Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: aprile, 2017

Nascere il Primo Maggio

Questo sarà il primo  compleanno di  papà senza papà.  Oggi lo ricordo con il ritratto di questo signore, come lui nato il 1° maggio. Salvatore Morelli, Carovigno 1° maggio 1824 – Pozzuoli 22 ottobre 1880

Chi era Salvatore Morelli ?

Patriota e politico mazziniano, di Carovigno (Brindisi). Impegnato fortemente per l’unificazione, l’indipendenza e la liberazione dal dominio straniero dell’Italia durante il Risorgimento. Negli anni successivi l’Unità, Morelli si dedicò, per primo nella storia del nostro Paese e in Europa, alla difficile battaglia per la  parità tra uomini e donne, consapevole della necessità dell’emancipazione in un’epoca  in cui nessun Governo riconosceva  alle donne i diritti  attribuiti a tutti gli uomini dalla Rivoluzione Francese.

Morelli nacque a Carovigno,  nel 1824. Aderì alla “Giovine Italia” di Mazzini mentre studiava Giurisprudenza all’Università di Napoli. Poi  giornalista e scrittore, con un forte impegno politico. Scontò dieci anni di carcere per aver partecipato alle insurrezioni del 1848, quando Ferdinando II di Borbone ritirò la Costituzione.

Nel 1851 fu trasferito dall’isola di Ponza, dove nelle ore d’aria insegnava a leggere e scrivere ai figli dei pescatori, al Castello di Ischia, prigione di massima sicurezza per i detenuti politici. Subì una falsa fucilazione, fu torturato,  i suoi libri bruciati. Terminò il lungo periodo di prigionia sull’isola di Ventotene. Qui salvò due bambini che stavano annegando e rifiutò la libertà, che gli spettava secondo antiche consuetudini, a favore di Nicola Paladini, sposato con figli. Inviato a Lecce nel 1858 a soggiorno obbligato, nel gennaio 1860 fu di nuovo imprigionato, avendo rifiutato un incontro con Francesco II. Uscì dal carcere al crollo del regime borbonico. A Lecce risiedeva presso il patriota Pasquale Greco, la cui moglie, Giovanna De Angelis, intelligente e sensibile, gli ispirò la sua opera più importante, pubblicata a Napoli nel 1861, con due successive edizioni, dal titolo definitivo La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale, volta a chiedere l’emancipazione femminile otto anni prima di John Stuart Mill.

Deputato per quattro legislature, dal 1867 al 1880, quando non esisteva l’indennità parlamentare, introdotta da Giolitti nel 1907. Nel 1867 presentò, primo in Europa, un progetto di legge per la parità della donna con l’uomo, forte risposta al Codice Civile italiano del 1865, che sottometteva la donna all’autorizzazione maritale, facendone una minorenne a vita e precludendole il diritto di voto. Negli anni 1874-1875 propose un nuovo Diritto di Famiglia, che prevedeva l’eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, il doppio cognome, i diritti anche dei figli illegittimi, il divorzio. Nel 1875 chiese di nuovo il voto femminile.

Nel 1877 il Parlamento italiano approvò, con larga maggioranza, la legge Morelli, per riconoscere alle donne il diritto di essere testimoni negli Atti del Codice Civile, come i testamenti. Si trattò di un importante progresso, per i risvolti economici, dando alle vedove la possibilità di disporre dei beni lasciati dal marito, e perché costituiva il primo passo verso la capacità giuridica delle donne.

Propose un’istruzione moderna, gratuita e obbligatoria per tutti, tutelò i deboli (figli illegittimi, preti patrioti, principesse sabaude, prostitute),  promosse il risanamento di zone paludose della Campania, fu Federalista e suggerì una sorta di Nazioni Unite per dirimere i contrasti tra le Nazioni. Nel 1880 morì in miseria in una piccola pensione di Pozzuoli dove è ad oggi sepolto.

