Pesach, festa di Liberazione

di liberelaiche

In questi giorni, complici i termosifoni spenti e il cambio armadio state pulendo come matti le vostre case per le pulizie pasquali? State facendo spazio nel frigo per uno sfortunato agnellino? State dipingendo le uova sode, o meglio, molto meglio, vi comprate un bell’uovo di cioccolata? Insomma, state accogliendo festosamente una Pasqua tipicamente italiana. Questi gesti vengono dritti dritti dalla storia e dalle tradizioni degli ebrei che si apprestano in questi giorni a celebrare la Pesach, una data importantissima per il popolo ebraico perché ricorda il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla difficile libertà del deserto e preludio all’arrivo alla terra del latte e del miele.

La storia è interessante e, per certi versi di grande attualità. 3000 anni fa l’Egitto di Faraone conobbe un viceré, Giuseppe, ebreo. Poi accadde che un Faraone che non aveva conosciuto quel viceré e timoroso del popolo ebraico decise di ridurlo in schiavitù costringendolo a cuocere mattoni e impastare malta per costruire obelischi e  palazzi e piramidi. In quei fastosi palazzi in maniera fortunosa arrivò Moshè che, scopertosi ebreo, accettò, con ritrosia all’inizio, di salvare il suo popolo. Tante sciagure si abbatterono sull’Egitto, ma Faraone, duro di cuore, rimase indifferente alle richieste di liberare dalla schiavitù gli israeliti. Fino a che una notte avvenne qualcosa di terribile, la morte si abbattè sull’Egitto uccidendo tutti i primogeniti salvando le case degli ebrei che, col sangue dell’agnello avevano segnato gli stipiti delle loro case.

E la morte andò oltre, pésach in ebraico.

Iniziare la propria libertà con la morte di qualcuno – quale colpa avevano i primogeniti egiziani? – non è cosa che può essere dimenticata. Ed è per questo che alla vigilia di Pesach i primogeniti digiunano per ricordare che uomini innocenti morirono per la loro libertà. Durante gli otto giorni della festività non si mangia cibo lievitato, così come avvenne in quella notte di morte in cui neanche il pane fece in tempo a lievitare. E non mangiare lieviti significa anche evitare tutto ciò che gonfia come orgoglio egoismo… ma si beve vino poggiando il gomito sul tavolo senza paura come si fa quando si è liberi, ma si mangiano erbe intinte nell’aceto per ricordare l’amara asprezza di quei momenti, si tocca con devozione la zampa di un agnello per ricordare come il suo sangue sullo stipite salvò i figli degli ebrei, si mangia un uovo salato per ricordare la circolarità faticosa della vita, si lascia la porta socchiusa perché a tutti sia dato di poter entrare e contemplare la preziosa libertà.

Suggestivo? Non lo sapevate? Eppure questa storia è raccontata, meglio e con molti più particolari, nel libro dell’Esodo. Che i cattolici, la maggioranza degli italiani ci viene sempre detto, dovrebbero conoscere bene. Invece questa storia sembrano ignorarla anche i preti che ti benedicono la porta di casa e lasciano il santino infilzato nella mezuzah, quel piccolo astuccio che contiene il passo biblico che ricorda il sangue dell’agnello sullo stipite. E quando torni a casa e lo trovi ti ricordi che la radice della parola mezuzah è movimento, quello che ha sempre contraddistinto il popolo ebraico. E che forse non è ancora il momento della calma.

Pesach festa religiosa, ma anche una festa di liberazione che ci riguarda tutti, perché ognuno di noi ha vissuto, sta vivendo, vivrà un personale deserto.

Da cui, anche se è difficile crederci, prima o poi si esce.

Hag Pesach Sameach

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-fc00c464-849e-4247-bdbb-e910967868fd.html

http://www.e-brei.net/uploads/Pesach/AggadahTraslitterata.pdf

 

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