Tiziana Ficacci

LibereLaiche

Mese: maggio, 2016

Sindaco

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Voterò per  Roberto Giachetti. Penso che sia l’unica possibilità per Roma se non per rialzarsi per non andare definitivamente a fondo.   Come si sa il suo nome è sostenuto da diverse liste, consiglio di scegliere tra  Una Rosa per Roma  laici civici socialisti, o la lista Radicali . Il Pd no, perché non ha avuto il coraggio di espungere molti nomi presenti nella precedente consiliatura, nomi di persone forse perbenissimo ma che, non dimentichiamolo, si sono prestate a quell’ambigua operazione di firmare per le dimissioni del sindaco in carica tradendo i cittadini , tra cui me, che avevano votato Marino (ma non per il Pd).  Mi auguro che l’ operazione della sinistra nostalgica e passatista che non tira mai fuori una idea per non spiegazzarla, non ci porti di nuovo i fascisti in Campidoglio. Spiace soprattutto per quei candidati di municipio, penso ad Andrea Catarci dell’8,  che vedono la loro rielezione messa in forse dall’impudente rancoroso e pochissimo preparato  Fassina.  Aspettiamo il 5. Già da subito dico che qualora nel disgraziato caso Giachetti non arrivasse al ballottagio mi asterrò dal secondo turno . Vorrei ancora continuare a dormire la notte. Alla prossima,

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Referendum sulla Costituzione

gDesidero comunicarvi, cari pochi ma selezionati e preziosi lettori, che qui non si parlerà di referendum sulla Costituzione in termini di Si e No. Approfondiremo l’argomento dopo le vacanze quando avremo sul viso e le caviglie un velo di abbronzatura che scolora. E senza mai dare patenti di sottomissione e cretineria sia se si è per il Si che per il No. Anzi, si scarteranno tutte le persone che amano essere divisive per il gusto perverso di esserlo. Naturalmente si consiglia prima di sapere anche di che si parla.

Saluti cari e alla prossima,

http://www.internazionale.it/notizie/2016/05/24/referendum-costitituzione-boschi

http://www.repubblica.it/politica/2016/05/27/news/massimo_cacciari-140687187/?ref=HREC1-4

Boschi

 

Tis is Tel Aviv

This is Tel Aviv

Boschi: da la principessa sul pisello di Gasparri alla dama bellina del partigiano Eros. Ora e sempre. (Marco Taradash)

Il referendum sull’abrogazione o meno di alcuni articoli della Costituzione è argomento divisivo. I difensori dello status quo dimenticano però di ricordare che la Costituzione è già stata rimaneggiata 35 volte. Ma le posizioni sono entrambe legittime, quello che è inaccettabile è l’attacco volgare gratuito sessista nei confronti della ministra Boschi, alla quale non si perdona giovinezza grazia preparazione e capacità di aver guidato una maggioranza parlamentare all’approvazione di una riforma che mette fine a 70 anni di bicameralismo, che dimezza i parlamentari, che snellisce procedure istituzionali…

Perfino le giornaliste (Gruber Annunziata) usano con lei sufficienza e noia, dimenticando che dietro a Boschi c’è il nostro lavoro per le pari opportunità.

Per far fuori B. (giustamente far fuori) non si è esitato a mettere alla berlina le sue ragazze (non il mio stile di vita ma ognuna è libera di sfruttare lo zozzone), ad ascoltare senza repliche una giudice che definiva Ruby levantina e quindi mentitrice… sarebbe meglio basta.

Votate no o si, ma non crociate .