Il 3 maggio 2017 alla Camera sarà dedicato un busto a Salvatore Morelli

http://www.camera.it/leg17/1131?shadow_comunicatostampa=11297

https://liberelaiche.wordpress.com/2016/12/16/papa/

Jennifer Zacconi

Si chiama Jennifer Zacconi e vive a Olmo di Martellago, Venezia. Il mese successivo deve compiere ventuno anni. È incinta ed è quasi giunta al termine della gravidanza. Ha deciso che il bimbo lo chiamerà Hevan, con l’acca davanti per rendergli unico il nome. In casa ha già preparato tutto: cameretta, corredo, le cose tipiche che si preparano in attesa di una nascita. Ma la casa in cui vive è quella della mamma, separata, e del cugino, che sta con loro fin da piccolo. Il compagno di Jennifer infatti non vuole saperne di avere un altro figlio. Perché lui, Lucio Niero, sedici anni in più, è già padre e, cosa che Jennifer ignora, è ancora sposato. A lei infatti ha detto di essere separato da tempo. A dirla tutta, nessuno ha avuto dubbi in merito: racconterà la madre di Jennifer, Anna Maria Giannone, che Niero usciva con loro, aveva aiutato la famiglia nel trasloco, andava lì a pranzo. Nulla che facesse pensare ad una doppia vita. C’è stato insomma un clima di grande affetto, fino a quando Jennifer è rimasta incinta. Da allora lui è cambiato, infuriandosi più volte perché la ragazza non voleva abortire. Nei giorni precedenti Niero ha telefonato due volte a Jennifer, chiedendole di incontrarsi a cento metri da casa. Ma la mamma l’ha convinta a desistere, per evitare altre discussioni. Quattro giorni prima di partorire, il 29 aprile 2006, Jennifer sta giocando col cugino piccolo, che si appoggia al suo pancione con una macchinina. L’aria è spensierata e si è fatta sera quando riceve un’altra telefonata da Niero. Vuole vederla. Ma deve averlo detto in maniera molto amorevole. Perché stavolta lei appare radiosa, tanto che la mamma non obietta nulla, pensando che, forse, l’uomo si è davvero convinto a tornare sui suoi passi. La ragazza saluta tutti, prende un mazzo di caramelle ed esce di casa con dieci euro in tasca. Le ore passano e cominciano ad essere troppe. A mezzanotte e venti Anna Maria Giannone riceve una telefonata da Niero che, fingendo di aver sbagliato numero, già che c’è chiede alla donna se Jennifer sia lì con lei. È già chiaro che qualcosa non va, perché Jennifer dovrebbe trovarsi invece proprio con lui. La madre inizia a chiamare il mondo intero, preoccupatissima, finché non le giunge dal cellulare della figlia un sms in cui Jennifer scrive che sta bene e che sta andando al casinò di Nuova Gorica con un’amica. Il segnale inequivocabile che certamente le è successo qualcosa: una ragazza incinta di nove mesi, con dieci euro in tasca e una carta d’identità scaduta, non pensa sicuramente ad andare ad un casinò all’estero. La verità emerge una settimana più tardi, quando Niero viene arrestato a Milano: la sera della scomparsa l’uomo, un uomo di cento chili di oltre un metro e novanta, ha massacrato a calci e pugni Jennifer, una ragazza di cinquanta chili con suo figlio nella pancia. Le ha fratturato tre costole. Quindi l’ha seppellita viva in una buca, saltandoci sopra.

Impossibile immaginare qualcosa di più atroce. Al processo, celebrato con rito abbreviato, non viene chiesto il sequestro cautelativo dei beni dell’assassino. Niero fa in tempo a divorziare. Risulta nullatenente. La sentenza mette i brividi: 30 anni. E questo perché l’assassino viene condannato solo per la morte di Jennifer. Hevan, che doveva nascere quattro giorni più tardi, è considerato “tecnicamente” un procurato aborto, reato che prevede pene assai meno gravi. Anche se tutti sanno che i bambini possono nascere anche due settimane prima del termine, e oltre, senza avere alcuna necessità di incubatrici per portarli alla completa “maturazione”. Niero, ricorderà la madre di Jennifer, non scriverà mai nemmeno una riga di scuse. La donna dirà di non aver sentito nemmeno alcuno della sua famiglia. Nel 2013 Anna Maria Giannone diventa la prima persona italiana ad essere risarcita, per sentenza, come vittima di reati violenti, secondo una direttiva del 2004 che il nostro Paese non ha mai rispettato, proprio perché l’assassino risultava nullatenente ed incapace dunque di pagare i danni. Il giudice stabilisce la cifra in 80mila euro, l’equivalente della provvisionale, una cifra modesta. Edoardo Montolli

http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_aprile_27/nessuno-tocchi-abele-711c3e32-2b84-11e7-9442-4fba01914cee.shtml

 

La rosa perfezione

Una rosa, è una rosa, è una rosa.

Matilde Bassani Finzi

Ferrara 8 dicembre 1918  Milano  1° marzo 2009

25 aprile

Il 25 aprile è una data che ci riporta alle origini del nostro Paese, costruito così perché molti volenterosi sentirono che era arrivato il loro momento e che per dare una opportunità al futuro bisognava esserci.  La più parte di loro non aveva un progetto, però sapeva ciò che non voleva più. Diversamente da loro noi oggi abbiamo una storia e la possibilità di ricordarla. Ripensare le date e celebrarle non è un atto retorico. Serve a non essere indifferenti e a riscoprire che quello che si eredita dal passato deve essere riconquistato ogni volta per poterlo possedere veramente.

