Solo se serve

di liberelaiche

Le parole sono azioni e fanno accadere le cose…

Bisogna smettere di essere tolleranti con i facinorosi che dicono di muoversi in nome della Palestina e dei palestinesi. Senza tornare al ’48, è evidente che a differenza di tutti i popoli sradicati dalle loro terre settanta anni fa (peraltro assegnatagli dall’Onu ma ricusata) solo i palestinesi vivono ancora nei campi profughi. E non è un crimine degli israeliani – che pure hanno colpe a non tornare ai confini del ’67* – ma è responsabilità di tutte le potenze regionali che si servono delle loro sofferenze come pedine politiche. Se i fratelli arabi li avessero integrati, dandogli una casa e un lavoro, non ci sarebbe più stato il dramma palestinese da utilizzare quando serve. I palestinesi sofferenti sono utili, i palestinesi soddisfatti no.  Non si può più accettare che i palestinesi continuino ad essere strumentalizzati da facinorosi grossolani e molto ignoranti anche in Italia. Con questi sostenitori non avranno mai uno Stato né potranno emanciparsi. Sarebbe anche il caso di dire che chiunque si nasconda dietro il termine antisionista usasse il più giusto fascista e antisemita. L’antisionismo interpreta il ruolo di maschera presentabile di una avversione assai più profonda.

*I territori del ’67 sono quelli che lo Stato di Israele ottiene nel ’48, dopo che l’Onu decide di dividere l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei, con Gerusalemme città internazionale. Israele approva la soluzione delle Nazioni Unite e il presidente David Ben Gurion proclama l’indipendenza e la nascita dello Stato.  I palestinesi la rifiutano e con altri paesi arabi dichiarano guerra al neo Stato perdendola. Per gli israeliani è lo Yom ha Azmaùth (giorno dell’indipendenza) per i palestinesi è la Nakba (catastrofe). Con la risoluzione Onu Israele aveva metà del territorio mandatario,  dopo la guerra ne raggiunge quasi i ¾.  Questi ¾  (o Green line) sono i territori del ’67. Intanto Gaza viene occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania.  Anche durante la crisi di Suez (’56)  i confini restano invariati.  Durante la guerra dei Sei giorni (’67)  Israele occupa tutta l’attuale Cisgiordania , Gerusalemme, Gaza, il Golan e il Sinai.  Il Sinai verrà riconsegnato quasi subito, in cambio di un trattato di pace, all’Egitto. Le conquiste territoriali del ’67  non saranno riconosciute dall’Onu.  Le risoluzioni 242 e 338 chiedono il ritiro dai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48 (i ¾ ). Quei territori sono uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace (almeno da parte israeliana). Alla metà degli anni Novanta si registra  un significativo passo verso la pace:  fra il ’94 e il ’96 vengono redatti  gli accordi di Oslo con l’impegno di Israele a riconoscere la Palestina e la Palestina a riconoscere Israele. Le speranze muoiono con la bocciatura da parte palestinese della proposta di pace  di Camp David nel 2000 – c’era il presidente Usa Bill Clinton, il palestinese Arafat e l’israeliano Ehud Barak – e l’avvio dell’intifada. Le immagini che ricordiamo sono Arafat che scende dalla scaletta dell’aereo facendo il gesto della vittoria, le elezioni americane vinte anche per questa sconfitta da Bush, un cinismo tra gli israeliani che ha portato, quasi ininterrottamente, a governi molto litigiosi e di destra. Oggi i palestinesi sono allo sbando, gli israeliani sono in gran parte disillusi e stanchi preda di destra e populisti 

Da una parte i valori della Resistenza, la memoria necessaria per coltivare la democrazia che si possa distinguere e combattere il male dei nuovi razzismi e dell’antisemitismo risorgente. Dall’altra l’odio ideologico che obnubila le menti. In mezzo, ancora una volta, un paziente cordone di poliziotti. Di nuovo, piazza San Babila è stata scelta da uno sparuto gruppo d cosiddetti “filo-palestinesi” per tradurre in squadrismo ciò che nel conflitto mediorientale è la sacrosanta aspirazione a “due Stati per due popoli”. Ma il 70° della Liberazione sarà ricordato per una svolta, bella e profonda. Quell’immenso, caldo avvolgente applauso che ha accolto i vessilli della Brigata Ebraica. Ad applaudire, commossi, donne, uomini, militanti e dirigenti del Pd che ha chiesto di accompagnare – quasi abbracciare – chi tiene alto il ricordo dei 5.000 volontari che dalla Palestina si arruolarono nell’esercito britannico e vennero a combattere e a morire per la nostra libertà. In questo abbraccio festoso c’erano i nostri eroi. I partigiani di tante formazioni e diverse fedi, i militari di varie etnie, i deportati che sono tornati e quelli che non sono tornati. La Milano più vera. E quando gli odiatori ci hanno urlato addosso la loro ignoranza, un coro guidato dai ragazzi del movimento sionista socialista Hashomèr Hatzaìr ha risposto cantando Bella ciao. stefano.jesurum@gmail.com

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