(e scandalizziamoci perché Anpi non garantisce la presenza di Aned e Brigata ebraica il 25 aprile)

Il referendum, l’Anpi
e Casa Pound

 

Parlare di Pannella

Un profluvio di troppe parole su Pannella. Segnalo due articoli onesti e in fondo un vuoto romano mio e di molti credo.
foto di Mario Mariani da fb

foto di Mario Mariani da fb

Conversazione con Adriano Sofri

Pannella, la politica e la notte

Ci sono giorni, e notti specialmente, in cui rimpiango la galera. Era la galera il posto in cui sentir gridare che Marco Pannella è morto.
Prima di Pannella, uomo da marciapiede, alla politica mancava la notte. La notte è affare di puttane e di ladri, di froci e di spacciatori, di tradimenti e di rivelazioni. Stanze d’ospedale illuminate da lucine di macchinari e lamenti inascoltati, celle di galere illividite da luci al neon e gridi disperati. La notte degli amori e dei dolori: la politica se ne teneva alla larga come un impiegato dal suo sportello, dopo aver timbrato il cartellino d’uscita. Anche ai migliori esemplari della politica professata, cravatta e faccia obbligatoria, non si doveva immaginare frequentazione della notte che non servisse a dormirci sopra. Marco Pannella rivendicava la notte, i letti, le cacce, le febbri, i sudori e gli umori, la paura. Fu grazie alla notte che Pier Paolo Pasolini riconobbe Pannella come una figura fraterna. Pasolini ci abitava dentro come un animale notturno, ma Pasolini era un poeta. Pannella era un politico. Pannella inventò il Palazzo, Pasolini ne fece il Processo. Pasolini scriveva, Pannella parlava; la sua scrittura non fu mai all’altezza della sua eloquenza e, trascritti, i suoi discorsi più belli rischiano la retorica. Pannella parlava piuttosto, perché la scrittura, quando non sia poetica, pretende di fissare qualcosa che la parola detta lascia scorrere liberamente. Una volta la sua scrittura gli rese merito, e fu in un’occasione improvvisata, la prefazione al libro di Andrea Valcarenghi “Underground. A pugno chiuso”, 1973. Pasolini salutò quella prefazione con enorme ammirazione: “…E’ finalmente il testo di un manifesto politico del radicalismo. E’ un avvenimento nella cultura italiana di questi anni…”. (Io vi venivo affettuosamente liquidato con “la linea Parri-Sofri”…). Un altro scritto però vorrei suggerire di rileggere, uno in memoria di Bettino Craxi sul Corriere, il più bello, politicamente e umanamente, che mi ricordi.
Pannella era un politico. Uno che voleva cambiare il mondo, ma senza rassegnarsi all’ipocrisia che immagina diurno il mondo, e perbene la politica. La politica era disincarnata, e dunque maschile. Ammesso che la politica avesse un corpo, la notte lo ingoiava e spegneva la luce. Marco Pannella non ha conosciuto l’imbarazzo che il cattolicesimo chiama rispetto umano, un sinonimo antico della correttezza politica. Non c’è stato essere umano, il più compromesso e compromettente, che abbia esitato ad abbracciare. A volte, grazie alla sua autorità, guardie e ladri si sono mescolati nello stesso ritratto, come quando ora a salutarlo nella sua mansarda sono andati insieme i detenuti e il ministro della giustizia. Mentre scrivo ho il televisore acceso sul rumore e le facce di fondo che commemorano Pannella, e tuttavia so sentire distintamente le voci delle galere. Nei cortili i carcerati vanno e vengono, parlando di Marco. Non verrà più, era uno dei nostri, dicono. Non è vero, naturalmente: era uno di tutti, di carcerati e carcerieri, e di gente perbene e anche potente, perché anche la gente perbene e potente prima o poi cade in disgrazia o incontra la malattia e la perdita. Uno di tutti, come una brava puttana, e dev’essere per questo che il papa Bergoglio gli si è affezionato, ricordandosi della confidenza che la sua religione ha coi malvissuti e con le pene, se non abbastanza coi piaceri, dei corpi. Sento dire che Pannella, precursore un po’ di tutto, lo sia stato anche dell’antipolitica: che sciocchezza. La politica non era mai stata presa più sul serio, fino ad annettersi i territori che per riguardo alla vita privata le erano stati preclusi: panni sporchi lavati in famiglia, aborti consumati dalle mammane, malattie nascoste per vergogna, morti invocate e vietate fino alla tortura, e amori, innumerevoli amori lasciati senza nome e senza luce. Quella ipocrita riservatezza era il contrario della discrezione, lo schermo della viilazione.