Une femme d’honneur

Une femme d’honneur, tradotta sbrigativamente in italiano come Il comandante Florent, è una serie televisiva francese di genere poliziesco. Gli episodi sono ambientati nella Gendarmerie, dove oltre al posto di polizia c’è la caserma dove i gendarmi (o poliziotti) vivono come in un collegio con le loro famiglie.

Isabelle Florent, che nelle prime puntate diventa tenente, quindi capo, affronta le vicissitudini  legate al suo genere e, non ultimo, alla bellezza che la rende agli occhi dei colleghi caproni inaffidabile al ruolo. Forse, non a caso, il primo a riconoscerle capacità e simpatia è un gendarme sposato con una donna simpatica e intelligente e femminista. La serie è ambientata in Provenza.

Se si ha l’opportunità di seguire gli episodi in francese (basta cambiare l’opzione lingua nel menu del telecomando)  ci si accorge che LA comandante, così come LA giudice che la  affianca in molte  indagini,  sono sempre declinate al femminile, in italiano fin dal titolo si sbaglia sempre il genere. La comandante ha anche un figlio – è divorziata – che vive con lei.

La protagonista della serie, Corinne Touzet, è attrice molto amata dai francesi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Corinne_Touzet

 

Sara Aaronshon e il genocidio degli armeni

La dimenticanza porta all’esilio, mentre il ricordo è il segreto della libertà

Sara Aaronshon (Zikhron Ya’aqov, 1890-1917, di origine romena), morì a solo 27 anni ma riuscì a denunciare il genocidio armeno, a comprendere bene il pericolo della dominazione turca e con la creazione della  cellula spionistica NILI a favorire la vittoria degli inglesi in una parte dell’Impero ottomano nel 1917.

Aaronshon nacque e morì in Palestina, in quel tempo provincia dell’Impero ottomano. Per un breve periodo visse a Istanbul che lasciò nel 1915 per sottrarsi ad un matrimonio sbagliato. Tornando a casa, fra Istanbul ed Haifa, assistette al genocidio armeno. Raccontò, tra l’altro,  di gruppi di persone scagliate su piramidi di rovi in fiamme.

Insieme ai suoi fratelli ed amici fondò il Nili, un gruppo di spionaggio. Nel settembre del del 1917 gli ottomani intercettarono un suo piccione viaggiatore con un messaggio agli inglesi e riuscirono a decriptare il codice Nili. Dopo quattro giorni di tortura riuscì a suicidarsi sparando un colpo di pistola.

La sua casa israeliana è meta di continue visite. Ad oggi Israele non riconosce il genocidio degli armeni ed è forte la pressione della popolazione sul governo.

Nelle foto: i membri del Nili, la pistola con cui Aaronshon si suicidò, la stanza da bagno dove avvenne il suicidio, interno della casa museo.

La detective Benson

MARISKA HARGITAY
Det. Olivia Benson

Mariska Hargitai da 17 stagioni è Olivia Benson, la protagonista del filone di Law and Order unità vittime speciali, che si occupa di crimini sessuali. Nella vita vera è la figliola di Jayne Mansfield e del suo quarto marito, un lottatore ungherese. Hargitai ha sposato un attore della serie con cui ha avuto un bambino e ne ha adottati due. Qualche anno fa, raggiunta da una donna che colpita dalla  sua bravura nel ruolo di detective compassionevole e efficiente,  le telefonò per denunciare una violenza sessuale, aprì un sito per aiutare le abusate.

Nel corso degli anni molte star hanno avuto ruoli nella serie: Liza Minnelli, Jerry Lewis, Sharon Stone…

Ogni donna, nel momento in cui decide di denunciare, dovrebbe  trovarsi al cospetto di una funzionaria di polizia accogliente come Olivia Benson.

https://it.wikipedia.org/wiki/Mariska_Hargitay

http://www.joyfulheartfoundation.org/

Pesach, festa di Liberazione

In questi giorni, complici i termosifoni spenti e il cambio armadio state pulendo come matti le vostre case per le pulizie pasquali? State facendo spazio nel frigo per uno sfortunato agnellino? State dipingendo le uova sode, o meglio, molto meglio, vi comprate un bell’uovo di cioccolata? Insomma, state accogliendo festosamente una Pasqua tipicamente italiana. Questi gesti vengono dritti dritti dalla storia e dalle tradizioni degli ebrei che si apprestano in questi giorni a celebrare la Pesach, una data importantissima per il popolo ebraico perché ricorda il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla difficile libertà del deserto e preludio all’arrivo alla terra del latte e del miele.

