Roma. Il Ghirelli non vuole però sottostare ad alcuna autorità e agisce in modo così scorretto e disonesto da far persino sospettare di essere un agente provocatore governativo con l’incarico di screditare tutti i volontari. Garibaldi riesce ad “evadere” da Caprera, grazie alla paranza di Stefano Canzio: non si fida più della mediazione di Crispi tra lui e Rattazzi, e vuole partecipare direttamente alla lotta. L’Eroe e Canzio sbarcano il 19 a Vada e il 20 ottobre sono a Firenze, accolti con entusiasmo. Ma, il 17 ottobre, il governo francese ha deciso di intervenire a Roma poiché quello italiano è impotente ad impedire l’invasione del territorio pontificio. Rattazzi si dimette il 19 di fronte alla minaccia francese. Intanto “il re galantuomo” Vittorio Emanuele II promette a Napoleone III che l’esercito italiano non sarebbe intervenuto a Roma. Il 22 ottobre, il generale Cialdini cui il Savoia ha conferito l’incarico di formare il nuovo ministero (non ce la farà… ), tenta di convincere  Garibaldi a desistere dall’azione ma il Generale è inflessibile e dichiara: “Redimere l’Italia o morire”. E, in un successivo proclama, in cui scrive che già a Roma i fratelli innalzano barricate e dalla sera prima si battono contro gli sgherri papali, così conclude: “L’Italia spera da noi che ognuno faccia il proprio dovere”. Purtroppo Garibaldi non è bene informato sui fatti reali.

In quello stesso 22 ottobre a Roma dovrebbe essere effettivamente scoppiata l’insurrezione che il Cucchi preparava da tempo. Circolano notizie false o esagerate: che Roma è piena di barricate, che l’insurrezione trionfa, che la popolazione si batte da due giorni. Ma non è così: troppo complessa si presenta l’azione e troppo se ne è parlato. La polizia è ormai da tempo in stato d’allarme. Tuttavia i Patrioti ci provano: una grossa schiera, quella di Cucchi, deve assalire il Campidoglio; un’altra attaccare il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni, con 100 uomini, prova a forzare Porta San Paolo e introdurre in città un carico d’armi e distribuirle; il muratore Giuseppe Monti deve minare la caserma Serristori. Francesco Zoffetti e altri sette cannonieri tentano di inchiodare le artiglierie di Castel Sant’Angelo così che non possano funzionare. Inoltre i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli(che però non agivano in accordo con il Comitato romano) devono scendere lungo il Tevere con 75 compagni fino a Ripetta con un carico di armi. Nel frattempo il generale Zappi, governatore di Roma, fa murare sei delle dodici porte della città. Tutti i tentativi falliscono: Guerzoni, che invece di 100 compagni se ne trova accanto solo sette, viene sorpreso e assalito da zuavi, gendarmi e dragoni pontifici e, dopo breve lotta, abbandona al nemico il carico d’armi. Pure l’assalto al Campidoglio si trasforma in un insuccesso e quello a Piazza Colonna, dispersi i congiurati prima dell’ora fissata, non poteva nemmeno essere tentata.

La caserma Serristori, minata dai due muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati dagli ex emigrati Ansiglioni e Silvestri, rimane rovinata in parte e l’esplosione provoca vari feriti. Ma il grosso degli zuavi era già uscito per correre contro la colonna di Guerzoni. I Cairoli, del cui arrivo né Cucchi né altri erano stati avvertiti , giunti in ritirata all’altezza del ponte Milvio e avvertiti della difficoltà della sollevazione, si nascondono tra i canneti della riva; all’alba si avviano verso Villa Glori. Nel pomeriggio del 23 ottobre la schiera è assalita da un nemico triplo di numero. Giovanni Cairoli è crivellato da ben dieci ferite, il fratello Enrico colpito a morte. Gli altri valorosi, che si sono difesi strenuamente, sono uccisi, o feriti, o fatti prigionieri. Scrivono Montanelli-Nozza nel loro “Garibaldi” : “Enrico Cairoli si accasciò tra le braccia del fratello Giovanni, che due anni dopo doveva morire anche lui per le ferite riportate in quello scontro. E così, di cinque fratelli, tutti garibaldini, sarebbe rimasto il solo Benedetto, futuro presidente del Consiglio. Perché in Italia ci sono anche di queste famiglie”.

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Un ultimo episodio si avrà il 25 ottobre alla Lungaretta ed era il solo che valeva a salvare l’onore del popolo romano. Nel lanificio Ajani un gruppo di ardenti repubblicani sta preparando cartucce. All’avanzare dei gendarmi pontifici, pare che partisse per errore un colpo d’arma da fuoco e allora i papalini assaltarono l’edificio. Li accoglie una resistenza accanita. Anima di essa sono i Patrioti Francesco Arquati con l’eroica moglie Giuditta Tavani Arquati e i tre figli. I pontifici riescono peraltro a penetrare nel lanificio ma i pochi difensori, rincuorati dall’eroina, continuano a resistere. Alla fine, più che mai inferociti, riescono a passare e cadono massacrati l’Arquati, Giuditta, i tre figli e altri quattro Patrioti. In tal modo si spegneva l’insurrezione romana su cui i Patrioti di tutta Italia tanto avevano sperato. Purtroppo, la popolazione romana mostrò nell’insieme un ben diverso spirito dai tempi di Ciceruacchio, della giornata del 30 aprile 1849 e delle prime settimane della difesa della Repubblica Romana. 

E, come non s’era mossa Roma, così neppure si mosse la popolazione della campagna. Episodi di alto valore, come quello della Lungaretta, non furono però sufficienti a ribaltare la situazione a favore degli insorti. I diversi comitati romani non riuscirono a mobilitare più di 8000 uomini. Garibaldi stesso non ritrovò i suoi momenti migliori. Pochi giorni dopo a Mentana gli venne meno quella meravigliosa celerità di manovra e quella ricchezza di risorse nei suoi movimenti che turbava e sconcertava gli avversari. Giovanni Lubrano di Scorpaniello 

https://liberelaiche.wordpress.com/2012/10/25/giuditta-tavani-arquati/

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