Marco Pannella sembrava e si proclamava invulnerabile. I medici, diceva, non sanno capacitarsi della mia tenuta: ho addestrato i miei malanni a diventare degli anticorpi. In realtà sentiva come il tempo e i digiuni e le fatiche cui si sottoponeva lo provassero. Già tanti anni fa, scherzando sul suo rifiuto ostinato di darla vinta alla decadenza fisica, gli dicevo che si ascoltava, nelle lunghe registrazioni notturne d’archivio della radio radicale, come un grande tenore avrebbe ascoltato i dischi della giovinezza una volta affievolita la voce. Lui non avrebbe mai abbandonato la scena. Gli altri, i suoi vicini, dovevano decidere come trattare i suoi smarrimenti: eludendoli, oppure fingendo che non esistessero, e rincarando anzi l’adulazione, altrettante reazioni comprensibili. I migliori, come Massimo Bordin nelle memorabili conversazioni domenicali, scegliendo di eliminare ogni indulgenza per i suoi inciampi: probabilmente, mi dicevo, perché l’indulgenza l’avrebbe ferito più che il corpo a corpo. Da ultimo, quando non fu più questione di amnesie o di capricci improvvisi o di risentimenti contro il filo delle parole che lo tradiva e affiorò una specie di deliquio, dell’esplosivo temperamento di Marco restò soprattutto una dolcezza e una offerta e richiesta di amore. Accettata e ricambiata, sicchè l’ultimo capitolo della sua lunga vita è stato pervaso da una grata benevolenza. Si fa l’elenco dei riconoscimenti mancati. Una volta scrissi che se avessero nominato davvero Marco Pannella senatore a vita (era stato appena eletto presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, solo grazie alla sua suggestione) ci sarei rimasto male come se avessero dato il Nobel per la letteratura a Jorge Luis Borges. Infatti. Gli avrebbe fatto piacere, a Marco, e ancora più gliene avrebbe fatto rispondere No, grazie, probabilmente. Ma il riconoscimento cui mirava, che valesse per la parte migliore della sua formidabile vanità, era quello che il suo lungo addio gli ha tributato. Al diavolo l’ipocrisia e il conformismo dei lodatori e anche la caricatura di anticonformismo in chi si faccia tentare a rovinare la festa denigrandolo, il fatto è che chiunque abbia capito Pannella sa che l’avrebbe avuto dalla propria parte nell’ora della propria caduta. Fra questo e gli epigoni dei partiti personalisti e rodomontati c’è un abisso umano.
Nemmeno nei litigi fra gli eredi c’è una ragione di scandalo, tutt’al più un po’ di malinconia. Due giovani che si preparano a una piena vita comune, Matteo Angioli e Laura Hart, hanno accompagnato i lunghi ultimi giorni di Marco con una tenerezza e una schiettezza meravigliose: come due che si preparano a essere orfani. Mirella Parachini, invidiabile compagna, gli è stata vicina come in tutta una vita. Gli altri sono tantissimi e hanno ciascuna e ciascuno il proprio pezzo del capitano della compagnia, e possono sentirsene paghi. Emma Bonino ha tenuto fede a un impegno personale a non rinnegare il suo legame con Pannella, anche quando non poteva più semplicemente continuarlo. E poi ci sono tutti gli altri, quelli che non sono stati radicali e che forse si sposano e vivono felici e contenti oppure, se non va, divorziano e vivono meno infelici e scontenti. Diventò presto un luogo comune l’idea che Marco Pannella “avesse fatto il suo tempo”. Lo si sopportava come un glorioso fastidioso sopravvissuto. Intanto gli emuli incalzavano, scambiando il baccano per la sostanza. Adesso che è morto davvero, dopo averci provato tante volte, è chiaro a tutti che Marco Pannella ha fatto il suo tempo e, larghissimamente, anche il nostro.