La storia è interessante e, per certi versi di grande attualità. 3000 anni fa l’Egitto di Faraone conobbe un viceré, Giuseppe, ebreo. Poi accadde che un Faraone che non aveva conosciuto quel viceré e timoroso del popolo ebraico decise di ridurlo in schiavitù costringendolo a cuocere mattoni e impastare malta per costruire obelischi e  palazzi e piramidi. In quei fastosi palazzi in maniera fortunosa arrivò Moshè che, scopertosi ebreo, accettò, con ritrosia all’inizio, di salvare il suo popolo. Tante sciagure si abbatterono sull’Egitto, ma Faraone, duro di cuore, rimase indifferente alle richieste di liberare dalla schiavitù gli israeliti. Fino a che una notte avvenne qualcosa di terribile, la morte si abbattè sull’Egitto uccidendo tutti i primogeniti salvando le case degli ebrei che, col sangue dell’agnello avevano segnato gli stipiti delle loro case.

E la morte andò oltre, pésach in ebraico.

Iniziare la propria libertà con la morte di qualcuno – quale colpa avevano i primogeniti egiziani? – non è cosa che può essere dimenticata. Ed è per questo che alla vigilia di Pesach i primogeniti digiunano per ricordare che uomini innocenti morirono per la loro libertà. Durante gli otto giorni della festività non si mangia cibo lievitato, così come avvenne in quella notte di morte in cui neanche il pane fece in tempo a lievitare. E non mangiare lieviti significa anche evitare tutto ciò che gonfia come orgoglio egoismo… ma si beve vino poggiando il gomito sul tavolo senza paura come si fa quando si è liberi, ma si mangiano erbe intinte nell’aceto per ricordare l’amara asprezza di quei momenti, si tocca con devozione la zampa di un agnello per ricordare come il suo sangue sullo stipite salvò i figli degli ebrei, si mangia un uovo salato per ricordare la circolarità faticosa della vita, si lascia la porta socchiusa perché a tutti sia dato di poter entrare e contemplare la preziosa libertà.

Suggestivo? Non lo sapevate? Eppure questa storia è raccontata, meglio e con molti più particolari, nel libro dell’Esodo. Che i cattolici, la maggioranza degli italiani ci viene sempre detto, dovrebbero conoscere bene. Invece questa storia sembrano ignorarla anche i preti che ti benedicono la porta di casa e lasciano il santino infilzato nella mezuzah, quel piccolo astuccio che contiene il passo biblico che ricorda il sangue dell’agnello sullo stipite. E quando torni a casa e lo trovi ti ricordi che la radice della parola mezuzah è movimento, quello che ha sempre contraddistinto il popolo ebraico. E che forse non è ancora il momento della calma.

Pesach festa religiosa, ma anche una festa di liberazione che ci riguarda tutti, perché ognuno di noi ha vissuto, sta vivendo, vivrà un personale deserto.

Da cui, anche se è difficile crederci, prima o poi si esce.

Hag Pesach Sameach

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-fc00c464-849e-4247-bdbb-e910967868fd.html

http://www.e-brei.net/uploads/Pesach/AggadahTraslitterata.pdf

 

Caterina Martinelli

Una targa in via del Frantoio (Roma) ricorda  il sacrificio di una mamma  passata alla storia per caso: Caterina Martinelli. A lei è stata dedicata una via di Colli Aniene che costeggia il parco naturale della Cervelletta, uno dei luoghi più belli del Tiburtino. Una eroina, una popolana, una mamma, una persona speciale alla quale l’Associazione Vivere a Colli Aniene ha dedicato un premio letterario.

pallanimred.gif (323 byte) “Con cuore di donna”, Carla Capponi, ediz. il Saggiatore 2000, pag. 246/247
“Il due  maggio Caterina Martinelli guidava l’assalto di un forno le donne della borgata che la fame e la miseria avevano esasperato dopo un inverno terribile. Mentre ritornavano nelle loro baracche con le sporte piene di pane, le donne furono bloccate da un milite della PAI. Al rifiuto di cedere il pane, quelli spararono con il mitra colpendo Caterina Martinelli, che teneva in braccio la bambina ancora lattante e aveva una grossa pagnotta stretta al petto. La donna stramazzò a terra cadendo sopra la figlia, che sopravvisse ma ebbe la spina dorsale lesionata; altre restarono ferite.”