Marco Pannella ha interrotto lo sciopero della morte. Era iniziato il 2 maggio di 86 anni fa e forse era l’unico sciopero che nessuno gli aveva chiesto d’interrompere, che nessuno derideva o considerava patetico, che non anticipava una battaglia tremendamente inattuale e che altri, un domani, avrebbero vendemmiato e magari vinto al posto suo. Pannella da una sessantina d’anni diceva cose giuste ma con troppo anticipo, così sembravano sciocchezze; quando si realizzavano, lui era già passato a dire altre cose giuste ma con troppo anticipo, e sembravano altre sciocchezze; così sembrava che dicesse sempre sciocchezze, e non ne diceva mai. Quando corse voce che era malato sul serio (due tumori) e che presto sarebbe giocoforza morto, molti noi risposero: sciocchezze.

Non me ne frega di niente di scrivere, ora, un dignitoso «coccodrillo» di Marco Pannella. E’ da due mesi che a Libero me lo chiedono. E poi ultimamente muore un sacco di gente, e invecchiare significa accorgersene progressivamente sempre di più, o forse significa stupirsi che Tizio sia morto oppure stupirsi che – tu guarda – è ancora vivo: ma il problema è che Pannella era fuori classifica, è come se avessero detto che era morto il Cervino: impossibile, c’è sempre stato e ci sarà sempre. Del resto tutta la vita di Pannella sembrava sempre un falso allarme, un’esagerazione.

Apro una parentesi personale, un parallelo che ha segnato la mia carne con una roncola. Conobbi Marco Pannella quando avevo 15 anni: era il 1983 e mi iscrisse al Partito Radicale. Poi, nel 2009, a ferragosto, mi capitò di rivederlo perché m’invitò a quell’incredibile maratona radiofonica che era la «conversazione settimanale con Pannella»: tre ore di dialogo surreale e indimenticabile. Nel periodo immediatamente successivo ci sentimmo abbastanza spesso, ma io, d’un tratto, non mi feci più vivo per due diverse ragioni. La prima è che era iniziato quel meccanismo per cui lui Pannella tendeva a fagocitare le persone. La seconda è che avevo scoperto, dall’oggi al domani, che mio padre stava morendo per un tumore ai polmoni, come ieri Pannella. A essere precisi: Pannella, quando apprese di avere un tumore al polmone, nel 2014, aveva esattamente l’età che aveva mio padre quando apprese del suo. Ed ecco: nel mese che seguì, prima delle esequie, a parte pochissimi amici, ci fu una sola persona di media conoscenza – Marco Pannella – che continuò a telefonarmi, a chiedermi di mio padre, ogni volta ricordandosi ogni minimo particolare, senza poi avere null’altro da chiedermi o da dirmi. E ho imparato che ci sono persone così, eccessive nel bene e nel male, capaci di una generosità improbabile e però autentica, di un trasporto a cui loro, per primi, non possono resistere. Pannella faceva così con me, ma l’aveva fatto con un intero Paese per mezzo secolo. Pannella era un uomo che amava troppo.

Mio padre – fumatore sino all’ultimo, ovviamente come Pannella – morì per quella che nei fatti è un’eutanasia non dichiarata: dormendo con un sonno indotto da sedativi; esattamente come Pannella, che mercoledì rispose «si grazie» quando glieli proposero. A suo modo, un’altra battaglia vinta sotto il naso di tutti: un sereno sberleffo a quella cappa narcotica che ha sempre circondato, da noi, le cose che si fanno ma che non si dicono. Pannella le diceva sempre, tutte. Ci ha sempre messo la faccia. Ieri, anche il corpo. E che impressione, meno di due ore prima della notizia della morte di Pannella, ieri, incontrare per caso Giuseppe Englaro, il padre di Eluana, un altro pazzo di cui questo Paese ha avuto tremendamente bisogno. Di pazzi, abbiamo avuto bisogno: di un Pannella per togliere il divorzio e l’aborto dalla clandestinità, di un Tortora per accorgerci che la giustizia fa schifo, di un Berlusconi per portare la tv privata in Italia, di un Craxi per modernizzare il Paese, di uno sbirro molisano per fermare un finanziamento illecito che rasentava il racket. Pazzi sì: per compensare il perenne ritardo della politica nei confronti di quella società che siamo noi.

Non lo voglio scrivere il coccodrillo di Pannella, l’ho già scritto tre anni fa su questo stesso giornale, era il 19 dicembre 2012 e scrissi così: «Pannella è uno dei più onesti e disinteressati uomini politici della storia repubblicana, uno dei pochi grandi e veri personaggi che ho avuto l’onore di conoscere decentemente. E non ho voglia di aspettare che muoia per scrivergli tipicamente un coccodrillo retorico: voglio scriverglielo da vivo». Era, appunto, il 2012: per avere Pannella in tv quell’estate, a una trasmissione che conducevo su La7, dovetti penare le pene dell’inferno: «Pannella non fa ascolti», dicevano tutti. Era vero, ma risposi: «Chi se ne frega». Per un giorno tornai a sentirmi giornalista.

Dopodiché, ora, che cosa dovremmo fare? L’elenco? Tutte le cose che Pannella ha combinato in vita sua? Figurarsi, non basta la Treccani, forse neanche la bella biografia che gli ha dedicato Walter Vecellio. Parliamo di uno di cui Jean-Paul Sartre si diceva affascinato, uno che fece iscrivere Eugène lonesco al Partito Radicale, che fece dire a Umberto Eco: «Pannella ha insegnato agli italiani come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo». Indro Montanelli invece lo definiva «un figlio discolo, un giamburrasca devastatore, ma in caso di pericolo sarà il primo ad accorrere in soccorso».

Pannella: fascista, comunista, provocatore, qualunquista, destabilizzatore, uomo dei cento referendum e dei mille digiuni, del divorzio, dell’aborto, dell’obiezione di coscienza, per i diritti di tutte le minoranze, delle marce antimilitariste, personaggio pagliaccesco e di grande eleganza intellettuale, frequentatore di Benedetto Croce e Mario Pannunzio, Ernesto Rossi e Umberto Terracini, Elio Vittorini e Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone e Riccardo Lombardi. Pannella e Gandhi, Cicciolina e Toni Negri, Enzo Tortora e Luca Coscioni, le canne e le sigarette, e la partitocrazia, lo strapotere dei giudici, il Parlamento degli inquisiti, l’ambientalismo, Mario Pannunzio e Il Mondo, il Partito Radicale e la Radio pure, Bruno Zevi e Giovanni Negri, la liberalizzazione della cannabis, il partito che sta (sempre) per chiudere, la fame nel mondo, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, Domenico Modugno, le dimissioni di Giovanni Leone, Leonardo Sciascia, il cartello-sandwich alla Rai, la pena di morte e Nessuno tocchi Caino, l’autofinanziamento del partito, il referendum con Mario Segni, la Bonino commissario europeo, il Dalai Lama, la Corte Penale Internazionale, l’hashish in piazza, Emma for president, la Cecenia, la procreazione assistita, l’interventismo pannelliano in Kosovo e in Afghanistan, l’Associazione Coscioni, Piergiorgio Welby, la moratoria contro la pena di morte, le carceri, l’amnistia, la rinuncia al vitalizio, i quattro bypass, i due tumori, le due sessualità, le mille sigarette, Marco Pannella, una vita sua e nostra.

tf venerdì, 20 maggio 2016

Incontri romani

Purtroppo non incontreremo più per strada Pannella,l’unico uomo politico che lo salutavi e ti rispondeva senza tener conto del tuo status. In compenso vediamo gli altri. Ieri è stato mio vicino di caffè il candidato sindaco Adinolfi che, nonostante la promessa di dimagrire non ha perso neppure un etto. Ho anche incontrato i controllori dell’Atac sul 30 (tutti in regola) e un autista del 492 che con un accento degno del principe Charles ha indicato dove scendere a due turisti.
Saluti cari,

http://forum.roma.corriere.it/una_citta_mille_domande/20-05-2016/incontri-romani-2852761.html

Voto assistito

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Per timore di essere considerati degli antidemocratici dobbiamo applaudire tutti all’unisono e con un piede alzato alla riammissione di Fassina e altri dopo essere stati esclusi dalle candidature per gravi vizi di forma. Da qualunquista dire che se hai pagato un bollettino in ritardo , spesso per colpa delle poste o della banca ,  paghi la mora e se hai omesso un euro nella dichiarazione dei redditi lo paghi con interessi da strozzino.

La motivazione scelta dalla Corte, una maggiore rappresentanza democratica, è comunque interessante. Spinta anche da questa espressione mi sono recata fiduciosa alla Asl, al Municipio, all’Ufficio elettorale, ad un comitato elettorale, per farmi spiegare come mio padre, non cieco ma con capacità visiva ridotta del 94%  documentata perfino dall’Inps, poteva esercitare il suo diritto di voto.

Non scrivo qui le risposte avute, ogni romano e italiano sarà stato alle prese con la burocrazia e può riempire i puntini da solo, ma è solo grazie alla mia tigna e alla lettura attenta della legge sconosciuta agli organi preposti che ho stampato e portato con me , che la Asl ha mandato un medico legale a casa di mio padre (il certificato Inps evidentemente non bastava al solerte dirigente medico)  che ha certificato che non vede e che può recarsi accompagnato in cabina da familiare. Che per fortuna ha altrimenti occorreva altra certificazione complessa.

Chissà mai se uno dei tanti candidati sa di queste pratiche.

Didascalia dell’immagine in alto

Progetto Dreyfus

La civiltà di un Paese si misura anche dell’attenzione che riserva ai diversamente abili, e bisogna ammettere che in questo Israele è un capostipite. Il comune di Hertzeliya ha messo a disposizione dei suoi bagnanti disabili 5 cinque di queste sedie a rotelle galleggianti. Che dire… Grazie!

La ministra Lorenzin

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La ministra della Salute Beatrice Lorenzin ha varato un piano per la fertilità premiando il primo nato con un con poco più di cento euro, il secondo qualche spicciolo in più… I giovani non sono così sciocchi  da abboccare all’esca rinsecchita.

Volendo invertire la tendenza demografica, ammesso che questa sia una priorità alla luce dei cambiamenti geopolitici, è ovvio dirlo ma occorre offrire lavoro e servizi. La ministra della Salute invece dia l’opportunità a tutto il Paese da nord a sud di accedere alla sanità: prevenzione, vaccini, accesso ai nuovi farmaci, palliativi…

Tra la prima e la seconda guerra mondiale il declino della fecondità in Europa fu motivo di preoccupazione per i politici che vedevano sia una causa che un sintomo del declino dell’Occidente. In quegli anni nacque l’interesse per una nuova scienza, la demografia, che studiava l’andamento della popolazione. La prima politica demografica di ampio respiro venne da un paese che da poco aveva iniziato a conoscere la denatalità, l’Italia. La precocità di questa politica venne accelerata dall’instaurarsi della dittatura fascista; “la forza è nel numero”, era lo slogan mussoliniano che esigeva la crescita della popolazione insieme all’indottrinamento politico e ideologico. Per prima cosa si cercò di imporre alla popolazione italiana un modello demografico, esortando ad una maggiore fecondità e alla migrazione verso particolari destinazioni, scoraggiando, anzi vietando del tutto, la contraccezione e l’aborto.

https://liberelaiche.wordpress.com/2014/10/18/le-famiglie-numerose/

E sul diritto all’epidurale gratis come la neomamma Lorenzin:

Nei giorni scorsi la ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha avuto due gemelli. Che la vita sia dolce per i piccoli Francesco e Lavinia e per chi gli vuole bene. In una intervista al Corriere della Sera la ministro, non più giovanissima, ha raccontato che ha passato l’ultimo mese lavorando dal suo letto e che tornerà nei prossimi giorni al lavoro insieme ai piccolini che troveranno attenzioni nel nido del Ministero. Ha raccontato di essere stata assistita “come una donna qualunque” nella maternità del Fatebenefratelli Villa san Pietro sulla via Cassia, facendo l’epidurale, un tipo di anestesia che addormenta il corpo dalla vita in giù e consente di partecipare attivamente e senza dolore al parto. Non si tratta di un intervento sofisticato, già la regina Vittoria nel 1885 sperimentò qualcosa di analogo. Ma per la nostra sanità l’epidurale non è per tutte, in alcune regioni costa 0 ma solo per le donne dai 39 anni in su, in altre si paga dai 400 agli 800 €. Se la donna soffre troppo ma non dispone di denaro le viene offerto gratis il cesareo che si fa in anestesia generale e che costa molto di più: in soldi per le regioni e alle donne per la salute (punti, dolori post chirurgici, cicatrice…). Oggi in Italia un bambino su 4 nasce con il cesareo, mentre meno del 10% sono i parti con l’epidurale.

https://liberelaiche.wordpress.com/2015/06/18/come-per-lavinia-e-francesco/

Camaleonte romano

Il candidato Marchini che si stava accreditando sulle fiancate degli autobus come libero dai partiti libero di dire no gli ambulanti libero da cricche e bla e bla, ha trovato casa. Avendo il sostegno di capolista come Mussolini ha pensato bene di fare un elogio al celebre nonno citando il suo.  Che era un costruttore, qualcuno lo racconta ex partigiano e non ne dubito, ma diciamoci pure che ha costruito tanto in modo intensivo palazzi bruttarelli devastando parecchio la nostra Roma con la complicità silente di molti.

Il candidato Marchini, oggi sostenuto dall’incredibilmente ex sindaco Alemanno, quello che tanto amava la città del Duce, che invece di esaltarne la bellezza aveva pensato di far correre i bolidi di formula 1 all’Eur,rispolvera il fine urbanista M.

Quel che è sicuro che adesso che ha trovato casa il fintobiondo Marchini sta spolverando tutti i peggiori arnesi della destra fascista: le canne i froci il sacro quando c’era lui.

Se promette i tram in orario è Sindaco

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Ricordi

 

David Grossman ricorda così il figlio Uri, ucciso in Libano nel 2006.

Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé.
Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano.

…La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – “Neshuma”, lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto.
E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento.
Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

Papà, mamma, Yonatan e Ruti.

My name is Sadiq Khan,

I’m Mayor of London

I media vaticaliani hanno enfatizzato allo sfinimento l’appartenenza religiosa del nuovo Sindaco di Londra. Senza fermarsi a riflettere e osservare, non c’è neanche bisogna di leggere ma solo di scorrere i titoli dei giornali inglesi, che l’appartenenza religiosa non è entrata nel dibattito. In quel Paese la fede, o la mancanza di fede, è irrilevante perché considerata argomento personale. Ed è abbastanza normale che un pachistano possa essere musulmano quasi come un italiano cattolico.

Quel che ha contato per l’elezione è che l’uomo è giovane in una città giovane. Ha proposto e promesso che per quattro anni le tariffe dei trasporti non saranno aumentate, che ci saranno investimenti immobiliari per case a prezzi più possibili, che sarà pedonalizzata Oxford Street e che ci saranno strade libere dai gas di scarico per il gioco dei bambini e le passeggiate degli adulti, che doterà gli agenti di telecamere mobili e che saranno aumentati i controlli  nelle metropolitane e sui bus.

Ha contato molto che ha un passato di politico, è stato ministro dei Trasporti nel governo guidato da Brown e ministro ombra della Giustizia, e  che è un noto avvocato dei diritti umani.  Ha avuto il suo peso che è laburista e la città dopo una gestione lunga dei conservatori ha voluto cambiare con un uomo dell’Europa e che crede all’Europa.

Auguri,

http://moked.it/blog/2016/05/08/qui-londra-khan-il-primo-sindaco-islamico-mia-storia-familiare-a-molti-ebrei/